E’ da parecchio tempo ormai che gli Stati Uniti – una volta leader del capitalismo-manageriale e della produzione di massa nel mondo manifatturiero – hanno perso il loro predominio ed ora hanno raggiunto un deficit commerciale di 700 miliardi di dollari l’anno. Gli USA hanno un disavanzo commerciale quasi con tutti gli altri stati, compresi 170 miliardi di dollari con la Cina “comunista”. La Cina ha bisogno dell’America (di Bush) per industrializzarsi. L’america di Bush ha bisogno della Cina per sottrarsi al collasso finanziario (Paul Street, Z-Net). Uno degli aspetti in cui si traduce questo problema è la disoccupazione di tanti lavoratori americani. Queste persone perdono il loro lavoro perchè si trovano competere con prodotti cinesi molto più economici (parecchi dei quali messi in commercio dalla grande catena “tutta americana” di Wal-Mart), i cui prezzi sono mantenuti bassi grazie agli scarsi salari cinesi imposti in parte dalla repressione ufficiale del capitalismo da parte del regime comunista, in parte dal fatto che milioni di contadini cinesi vengono esortati ad abbandonare le loro terre ed a popolare il mercato del lavoro urbano.
La teoria economica standard prevede che il disavanzo commerciale, percepito come un evento parecchio infelice dai lavoratori americani, contenga in se stesso il suo rimedio. Le ferree “leggi” dell’economia sostengono che con il passare degli anni il deficit commerciale americano indurràƒ le banche estere a possedere grandi quantitàƒ di dollari USA. E’ previsto che questo surplus costringeràƒ a ridurre il prezzo del dollaro poichàƒÂ© “quando c’è una grande quantitàƒ di qualcosa, il suo prezzo crolla.” E quando il valore del dollaro relativamente alle altre valute scenderàƒ (come chiunque abbia frequentato un corso introduttivo di macroeconomia potrebbe confermare), allora il prezzo delle esportazioni USA crolleràƒ mentre quello delle importazioni saliràƒ . “Noi esporteremo di più e compreremo di meno” e, con il tempo, il temuto deficit commerciale si dissolveràƒ da solo (Longworth, 2005 and Fallows, 2005).
Non è certo per merito del deficit americano, i 412 miliardi di dollari che il governo degli Stati Uniti spende al di sopra di quello che incamera tramite le tasse (nel 2000 sono stati prelevati spesi più di 600 miliardi di dollari a fronte di un surplus federale di 200 miliardi), che le leggi economiche del “libero mercato” sono affossate da una politica economica tipica di un capitalismo di stato.
Per quanto riguarda la Cina, le autoritàƒ governative competenti non permettono che la propria valuta, lo yuan, si deprezzi nei confronti del dollaro. Data la povertàƒ del loro mercato domestico ed il gran numero di ex-contadini divenuti proletari in cerca di impiego, la crescita della Cina dipende dalle esportazioni nei mercati esteri. Essa conta principalmente sull’accesso al più grande mercato di consumatori del mondo: gli USA, dove decine di milioni di persone sono indebitate fin sopra le loro teste.
Il Presidente degli Stati Uniti ormai messia militarista (da una descrizione di Ralph Nader) ed “Elite Force Aviator” (dal nome di un pupazzo che rappresenta il presidente, messo in vendita a seguito della famosa frase “Missione compiuta” pronunciata da Dubya (ndt: distorsione della pronuncia di double-u) Bush, 1 Maggio 2003 salendo sulla U.S.S. Abraham Lincoln) puàƒÂ² implorare chiunque tra cui la Cina “comunista” di riaggiustare lo yuan in modo da ridurre il deficit commerciale americano. Tuttavia le suppliche dei Conquistatori dell’Iraq sono una farsa, perchè la Cina sta aiutando a finanziare il governo impantanato di Bush.
Bush ha trascinato i conti degli USA profondamente in rosso combinando una massiccia riduzione delle tasse per i più ricchi pari a mille miliardi di dollari con ingentissime spese per la “difesa” dell’impero, fatte accettare alla popolazione grazie un mutevole insieme di falsi pretesti che uniscono l’occupazione imperiale dell’Iraq (un progetto chiave di Bush II fin dal primo giorno di governo) con qualcosa chiamato “guerra al terrorismo”. Bush coniugando con orgoglio i suoi due imperativi Impero e Disuguaglianza ha usato la paura e l’inganno per nascondere il divario enorme tra i suoi proclama all’unitàƒ nella guerra per la nostra stessa sopravvivenza e le smisurate concessioni a favore di pochissimi privilegiati.
