Congo: elezioni libere dopo 46 anni

Le notizie che dal Congo giungono in questi giorni nel resto del mondo riguardano prevalentemente la capitale Kinshasa e la regione settentrionale dell’Ituri. Ma l’estensione dello stato (pari a due terzi dell’Europa) non permette di comprendere con esaustività le dinamiche in atto e il clima complessivo. Camminando per le vie di Bukavu, capoluogo della provincia del Sud Kivu, zona tra le più frastagliate e problematiche durante gli anni della guerra (conclusasi nel 2003), non si respirano tensioni e timori. Tutt’intorno c’è aria di festa [Cinzia Agostini da Bukavu, Congo].


Fino a ieri manifesti di propaganda, di tutte le dimensioni e appesi un po’ ovunque, dai rami degli alberi, ai pali, ai muri, ai vetri delle vecchie auto, coloravano ogni angolo della città. Non si contavano i capannelli di persone ferme ad ascoltare il comizio di tale esponente politico piuttosto che un altro. Giovani a rincorrersi rubandosi i cappelli con l’immagine e lo slogan del candidato preferito. Magliette, foulard, pagne con stampata la faccia dell’auspicato presidente. Il rumore dei clacson, assordante e continuo per le strade di terra rossa invase da polvere che penetra da ogni parte, non riusciva a coprire i canti e gli slogan gridati dalla gente. «Noi non voteremo chi ha violentato le nostre donne», gridavano con fermezza. Senza nessun problema, quasi con fierezza, le persone fermavano per strada lo straniero per spiegare per chi hanno intenzione di votare. In questa regione, il sud Kivu, il candidato è uno: Joseph Kabila, il presidente uscente, che attinge da questi luoghi il suo bacino di elettorato più ampio.

Poliziotti e militari si mescolano tra la gente e dopo un po’ non ci si fa grande caso: con l’eccezione dei caschi blu della Monuc (la missione in Congo dell’Onu) sulle loro gippone e con i fucili puntati, i corpi antisommossa addestrati in Angola e giunti in questi giorni dalla capitale, e la guardia presidenziale con le sue armi nuove di zecca. Ma qui in città tutto è tranquillo, non ci sono tensioni. Sorprendono l’attivismo e la volontà della società civile locale, ben organizzata e comprendente più di 1500 enti tra associazioni e ong, che dall’inizio dell’anno a oggi ha realizzato centinaia e centinaia di incontri per preparare al voto la gente, per gran parte analfabeta e quasi tutti alla prima vera esperienza elettorale.

Tutto fino alla mezzanotte di ieri. Ma questa mattina, giornata di silenzio della campagna elettorale, non c’era più nulla. Nessuno indossava cappelli o magliette di propaganda, spariti tutti i manifesti, per le strade anche il rumore è diminuito. Dimostrano una straordinaria coscienza civica i Congolesi. Oggi, sabato 29 luglio, è il giorno del silenzio e dell’attesa, nella Repubblica Democratica del Congo. Domani cade l’appuntamento che la popolazione aspetta dall’indipendenza del 1960. In più di 25 milioni andranno alle urne, per scegliere il nuovo presidente e i deputati al parlamento.

Così un po’ in tutto il Nord e il Sud Kivu, le due aree in cui sono dislocati i 61 volontari italiani, partiti con l’associazione “Beati i costruttori di pace” e con “Chiama l’Africa”, come osservatori elettorali internazionali. Raccontano che ovunque, a Butembo come a Goma, Beni e Uvira, oggi è tutto diverso. Un clima sospeso, l’aria come rarefatta: in attesa di mettersi in coda domani mattina, dalle 6, per esercitare il proprio diritto di scegliersi il presidente preferito.Nelle zone interne, raccontano gli osservatori italiani, nei giorni scorsi si è avuto qualche episodio di tensione, ma singoli casi rientrati nell’arco della giornata. La gente di queste zone non teme ciò che succederà domani, piuttosto quello che ne conseguirà. Ma intanto aspettano impazienti e fiduciosi l’appuntamento più importante.

Bukavu, Repubblica Democratica del Congo, 29 luglio 2006

Cinzia Agostini

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