Cosa sappiamo. Linguaggio e Libertà

In una società che apprezzasse la propria libertà non sarebbe Noam Chomskynecessario raccontare queste cose, perché ciò si insegnerebbe nelle scuole e sarebbe ben noto a tutti e ora staremmo commemorando il 25° anniversario dell'assassinio di Romero e il 15° di quello degli intellettuali gesuiti, che pure erano “voce dei senza voce”. [Noam Chomsky]


Trentacinque anni fa accettai, in un momento di debolezza, di tenere una conferenza dal titolo “Linguaggio e libertà “. Quando giunse il momento di pensarvi, mi resi conto che avevo ben qualcosa da dire sul linguaggio e sulla libertà ma che quella congiunzione, “e”, creava seri problemi. Esiste un possibile cammino che congiunge linguaggio e libertà e anche una interessante storia della speculazione al suo riguardo, ma, nella sostanza, è piuttosto stretto. Lo stesso problema concerne l'argomento presente, “universalità nel linguaggio e diritti umani”. Si possono dire cose interessanti sull'universalità nel linguaggio e sull'universalità nei diritti umani, ma quella perniciosa congiunzione crea dei problemi.

L'unica maniera di procedere, per quanto posso capire, consiste nel parlare brevemente dell'universalità nel linguaggio e nei diritti umani, facendo giusto un cenno alle possibili connessioni, un problema che rientra ancora interamente all'interno degli orizzonti della ricerca.

Per cominciare, che dire dell'universalità nel linguaggio? La maniera più conveniente di affrontare il problema, credo, è all'interno del quadro offerto da quella che si chiama “prospettiva biolinguistica”, un approccio al linguaggio che tratta la capacità di acquisire ed usare il linguaggio come un aspetto della biologia umana. Questo approccio cominciò a prendere forma agli inizi degli anni 50, sotto l'influenza dei recenti sviluppi in matematica e biologia, e si sposò convenientemente con un cambio di paradigma più generale nello studio delle facoltà mentali, che si chiama comunemente “la rivoluzione cognitiva”. Sarebbe più preciso, credo, descriverla come una seconda rivoluzione cognitiva, che ravvivò ed estese importanti intuizioni e contributi della rivoluzione cognitiva dei secoli XVII e XVIII, che erano stati malauguratamente dimenticati e che ,nonostante alcune interessanti ricerche storiche sulle teorie razionalistiche e romantiche del linguaggio e della mente, sono ancora poco noti.

Negli anni 50, lo studio del linguaggio e della mente era considerato normalmente parte delle scienze comportamentali. Come il termine indica, l'oggetto d'indagine era il comportamento e, in campo linguistico, anche i suoi prodotti: i testi, magari un corpus ottenuto da informanti nativi. La teoria linguistica consisteva in procedure di analisi, principalmente di segmentazione e classificazione, guidate da ipotesi limitate sulle proprietà strutturali e la loro organizzazione. Martin Joos, prominente teorico americano, esagerò fortemente quando, nel 1955, identificò “la scelta decisiva” nello studio del linguaggio nella decisione che il linguaggio possa essere “descritto senza alcuno schema preesistente di cosa debba essere un linguaggio”. Gli approcci dominanti nelle scienza behavioristiche erano in generale simili. Nessuno, chiaramente, credeva nella nozione incoerente della “tabula rasa” ma era senso comune supporre che al di là di una qualche delimitazione iniziale delle proprietà elementari riscontrate nell'ambiente (uno “spazio qualitativo”, nel contesto altamente influente definito da Quine, che assumeva una capacità umana innata di distinguere i colori, diciamo, e ordinarli in funzione della loro similarità ), meccanismi di apprendimento indifferenziati di qualche tipo rendono conto di ciò che gli organismi sanno e fanno, compresi gli esseri umani.

L'approccio biolinguistico prese come suo oggetto d'indagine non il comportamento ed i suoi prodotti ma piuttosto il sistema cognitivo interno, compresi i meccanismi computazionali che entrano in gioco nell'azione e nell'interpretazione, e, ad un livello più profondo, le basi della nostra natura biologica che permettono lo sviluppo e la crescita di questi sistemi interni. L'obiettivo era scoprire quella che Juan Huarte, nel XVI sec., aveva descritto come la proprietà essenziale dell'intelligenza umana: la capacità della mente di produrre “al suo proprio interno, in virtù della sua potenza, i principi su cui si basa la conoscenza”, idee che trovarono sviluppi molto importanti negli anni seguenti.

