Quelle imprese miopi che cercano l’uovo oggi e non la gallina domani

In uno dei tanti incontri agostani organizzati per nobilitare le giornate dei vacanzieri, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa ed il presidente della Confindustria Montezemolo si sono confrontati sui mali dell’economia italiana e sulle misure per porvi rimedio. Se non fosse agosto, ma tempo di maggiore attenzione ed impegno, ci sarebbe da chiedersi se l’uno e l’altro avessero letto l’ultimo rapporto Mediobanca del quale i giornali avevano dato conto il giorno prima, e presentato dallo stesso giornale della Confindustria con il roboante titolo «Utili boom per le imprese italiane» [Alfredo Recanatesi, La Stampa web].

Se si eccettua l’eclatante exploit di fatturato e di utili del settore energetico, il quadro che ne emerge non è dei più positivi. A dispetto di quel titolo, le variazioni del fatturato rispetto al 2004 sono ancora positive, ma assai più contenute (per le industrie manifatturiere appena il 2,5%), ma regge bene il margine operativo netto e, soprattutto, la sua percentuale sul valore aggiunto prodotto, che è risultata del 21,9% contro il 22,6% dell’anno prima; niente male comunque.

Da questi dati è facile trarre conferma del fatto che le imprese italiane difendono la loro profittabilità riducendo o non ampliando la loro dimensione. Dati i costi e il margine di profitto, quel che si vende si vende, basta dimensionarsi in conseguenza. Ne deriva una corsa all’indietro, comunque una strategia dal respiro palesemente corto, anche se nell’immediato i suoi frutti comunque li dà. Ma, se questo è lo stato delle cose, parlare di competitività diventa complicato. È facile comprendere, infatti, che profittabilità e competitività sono termini tra loro alternativi; e se la profittabilità è ad un «boom», verrebbe da pensare che almeno una parte possa essere sacrificata a vantaggio della competitività (competitività di prezzo, ma meglio che niente). Se le imprese seguono un’altra strada è, appunto, perché antepongono la redditività immediata alla costruzione di un futuro più lontano.

E allora, se è questo l’atteggiamento prevalente tra le imprese (e qui si parla delle maggiori, il rapporto di Mediobanca avendo considerato le prime 2010 che in termini di fatturato costituiscono la metà del sistema imprenditoriale italiano), se questo è il loro limitato obiettivo, se preferiscono ripiegare su una dimensione più ridotta piuttosto che difendere le loro quote di mercato e magari impegnarsi per poterle ampliare, una riduzione del cuneo non può produrre nulla dei vantaggi di carattere generale che giustificherebbe il suo non indifferente costo a carico della collettività. Se l’obiettivo della maggior parte delle imprese è la difesa dei margini piuttosto che delle quote di mercato; se – si potrebbe dire – puntano più all’uovo oggi che alla gallina domani, la riduzione del costo del lavoro che potrà derivare dalla riduzione del cuneo fiscale verrà utilizzata – è presumibile – per perseguire più agevolmente l’obiettivo primario che da qualche anno stanno perseguendo con crescente evidenza, cioè i profitti. Se la loro strategia è e rimane quella manifestata nel 2005, il problema della competitività delle imprese, che investe interessi di carattere generale assai più che i loro profitti, non ne verrebbe neppure scalfito.

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