Un timido inizio: dall’occidente le ricette per l’Africa

Sfortunatamente qui l'ipocrisia è la merce più diffusa e a buon mercato, perché tutto finisce per dipendere dalla definizione di democrazia che i paesi ricchi intendono dare e dalla scelta derivante dei paesi meritevoli e di quelli immeritevoli. Dove si vede facilmente che i ricchi giudicano meritevoli di aiuto paesi più o meno orribilmente tirannici. [Giulietto Chiesa per GOLEM L'indispensabile]


I ministri delle finanze del gruppo degli otto paesi più industrializzati si sono messi d'accordo per cancellare il debito di 18 paesi poveri, 14 dei quali sono africani, e 13 fanno parte della categoria dei “meno sviluppati” (Benin, Burkina Faso, Etiopia, Madagascar, Mali, Mauritaria, Mozambico, Niger, Rwanda, Senegal, Tanzania, Uganda e Zambia).    Molto bene. Si è scritto che la cancellazione significa 40 miliardi di dollari di debiti. In realtà i paesi del G8 rinunceranno soltanto a 16,7 milioni di dollari, che è la quantità di denaro che avrebbero (teoricamente) ricevuto in pagamento nel corso dei prossimi 10 anni, da qui al 2015.   

E' qualcosa, ma siamo lontanissimi dalla soluzione del problema. Il rischio è che la bella notizia ce lo faccia dimenticare.    Anche perché appare ormai del tutto improbabile che il prossimo vertice del G8, a Gleneagle, riesca ad andare oltre. A dispetto del progetto Commissione per l'Africa di Tony Blair che, con il suo Our Common Interest (Il nostro interesse comune) sta cercando di far dimenticare la sua politica neoliberista casalinga con un nuovo slancio dell'aiuto internazionale ai paesi poveri.    La Commissione per l'Africa ha recentemente chiesto un incremento dell'aiuto per 25 miliardi di dollari all'anno, della qual cosa non c'è traccia, purtroppo, nei programmi dei paesi ricchi. Eppure si tratta di una richiesta infima, che darebbe non più di 100 dollari all'anno a un povero “medio” della poverissima Africa. Il fatto è – e di questo il G8 non ha neppure fatto menzione – che queste cifre rappresentano l'aiuto ufficiale dei governi, cioè dei bilanci statali. Non vi è traccia, qui, degli investimenti privati, delle imprese, delle multinazionali in Africa e, in generale, verso i paesi realmente più poveri. Fatti i conti (ricavabili dai dati del Fondo Monetario Internazionale) si vede che tutto il continente africano, incluso il Sud Africa che ne prende una gran parte, riceve appena l'1 per cento di tutto il flusso globale di capitali privati. Secondo le regole del mercato globale questi capitali sono “liberi” di andare dove vogliono (il famoso “free capital flow”) e il problema è dunque di fare in modo che fluiscano “liberamente” verso quella destinazione.    Come fare? Creando le condizioni, cioè investendo prioritariamente verso l'educazione, verso la salute pubblica, verso le infrastrutture di base di quei paesi. Ci sono questi mezzi? Ci sono, senza alcun dubbio. Chi ne dispone? Coloro che hanno il portafogli pieno. Cosa manca? Solo la volontà politica e l'intelligenza di capire che, non facendolo, i ricchi corrono più pericoli che facendolo.  

Il fatto che non lo facciano depone dunque molto male per l'intelligenza delle loro leadership, oltre che per quella delle élites del mondo finanziario internazionale. La descrizione di questi livelli d'intelligenza è emersa con tutta evidenza nel corso del recente Summit del Sud, svoltosi a Dubai il 15 e 16 giugno. L'ha tracciata il ministro degli esteri del Bangladesh, Morshed Khan, dando atto all'Europa di avere preso l'impegno di raddoppiare l'assistenza ufficiale allo sviluppo (ODA) entro il 2010, fino a raggiungere l'obiettivo dello 0,7% del PIL nel 2015.    In realtà si arriverà a mantenere un impegno assunto con trentacinque anni di ritardo. Chi sono i paesi migliori, più intelligenti, oltre che più generosi? Norvegia, Danimarca, Svezia, Olanda e Lussemburgo, che hanno già raggiunto l'obiettivo dello 0,7%.   