Per il linguaggio, “i principi su cui si basa la conoscenza” sono quelli dello stadio raggiunto dalla facoltà di linguaggio, un linguaggio internalizzato distinto dai sistemi simbolici specifici delle culture (inglese, spagnolo, guarani) cui il termine “linguaggio” si applica informalmente. La conoscenza che poggia su questi principi interni è molto ampia, va dal suono alla struttura al significato. Finanche nei casi più elementari ciò che sappiamo è una matassa alquanto intricata. Per usare una parola che interessò gli empiristi inglesi, consideriamo la parola fiume, una “nozione comune”, nei termini del XVII sec., parte della nostra conoscenza innata. Thomas Hobbes suggeriva che i fiumi siano mentalmente individuati dal luogo d'origine. Ma, se pure questa osservazione contiene una qualche verità , pure non è interamente accurata e sfiora soltanto la superficie della nostra comprensione intuitiva del concetto. In questo modo, il Po sarebbe sempre lo stesso fiume anche in condizioni estremamente diverse. Resterebbe lo stesso se il suo corso si invertisse (come Stalin progettò di fare con il Volga), se fosse diviso in due flussi separati che convergessero in un nuovo luogo, se tutta la sua acqua fosse sostituita dai residui chimici di una produzione industriale. D'altro canto, non sarebbe affatto un fiume se avesse estremi fissi e fosse usato per il trasporto di merci (nel qual caso sarebbe un canale, non un fiume) o se la sua superficie fosse resa più solida da un cambiamento fisico quasi impercettibile, con una linea tracciata nel mezzo e fosse usato per andare a Boston (nel qual caso sarebbe un'autostrada).

Procedendo oltre, troviamo proprietà molto più intricate, dipendenti in maniere complesse da condizioni costruite mentalmente, a prescindere dalla semplicità delle parole che investighiamo. Questi fatti comuni rendono impraticabile un approccio all'atto di riferire [act of referring], cioè l'uso delle parole per parlare di cose ed eventi del mondo, basato su una qualche relazione mistica e fissa tra oggetto e parola. La riflessione su questi temi si è sviluppata da Aristotele fino agli empiristi britannici, ma è andata in gran parte perduta. Finanche i concetti umani più elementari appaiono diversi da qualunque elemento del comportamento simbolico o comunicativo degli animali, un problema serio per la teoria dell'evoluzione, e non l'unico. I problemi aumentano rapidamente quando ci muoviamo dalle parole alle espressioni formate a partire da esse. Ciò che gli esseri umani sanno è sorprendentemente intricato e sottile.

Una questione essenziale d'indagine è la determinazione dei principi su cui poggia questa conoscenza per la più ampia gamma di linguaggi umani possibili. Un problema più complesso è scoprire ciò che Huarte chiamava “il potere di generare” questi principi del linguaggio interno: nel linguaggio odierno, la base biologica, virtualmente uniforme, che costituisce la facoltà di linguaggio umana e permette l'acquisizione dei linguaggi interni nella loro variabilità . Il potere di generare un linguaggio interno è l'oggetto di studio della “grammatica universale”, adattando un termine tradizionale ad un nuovo contesto. Le proprietà universali del linguaggio identificate dalla grammatica universale costituiscono, di fatto, la componente genetica della facoltà del linguaggio.

Un risultato significativo della prima rivoluzione cognitiva è stata l'idea che le proprietà del mondo che sono informalmente chiamate mentali possono richiedere capacità illimitate da parte di un organo finito, “l'uso infinito di mezzi finiti”, nell'espressione di Wilhelm von Humboldt. In maniera piuttosto simile, Hume riconobbe che i nostri giudizi morali non sono circoscritti a campi specifici e devono poggiare su principi generali che fanno parte della nostra natura, pur andando al di là dei nostri “istinti originali”. Questa considerazione sposta il problema di Huarte in un dominio diverso, dove possiamo rintracciare parte del filo sottile che unisce la ricerca di universali cognitivi e morali.