Passo dopo passo, egli ha seguito quello che è giàƒ stato il copione di Reagan utilizzando l’enorme deficit governavino risultante da questa curiosa combinazione come pretesto per ridurre ulteriormente i programmi sociali volti alla protezione ed all’emancipazione di un considerevole numero di persone e comunitàƒ svantaggiate. Le massicce spese e le imprese della “mano destra (ndt: gioca sul significato di right che significa anche giusta) dello stato” sono il pretesto per ridurre ulteriormente “la mano sinistra”, volendo utilizzare l’eccellente terminologia di Pierre Bourdieu, defunto sociologo francese..
Certamente, qualcuno deve erogare prestiti per coprire il deficit risultante da questa crescente politica della mano destra. La guerra, l’impero, i sussidi alle multinazionali e le incarcerazioni di massa in patria ed all’estero costano parecchio denaro. PoichàƒÂ© gli americani hanno un tasso di risparmio nazionale (ndt: SAVING RATE, Rapporto fra risparmio e reddito disponibile nel periodo considerato.) inferiore a zero — il loro ruolo chiave nel sistema mondiale contemporaneo è di comprare merci in zone del pianeta con più bassi salari — non ci sono poi molti soldi da spillare a casa. Come risultato, secondo un corrispondente del Chicago Tribune R.C.Longworth, “non meno di 399 miliardi di dollari, circa il 97 percento” del deficit federale dell’ultimo anno è stato finanziato da “stranieri”.
Questo è in larga parte il motivo percui i successori di Mao, che seguono la strada capitalistica continuano a dire ai Conquistatori di Bagdad di prendere il loro fortissimo dollaro ed il loro disavanzo commerciale e di infilarseli dove non batte il sole – insieme ai loro testi economici universitari di Yale. Lo zio Sam ha bisogno della Cina “rossa” per rimandare il surplus di dollari indietro nel Tesoro degli USA, per acquistare bond governativi e sostenere la crescente attivitàƒ recessiva e militarista degli USA. Se le esportazioni USA verso la Cina aumenteranno sensibilmente, come la Casa Bianca sa bene, la Cina finiràƒ per possedere una parte meno consistente del surplus di dollari e quindi riusciràƒ ad aiutare meno lo zio Sam a coprire i suoi massicci debiti.
Nel frattempo, gli investimenti cinesi miliardari in USA, provengono direttamente dal surplus di dollari USA posseduti dalla Cina e bilanciano la tendenza del dollaro di deprezzarsi nei confronti dello yuan. Il prezzo potrebbe crollare solo se la Cina decidesse di trattenere i suoi dollari, ma la banca centrale cinese ha deciso di non adagiarsi sui suoi biglietti verdi e li lascia tornare in USA.
“E’un dannato tacito accordo” (Fallows, 2005) per entrambi i capitalismi di stato. Bush ottiene di poter combattere la sua guerra imperiale per la “libertàƒ ” e la “sicurezza” e lasciar correre il deficit derivante senza dover aumentare le tasse ai suoi fratelli delle classi aristocratiche per finanziare il tutto. Il deficit inoltre permette lui di tagliare con maggior facilitàƒ i programmi sociali e far fallire quel che resta del welfare americano – obiettivo Repubblicano di antichissima data. Nel frattempo, la competizione estera contribuisce a mantenere gli stipendi degli operai ed il potere contrattuale della classe lavoratrice bassi in America e la “guerra al terrorismo” rappresenta uno stupendo stratagemma per mettere a tacere i dissensi e distrarre la coscienza popolare dall’indagare sulla vera natura della sua agenda politica aspramente recessiva.
Dal canto loro, le autoritàƒ cinesi si assicurano uno yuan debole e mantengono il vasto mercato americano capace di produrre un surplus di valore – di cui si appropriano anche le multinazionali con sede negli USA che effettuano investimenti diretti nel settore manifatturiero Cinese – falsato dal suo proletariato sfruttato allo sfinimento. Essi inoltre ottengono di evitare turbolenze sociali interne (come la rivoluzione culturale di Mao) mantenendo un tasso di occupazione stabile per la loro sfrattata classe lavorativa. Lo yuan debole inoltre aiuta a mantenere le paghe basse, in modo da stimolare gli investimenti stranieri negli impianti manifatturieri assorbi-contadini di quel paese.
La Cina ha bisogno dell’America (di Bush) per industrializzarsi. L’america di Bush ha bisogno della Cina per sottrarsi al collasso finanziario” (Longworth, 2005).