Chi sono i peggiori, cioè i meno intelligenti? Stati Uniti e Giappone, che hanno rifiutato perfino di stabilire date approssimative di adempimento. Cioè sono proprio i più ricchi a rifiutare politiche più ragionevoli. E sono proprio gli Stati Uniti coloro che esigono – e con questo motivano il loro egoismo – che l'aiuto venga erogato soltanto quando determinate condizioni “democratiche” vengano rispettate. Naturalmente, in apparenza, si tratta di una richiesta ragionevole. Perfino motivata in nome della difesa dei diritti umani dei popoli oppressi da odiose tirannie.  


Sfortunatamente qui l'ipocrisia è la merce più diffusa e a buon mercato, perché tutto finisce per dipendere dalla definizione di democrazia che i paesi ricchi intendono dare e dalla scelta derivante dei paesi meritevoli e di quelli immeritevoli. Dove si vede facilmente che i ricchi giudicano meritevoli di aiuto paesi più o meno orribilmente tirannici. Insomma il vecchio trucco che consiste nell'usare la leva dell'aiuto in cambio non dell'elevamento della democrazia, ma di condizioni privilegiate per i propri interessi economici, politici, strategici. Mediante i quali i più ricchi diventeranno ancora più ricchi e i potenti sempre più sfacciatamente potenti.   Il merito di Our Common Interest è essenzialmente quello di aver cominciato a smantellare alcuni dei dogmi ipocriti che hanno caratterizzato la politica degli aiuti nei decenni precedenti.   Tra questi la richiesta imperiosa ai paesi africani di liberalizzare i loro mercati, senza se e senza ma. Cioè costringendoli a sopportare agende “riformatrici” con dosi da cavallo di liberismo totale e senza nessuna possibilità di una propria agenda riformatrice corrispondente alle condizioni reali di ogni singolo paese. Altro dogma che la Commissione per l'Africa chiede di lasciar cadere è quello dei sussidi che i paesi ricchi hanno sempre concesso ai propri produttori e che hanno creato distorsioni clamorose nel marcato mondiale, segnatamente in quello dei prodotti agricoli e alimentari. Il terzo dogma a morire è – dovrebbe essere – quello delle attuali, rigide regole di reciprocità previste dal WTO. Che equivale a mettere sullo stesso piano paesi che sono molto forti e paesi che sono molto deboli. Col che i risultati sono equivalenti a quelli di un match di pugilato tra un peso mosca e un peso massimo: si sa sempre in anticipo chi vince.    

Rimane, nelle teste dei banchieri e degli uomini di governo occidentali, l'idea fissa – niente affatto casuale – che il sistema del “libero commercio” sia comunque l'unica ricetta giusta per l'Africa e per l'universo intero.    Cosa può fare l'Africa di fronte a questa testarda e miope incapacità dell'occidente di guardare oltre il proprio vantaggio e di rivedere le regole che ha imposto al mondo?    Io credo che l'Africa debba contare prima di tutto sulle proprie risorse e energie culturali e intellettuali. La violenza dei processi di globalizzazione è devastante, ma l'Africa non è ancora stata demolita. Una “resistenza dal basso” è possibile, anche se è un'estrema risorsa difensiva e non può pretendere all'inversione delle tendenze. Ma c'è un atout da non dimenticare, per chi voglia guardare strategicamente al problema, ben oltre la visione di Tony Blair. Il modello di globalizzazione che nemmeno la Commission for Africa intende intaccare è ormai sottoposto a tensioni così tremende – dalla Cina (che sta imponendo i suoi ritmi e i suoi problemi all'intero occidente) agli Stati Uniti (che si trovano schiacciati dal loro stesso debito abnorme) – che trovarsi marginali rispetto al mercato globale potrebbe assai presto significare una piccola fortuna, quella di non essere travolti dalla tempesta che i seminatori di disastri stanno preparando con la loro insipienza.     Cominciato a smantellare non significa che questo: un inizio, timido. meglio questo che niente.

Be the first to comment on "Un timido inizio: dall’occidente le ricette per l’Africa"

Leave a comment