Verso la metà del XX sec. era diventato possibile affrontare questi problemi in maniera più concreta di prima. A quel tempo c'era già una chiara comprensione, grazie allo studio delle funzioni ricorsive, dei sistemi generativi finiti applicati ad un campo illimitato, che poterono essere rapidamente adottati per la riformulazione e l'indagine su alcune delle questioni tradizionali che erano rimaste inevitabilmente oscure, anche se solo alcune, è importante sottolineare. Humboldt faceva riferimento all'uso infinito del linguaggio, una cosa piuttosto diversa dall'applicazione ad un campo illimitato di mezzi finiti che caratterizza il linguaggio, laddove un insieme finito di elementi produce un insieme potenzialmente infinito di espressioni discrete: discrete perché vi sono frasi di sei parole o di sette, ma non di 6,2 parole; infinito perché non esiste un limite superiore alla lunghezza delle frasi (mettere “penso che” all'inizio di ogni frase). Un altro fattore importante nel rinnovo della rivoluzione cognitiva fu il lavoro degli etologi, che proprio a quel tempo diventava più noto, con la loro attenzione per “le ipotesi sui meccanismi innati presenti negli organismi subumani” (Nikolaas Tinberger) e l'”apriori umano” (Konrad Lorenz), che dovrebbero avere in gran parte la stessa natura. Anche questo approccio poté essere adattato allo studio degli organi cognitivi umani (per esempio, la facoltà del linguaggio) e della loro natura determinata geneticamente, che costruisce l'esperienza e guida il cammino generale dello sviluppo, come in altri aspetti dello sviluppo degli organismi, tra cui il sistema visivo, quello circolatorio e quello digestivo dell'uomo.

Nel frattempo, gli sforzi per affinare e rifinire gli approcci metodologici della linguistica strutturale conobbero serie difficoltà , rivelando quelli che sembrano essere limiti intrinseci alla loro capacità di spiegare il campo del linguaggio umano e la conoscenza complessa e sottile dei parlanti. Divenne sempre più chiaro che anche gli elementi più semplici del linguaggio, e sicuramente quelli più complessi, non godono delle proprietà che permetterebbero approcci basati sulla segmentazione e classificazione. Invece, sono in relazione molto più indiretta con la forma fonetica. La loro natura e le loro proprietà sono fissate dal linguaggio interno, il sistema computazionale che determina l'intervallo illimitato di espressioni. Queste ultime, a loro volta, possono essere considerate come “istruzioni” destinate ad altri sistemi che sono usati per le operazioni mentali, come per la produzione e l'interpretazione dei segnali esterni. Nelle scienze behavioristiche più in generale, anche lo studio ravvicinato dei meccanismi ipotizzati per l'apprendimento svelò limiti di fondo e ben presto cominciarono a sorgere interrogativi nell'ambito di queste discipline sulla loro capacità di anche solo sostenere i loro concetti centrali.

La conclusione naturale sembrò essere che il linguaggio interno di un parlante, il sistema integrato di regole e principi da cui le espressioni del linguaggio comune possono essere derivate, ha più o meno lo stesso carattere di una teoria scientifica. Il bambino deve in qualche modo selezionare il linguaggio interno dal flusso dell'esperienza. Il problema è simile a quello che Charles Sanders Peirce, nelle sue indagini sulla natura della scoperta scientifica, aveva chiamato abduzione. E, come nel caso delle scienza, l'impresa è impossibile senza quello che Peirce chiamava “limite alle ipotesi ammissibili”, che permette di prendere in considerazione solo certe teorie, ma non molte altre pur compatibili con i dati empirici. Nel caso del linguaggio, sembrò che la grammatica universale dovesse imporre un formato ai sistemi di regole che fosse sufficientemente restrittivo da permettere ai linguaggi candidati presi in considerazione, e comparati con i dati linguistici disponibili ad un bambino, di essere “sparsi”, così che anche solo un numero molto ristretto può esserne preso in considerazione nel corso dell'acquisizione del linguaggio. Ne segue che il formato usato debba essere altamente articolato e specifico al linguaggio. Il problema teoretico più complesso in campo linguistico era la scoperta dei principi della grammatica universale, che determinano la scelta delle ipotesi, i linguaggi interni accessibili.

Allo stesso tempo, si ammise anche per il linguaggio, come per altri organi biologici, l'esistenza di un problema ancora più complesso: scoprire le leggi che determinano la possibilità di successo delle mutazioni e la natura degli organismi complessi. La ricerca su questi aspetti sembrava troppo remota per poter attrarre molto interesse, benché finanche alcuni dei primi studi fossero guidati da queste preoccupazioni, che hanno a che fare in maniera piuttosto diretta con l'universalità nel linguaggio: mano a mano che questi fattori rientrano nello sviluppo e nella crescita, si attribuisce sempre meno alla grammatica universale in quanto proprietà specifica del linguaggio e, incidentalmente, si rende possibile lo studio dell'evoluzione del linguaggio, ovviamente.