I perdenti comprendono i lavoratori americani del settore manifatturiero vulnerabile alla competizione cinese. Alcuni osservatori (di affiliazione sia Repubblicana che Democratica) hanno sollevato preoccupazioni circa la sovranitàƒ politica americana. Loro temono che la detenzione da parte della Cina di una parte significante del debito federale le possa concedere diritto decisionale circa la politica degli USA.
Quale che sia il fondamento di questa paura, essa tuttavia sembra realizzarsi in questa supposta “etàƒ post-industriale” in cui è precipitata l’economia di una nazione basata su beni manifatturieri. Molti americani, specialmente della classe lavoratrice, pagano un enorme prezzo a causa della decisione delle multinazionali di deindustrializzare quella che una volta era una nazione manifatturiera con salari elevati, gli USA, ed investire in zone dell’economia mondiale in cui i salari sono più bassi.
Allo stesso tempo, è importante fare l’osservazione per nulla originale che l’imperialismo militare ed il potere economico hanno sempre lavorato con scopi contrastanti nei precedenti stati egemonici come gli Stati Uniti contemporanei. Bush sta esacerbando il lungo declino del potere economico globale americano e (preoccupazione molto minore per le elites americane) il disfacimento di ciàƒÂ² che resta del contratto sociale americano, continuando a seguire in modo cieco ed dissennato la sua agenda militare.
Secondo alcune plausibili analisi Marxiste, l’occupazione dell’Iraq è stata soprattuto un tentativo da parte del regime di Bush di utilizzare l’ultimo e solo rifugio della vera ed incontrastata egemonia globale Americana – il possesso di una prevaricante forza militare – come uno strumento per sostenere il suo potere economico mondiale da tempo in declino, calcando lo stivale dello zio Sam su un enorme tesoro strategico, economico (e militare) in un era di petro-capitalismo globale: il rubinetto del petrolio medio orientale (vedi David Harvey, 2003).
C’è, naturalmente, un autorevole documentazione storica di stati una volta egemonici che hanno perso la loro posizioni perchè a causa di eccessivi investimenti militari e nello sviluppo d’oltreoceano hanno trascurato la produzione di base, la vivacitàƒ economica ed il benessere sociale nella loro patria (vedi McCormick, 1990, per un utile sommario di autorevoli analisi del “sistema mondiale” e di come questi ed altri meccanismi autodistruttivi tendono a rendere transitoria l’egemonia di un singolo stato nel sistema capitalistico).
Intanto, oltre ad affondare ancora più la posizione economica americana, la campagna imperiale abbracciata da Bush in Iraq potrebbe apparire nei libri di storia come la più patetica debacle militare dai tempi della guerra in Vietnam. Nel precedente e (fino ad ora) molto più grande macello, gli USA erano alle prese con un nemico molto, molto più organizzato e micidiale radicato in un movimento rivoluzionario nazionalista di sinistra che riceveva supporto effettivo dagli stati a quel tempo contrari al sistema (l’USSR e l’allora più rossa Cina). Sorda alle significative proteste del resto del mondo capitalista avanzato, priva dell’elementare consenso e cooperazione che uno stato davvero egemonico (con il significato Gramsciano di qualcosa di più di una semplice accettazione coercitiva) non dovrebbe aver problemi ad ottenere, l’occupazione irachena di Bush dispendiosa ed omicida è stata ostacolata da gruppi di resistenza (i cosiddetti “ribelli”) che non possono essere nemmeno lontanamente paragonati alle forze rivoluzionarie che fecero un occhio nero allo zio Sam nella guerra imperiale del Sudest asiatico (Arrighi, 2005) che inflisse anche danni considerevoli alla salute delle finanze pubbliche ed all’economia in una prima fase del declino del potere USA.
Fonti scelte:
R.C. Longworth, à¢â‚¬Å“Buyerà¢â‚¬â„¢s Market,à¢â‚¬? Chicago Tribune, 10 July, 2005, section 2, p.1
James Fallows, à¢â‚¬Å“Countdown to a Meltdown,à¢â‚¬? Atlantic Monthly (July-August, 2005)
Giovanni Arrighi, à¢â‚¬Å“Hegemony Unraveling,à¢â‚¬? New Left Review (March-April, 2005)
Thomas McCormick, Americaà¢â‚¬â„¢s Half Century: United States Foreign Policy in the Cold War (Baltimore, MD: Johns Hopkins, 1990)
David Harvey, The New Imperialism (New York, NY: Oxford University Press, 2003
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