All'inizio degli anni 80, un sostanziale cambio di prospettiva in campo linguistico portò a riformulare decisamente le questioni di base, abbandonando interamente la concezione esistente della teoria linguistica in favore di un approccio che cercava di limitare i possibili linguaggi interni ad un set finito, a prescindere dalle scelte lessicali. In quanto programma di ricerca, questo cambio di prospettiva ha avuto grande successo, producendo un'esplosione di indagini empiriche su un'ampia gamma di linguaggi tipologicamente diversi, e consentendo di formulare nuove questioni teoriche, spesso fornendo anche risposte parziali, e rivitalizzando allo stesso tempo le aree correlate dell'acquisizione e dell'elaborazione del linguaggio. Un'altra conseguenza fu che il cambiamento di prospettiva abbatté alcune barriere concettuali ad un'indagine seria sui principi più profondi relativi alla crescita e allo sviluppo del linguaggio. In questa concezione rivista basata su “principi e parametri”, l'acquisizione del linguaggio è dissociata dai principi fissi della grammatica universale, e non obbliga a trarre la conclusione che il formato fornito dalla facoltà innata di linguaggio debba essere altamente articolato e specifico ad esso, a causa della necessità di restringere lo spazio delle ipotesi ammissibili. Ciò apre nuove strade per lo studio dell'universalità del linguaggio.

Sin dalle origini della biologia moderna si è riconosciuto che gli aspetti generali della struttura e dello sviluppo limitano la crescita degli organismi e la loro evoluzione. Tali limiti sono stati addotti per un'ampia gamma di problemi di sviluppo ed evoluzione, dalla divisione cellulare all'ottimizzazione delle strutture e alla funzione delle reti corticali.

Assumendo che il linguaggio abbia le stesse proprietà generali degli altri sistemi biologici, dovremmo perciò individuare tre fattori che ne determinano la crescita negli individui:

Fattori genetici, oggetto di investigazione della grammatica universale. Interpretano parte dell'ambiente come esperienza linguistica e determinano il corso generale dello sviluppo dei linguaggi.

Esperienza, che permette la variazioni all'interno di un campo relativamente ristretto.

Principi non specifici alla facoltà di linguaggio, compresi principi di computazione efficiente, che ci si dovrebbe aspettare siano di particolare significato in sistemi quali il linguaggio, determinando il carattere generale dei linguaggi che si possono sviluppare.

A questo punto dovremmo passare ad una discussione più tecnica di quanto sia qui possibile, ma credo che sia corretto dire che in anni recenti ci sia stato un progresso considerevole nel cammino verso una spiegazione di principio. Ad ogni nuovo passo otteniamo una comprensione migliore degli universali del linguaggio. Dovrebbe essere tenuto presente, però, che ogni passo lascia pur tuttavia problemi irrisolti che sono rimasti aperti per secoli. Tra di essi quello dell'uso creativo e coerente del linguaggio, un problema centrale delle scienze cartesiane.

 


——————————————————————————–

Ci sposteremo ora nei domini della volontà e della scelta e del giudizio, e le sottili ramificazioni che possono connettere ciò che sembra rientrare nel campo dell'indagine scientifica ai problemi essenziali della vita umana, in particolare la vexata quaestio dei diritti umani universali. Una maniera di tracciare queste connessioni è seguire la traccia delle idee di Hume che ho citato prima: l'osservazione che il campo illimitato del giudizio morale, come quello illimitato della conoscenza linguistica, debba essere fondato su principi generali che sono parte della nostra natura benché vadano oltre i nostri “istinti originari”, che altrove considerò comprendere le “specie di istinti naturali” su cui la conoscenza ed il credo sono fondati.

In anni recenti c'è stato un lavoro molto interessante nel campo della filosofia morale e delle scienze cognitive sperimentali che portano avanti queste tesi, indagando su ciò che sembrano essere intuizioni morali profondamente radicate che spesso hanno un carattere sorprendente, e che suggeriscono che l'azione dei principi interni si estenda ben al di là di quanto si possa spiegare con l'addestramento e il condizionamento. Per chiarire, farò un esempio reale che ci porterà direttamente alla questione della universalità dei diritti umani.

Nel 1991 l'economista capo della Banca mondiale scrisse un memorandum interno sull'inquinamento, in cui sosteneva che la Banca dovesse incoraggiare il trasferimento delle industrie inquinanti nei paesi poveri. La ragione è che “la misura dei costi in termini di danno alla salute prodotti dall'inquinamento dipende dai progressi raggiunti nel campo della mortalità e della salute” perciò è razionale che “l'inquinamento dannoso per la salute” venga spostato nei paesi dove la mortalità è maggiore e i salari inferiori. Altri fattori conducevano alla stessa conclusione, per esempio, il fatto che “[lo scambio di merci che suscitano] preoccupazioni per l'inquinamento di ordine estetico” può “migliorare il welfare” tra i ricchi. Sottolineò anche, e giustamente, che la logica del suo memorandum era “impeccabile” e che ogni “ragione morale” o “preoccupazione di carattere sociale” che si potesse addurre “poteva essere sollevata ed usata più o meno efficacemente contro ogni proposta di liberalizzazione fatta dalla Banca”, perciò non potevano avere peso.

Il memo filtrò e suscitò una ridda di proteste, rappresentate dalla reazione del ministro per l'ambiente del Brasile, che scrisse una lettera in cui sottolineava che “il ragionamento era perfettamente logico ma del tutto malato”. Il ministro venne licenziato mentre l'autore del memorandum divenne segretario del tesoro sotto il presidente Clinton ed è ora presidente della Harvard University.

La reazione produsse escamotage e smentite che possiamo ignorare. Ciò che conta è l'unanimità del giudizio morale che il ragionamento era malato, pur se logico. Ciò merita un'analisi ravvicinata, prendendo in esame la storia moderna delle dottrine dei diritti umani.

La codificazione standard dei diritti umani nell'età moderna è la Dichiarazione universale dei Diritti umani, adottata nel dicembre del 1948 da quasi tutte le nazioni, almeno in principio. La Dichiarazione rifletteva un consenso molto vasto tra culture diverse. A tutti i suoi componenti veniva riconosciuto uno status uguale, compreso il “diritto a non essere torturato”, i diritti socioeconomici ed altri, come quelli enumerati dall'articolo 25:

Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; e ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità , vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà .

Queste disposizioni sono state riaffermate nelle Convenzioni esecutive dall'Assemblea generale dell'Onu e in accordi internazionali sul diritto allo sviluppo, espressi in termini simili.

Sembra ragionevolmente chiaro che questa formulazione dei diritti umani universali rigetta la logica impeccabile dell'economista capo della Banca mondiale, se non malata per lo meno tanto profondamente immorale quanto il giudizio virtualmente unanime affermò, nella misura in cui fu espresso pubblicamente.

Non bisogna sottovalutare la parola “virtualmente”. Come si sa, la cultura occidentale condanna alcune nazioni come “relativiste” per il fatto di interpretare la Dichiarazione in maniera selettiva, rifiutandone parti che non sono gradite. C'è stata grande indignazione per i “relativisti asiatici” o gli ineffabili comunisti, che si abbassano a questa pratica degradata. Meno noto è il fatto che uno dei leader del campo dei relativisti è anche il leader dello stato più potente al mondo. Ne vediamo esempio praticamente ogni giorno, benché “vedere” non sia la parola giusta, giacché lo vediamo senza notarlo.

Per chiarire, torniamo al primo marzo. La stampa diede grande risalto alla pubblicazione del rapporto annuale del Dipartimento di stato sui diritti umani nel mondo. Il portavoce alla conferenza stampa era Paula Dobriansky, sottosegretario di stato per gli affari globali. Dobriansky affermò che “la promozione dei diritti umani non è soltanto un elemento della nostra politica estera; è il fondamento della nostra politica e la nostra preoccupazione principale”. Ma occorre sapere altro. Dobriansky era stata assistente al segretario di stato per i diritti umani nelle amministrazioni di Reagan e Bush e, in quel ruolo, cercò di correggere quelli che chiamava “miti sui diritti umani”, tra cui il principale era quello secondo cui “i diritti economici e sociali costituiscono diritti umani”. Dobriansky denunciò gli sforzi per offuscare il discorso sui diritti umani introducendo diritti spuri, che sono radicati nella Dichiarazione e formulati su iniziativa Usa, ma che il governo Usa rigetta esplicitamente: e in misura crescente anche tutto l'Occidente, all'interno del quadro delle dottrine neoliberali in cui l'economista capo della Banca mondiale confidava.

Dovrei sottolineare che è il governo Usa che rigetta queste disposizioni della Dichiarazione. La popolazione è in forte disaccordo. Un esempio attuale è il bilancio federale, recentemente annunciato, assieme ad uno studio delle reazioni del pubblico condotto dall'istituzione più prestigiosa al mondo per lo studio dell'opinione pubblica. Il pubblico chiede tagli netti alla spesa militare accompagnati ad un aumento significativo della spesa sociale: istruzione, ricerca medica, formazione professionale, energie rinnovabili, ma anche maggiori spese per l'Onu e l'assistenza umanitaria e il ritiro dei tagli alle tasse dei ricchi introdotti da Bush. La politica del governo è radicalmente opposta in ogni riguardo. Gli studi sull'opinione pubblica, che mostrano regolarmente questo contrasto netto, appaiono raramente sui media, e così il pubblico non è solo rimosso dall'arena della formazione politica ma è anche tenuto nell'ignoranza dell'opinione pubblica.

C'è molta preoccupazione internazionale per i “deficit gemelli” degli Usa, quello nello scambio commerciale e quello di bilancio. Connesso a questi ve ne è un terzo: il crescente deficit democratico, non solo negli Stati Uniti ma in generale in Occidente. Se ne parla poco perché è ben accetto dai ricchi e potenti, che hanno tutte le ragioni per volere che il pubblico sia tenuto in gran parte lontano dalle scelte politiche e dalla loro attuazione, una questione che dovrebbe suscitare preoccupazione considerevole, a prescindere dalla sua relazione con l'universalità dei diritti umani.

Non sarebbe giusto prendersela con Dobriansky. La sua posizione è del tutto normale. Jeane Kirkpatrick, ambasciatore all'Onu, descrisse le disposizioni socioeconomiche della Dichiarazione come “una letterina a Babbo natale… Né la natura, l'esperienza, né la probabilità si riflette in questa lista di 'aspettative' che non sono soggette ad altro vincolo oltre quelli prodotti dalla mente e dagli appetiti dei loro autori”. Essenzialmente la stessa visione fu espressa nel 1990 dal rappresentante Usa in seno alla Commissione Onu per i diritti umani, l'ambasciatore Morris Abram, nello spiegare il veto unilaterale di Washington alla risoluzione Onu sul “diritto allo sviluppo”, che praticamente riproponeva le disposizioni socioeconomiche della Dichiarazione. Questi non sono diritti, affermò Abram davanti alla Commissione. Essi portano a conclusioni che “sembrano contrarie al senso comune”. Queste idee sono “poco più di un vascello vuoto in cui si possono riversare vaghe speranze e aspettative elementari”, e finanche un “incitamento pericoloso”. L'errore fondamentale del cosiddetto “diritto allo sviluppo” è che esso presuppone che l'articolo 25 della Dichiarazione significhi davvero ciò che esso dice chiaramente, e non sia soltanto una “letterina a Babbo natale”.

Di recente Condoleeza Rice si è congratulata con Jeane Kirkpatrck come modello esemplare quando annunciò la nomina di John Bolton alla carica di ambasciatore alle Nazioni unite. Bolton è stato chiaro e diretto nell'esprimere il suo atteggiamento verso le Nazioni Unite: “le Nazioni Unite non esistono”, ha detto. “Quando gli Stati Uniti guidano, le Nazioni Unite seguono. Quando fare in questo modo sarà utile ai nostri interessi, lo faremo”. Questa posizione si trova all'estremo di una posizione di consenso elitario piuttosto ristretta, cui è contraria la stragrande maggioranza del pubblico. Il sostegno pubblico all'Onu è tanto forte che esiste una maggioranza che pensa che gli Usa dovrebbero rinunciare al proprio diritto di veto nel Consiglio di sicurezza ed accettare le decisioni della maggioranza. Ma ancora, il deficit democratico ha la meglio.

Il principio dell'universalità emerge anche in relazione al altre questioni. Un esempio istruttivo ha occupato la Corte mondiale per anni. Dopo il bombardamento della Serbia nel 1999, un gruppo di avvocati internazionali presentò al Tribunale internazionale per i crimini nella ex Yugoslavia delle accuse contro la Nato, che poggiavano sulla documentazione fornita dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani e su ammissioni del comando Nato. I magistrati si rifiutarono di considerare la questione, in violazione del regolamento del tribunale, affermando di credere nella buona fede della Nato. La Yugoslavia portò allora la questione davanti alla Corte mondiale. Solo gli Stati Uniti si ritirarono dal processo, adducendo la ragione che la Yugoslavia aveva invocato la Convenzione sul genocidio, che gli Stati Uniti avevano firmato dopo 40 anni con la riserva che non si applicasse agli Stati Uniti stessi. Apparentemente, Washington mantiene il diritto unilaterale di compiere un genocidio. La Corte, giustamente, si trovò d'accordo con questo ragionamento e gli Stati Uniti furono scagionati.

La stessa cosa era successa in precedenza, con modalità che sono di estremo interesse oggi. John Negroponte è stato recentemente nominato primo direttore dei servizi segreti. Come Bolton, ha le credenziali per il posto. Negli anni 80 fu ambasciatore in Honduras, dove era a capo della più grande sede della Cia di tutto il mondo. Non perché l'Honduras sia così importante sulla scena mondiale, ma perché supervisionava i campi in cui l'esercito di terroristi guidato dagli Stati Uniti si addestrava e armava per la guerra contro il Nicaragua, che non fu questione secondaria. Se il Nicaragua avesse adottato le nostre norme, avrebbe dovuto rispondere con attacchi terroristici negli Stati Uniti, per auto-difesa; in questo caso, di vera auto-difesa. Invece, il Nicaragua seguì la strada dei mezzi pacifici voluta dal diritto internazionale e portò l'attacco statunitense davanti alla Corte Mondiale. La posizione del Nicaragua fu rappresentata dall'avvocato Abram Chayes, professore di diritto ad Harvard, ma la Corte si inchinò a Washington anche se gli Usa si erano rifiutati di comparire. La Corte eliminò gran parte delle prove che Chayes aveva presentato perché quando gli Stati Uniti avevano accettato la giurisdizione della Corte mondiale, nel 1946, era stata introdotta una eccezione che escludeva gli Stati Uniti dai trattati multilaterali, in particolare la Carta della Nazioni Unite, che bandisce l'uso non autorizzato della forza in quanto atto criminale, “il crimine internazionale supremo”, nella parole del Tribunale di Norimberga.

 


——————————————————————————–

La Corte così si attenne ai trattati bilaterali tra Stati Uniti e Nicaragua e al diritto internazionale ordinario, e pur su questa base tanto ristretta accusò gli Usa di “uso illegittimo della forza” (in termini chiari, terrorismo internazionale) e intimò di porre fine alle violazioni e di pagare ingenti riparazioni, che avrebbero superato di gran lunga il debito che sta strangolando il paese, cresciuto durante la guerra americana. Il Consiglio di sicurezza riaffermò la sentenza della Corte in due risoluzioni vetate dagli Usa, che risposero accrescendo il proprio attacco e lasciando il paese completamente disastrato, con un conto dei morti che in proporzione agli Usa avrebbe raggiunto i due milioni e mezzo, più di tutte le morti Usa in tutte le guerre della storia. Il paese ha anche negato che il 60% dei bambini sotto i due anni stiano soffrendo di grave malnutrizione, con possibilità di danno cerebrale. Tutto ciò è perso nel vuoto di memoria della cultura intellettuale d'elite. Tanto perso che possiamo leggere editoriali che si meravigliano di “atteggiamenti anti-americani in Nicaragua, dopo il fallimento della rivoluzione”.

Vi sono diverse conclusioni di rilievo da trarre da questo caso. Una è che esso è un'altra illustrazione dell'auto-affrancamento degli Usa dal diritto internazionale, compreso quello umanitario basato sui diritti universali dei diritti umani, con conseguenze tragiche in termini di costi umani. L'esempio rivela anche, ancora una volta, l'auto-affrancamento della cultura intellettuale elitaria dalla responsabilità per i nostri crimini, una conclusione rafforzata dalla reazione al fatto che Washington abbia appena nominato al posto di zar dell'antiterrorismo internazionale una persona che ha tutti i titoli per essere un terrorista internazionale condannato per il suo ruolo in gravi crimini. Orwell non avrebbe saputo se ridere o piangere.

Gli Stati Uniti si sono rifiutati di ratificare la gran parte della convenzioni che furono approvate dall'Assemblea generale dell'Onu per implementare la Dichiarazione dei diritti umani. Più precisamente, non ne ha accettata nessuna, per quanto sappia, perché i pochi casi di ratifica sono accompagnati da eccezioni che escludono gli Stati Uniti. Ciò vale anche per le convenzioni contro la tortura che hanno prodotto un certo dibattito recentemente. Un articolo importante è apparso nel giornale della Accademia americana delle Arti e delle Scienze scritto da Sanford Johnson, distinto specialista di diritto costituzionale. Assieme a molti altri, Johnson ha condannato il Dipartimento di giustizia dell'amministrazione Bush per aver articolato “una visione dell'autorità presidenziale che è troppo vicina al potere che Schmitt avrebbe voluto accordare al suo Fà¼hrer”, dove il riferimento è a Carl Schmitt, il principale filosofo del diritto tedesco ai tempi del Nazismo, che Levinson descrive come “la reale eminenza grigia dell'amministrazione [Bush]”. Levinson cionondimeno offre una certa difesa dell'uso illegittimo da parte del Dipartimento di giustizia della tortura, sottolineando che quando il Senato ratificò la Convenzione Onu contro la Tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, disumane o degradanti, “offrì quella che si potrebbe chiamare una definizione più 'favorevole all'inquisitore' della tortura rispetto a quella adottata dai negoziatori Onu”. E la definizione unilaterale americana si spinge abbastanza avanti nel permettere le pratiche che hanno riempito di rabbia il mondo e prodotto molti commenti qui.

Continuare è tanto facile da essere deprimente, ma concluderò con una ultima osservazione relativa allo scenario attuale. Alcuni mesi fa presi parte ad un incontro organizzato presso la Hope Church al centro di Boston da Crispaz in commemorazione del 25° anniversario dell'assassinio dell'arcivescovo Oscar Romero in Salvador, “voce dei senza voce”, assassinato dalle forze di sicurezza con l'appoggio degli Stati Uniti. Romero fu assassinato mentre diceva messa, poco dopo aver inviato al presidente Carter una lettera in cui lo pregava di non inviare aiuti militari alla brutale giunta militare che reggeva il paese, che “indubbiamente accresceva l'ingiustizia e la repressione inflitta alle persone organizzate, la cui lotta era stata spesso mirata all'ottenimento del rispetto dei diritti umani elementari”. Il terrorismo di stato crebbe, con l'aiuto costante e decisivo degli Stati Uniti. La decade si concluse con l'assassinio di sei tra i maggiori intellettuali latino-americani, che erano anche preti gesuiti, per mano di un battaglione d'elite armato e addestrato dagli Stati Uniti che si era reso già protagonista di un numero scioccante di atrocità , prendendo di mira soprattutto le solite vittime: contadini, lavoratori e preti, chiunque avesse contatti anche laschi con le “organizzazioni del popolo che lottavano per difendere i loro diritti umani più elementari”.

Crispaz è una delle organizzazioni per lo più legate alla chiesa che si formarono dopo l'assassinio di Romero per sostenere quella lotta per la difesa dei diritti umani. Le loro azioni hanno aperto strade del tutto nuove dopo secoli di violenza occidentale: vivendo con le vittime, aiutandole, sperando che una faccia bianca potesse proteggerle dalla furia delle forze del terrorismo di stato appoggiato dagli Usa.

Ebbi il privilegio di condividere il palco con Mirna Perla, componente della Corte di giustizia suprema salvadoregna che è anche la vedova di Herbert Anaya, a suo tempo il maggiore attivista per i diritti umani nel Salvador, e che sta cercando di portare avanti l'opera di lui in condizioni terribili. Anaya fu imprigionato e torturato dal governo imposto dagli americani, poi assassinato dalle stesse mani che uccisero Romero e gli intellettuali gesuiti, oltre a decine di migliaia delle solite vittime.

In una società che apprezzasse la propria libertà non sarebbe necessario raccontare queste cose, perché ciò si insegnerebbe nelle scuole e sarebbe ben noto a tutti e ora staremmo commemorando il 25° anniversario dell'assassinio di Romero e il 15° di quello degli intellettuali gesuiti, che pure erano “voce dei senza voce”. E staremmo reagendo allo stesso modo contro le atrocità continue commesse dalle forze militari armate e addestrate da Washington, per esempio, in Colombia, per molti anni il principale violatore dei diritti umani in tutto l'emisfero e negli stessi anni anche maggior destinatario degli aiuti e dell'addestramento Usa, una correlazione ben nota in letteratura. L'anno scorso, la Colombia all'apparenza rispettò la sua tradizione di uccidere più sindacalisti che in tutto il resto del mondo. Alcuni mesi fa, l'esercito fece irruzione nella più importante delle città che si erano dichiarate zone di pace e assassinò uno dei fondatori e altri, tra cui bambini – io stesso avevo potuto incontrare questo leader non molto tempo prima, in occasione di una visita organizzata da padre Javier Giraldo, il prete coraggioso che è a capo del Centro per la pace e la giustizia, egli stesso preso di mira e ritirato dal paese dall'ordine gesuita, nonostante insistesse per tornare al suo lavoro sui diritti umani.

Ancora, tutto ciò dovrebbe essere fino troppo noto per essere menzionato. Ma ben poco se ne sa al di fuori di circoli come Crispaz, che si dedicano autenticamente alla difesa dei diritti umani universali.

Ho citato questi esempi perché possiamo ricordare che non siamo soltanto impegnati in seminari su temi astratti o discutendo di culture remote che non comprendiamo. Stiamo parlando di noi stessi e dei valori morali ed intellettuali delle comunità in cui viviamo. E se non ci piace ciò che vediamo quando guardiamo nello specchio, abbiamo molte possibilità di fare qualcosa.

Be the first to comment on "Cosa sappiamo. Linguaggio e Libertà"

Leave a comment