Fa bene. E non solo ai lavoratori del Sud del mondo, ma anche alle nostre, sempre più povere, tasche. Che fosse rispettoso dei diritti dei lavoratori e dellà ‚Â´ambiente lo sapevamo. Negli anni, poi, abbiamo scoperto che, passo dopo passo, aveva attivato un piccolo, ma significativo circuito alternativo di botteghe tanto da portare nelle nostre città ƒ prodotti di qualità ƒ , buoni, belli e solidali. Ma troppo cari, ci siamo detti spesso. A smentirci è arrivata nei giorni scorsi unà ‚Â´indagine di Assobotteghe che dimostra come, a fronte del rincaro dei prezzi dei principali prodotti alimentari, quelli del commercio equo in molti casi non solo sono stabili, ma anzi diminuiscono (Giorgio Beretta, www.unimondo.org).
Qualche esempio? Prendiamo il caffè. La miscela classica del commercio equo ha segnato una diminuzione di prezzo del 3,8% dal 2003 al 2004, anno dal quale ha mantenuto il costo invariato a 2,50 euro per la confezione di 250 grammi. Invariati anche la quasi totalità ƒ dei prodotti di tè, cacao, cioccolato e confetture, mentre alcuni tipi di zucchero di canna riportano significative riduzioni di prezzo passando da 1,80 a 1,60 euro per la confezione di 100 grammi e da 3,35 a 2,95 euro per quella da 500 grammi.
Se ne dovevano essere già ƒ accorti gli italiani che, in numero crescente, si stanno rivolgendo al commercio equo e solidale. Lo scorso anno i consumatori di prodotti del “fair trade” sono infatti raddoppiati raggiungendo i 7 milioni; e negli ultimi sei mesi quasi sei italiani su dieci (oltre il 59 per cento) hanno effettuato almeno un acquisto di tipo “etico”. Ma se tutto aumenta, dovà ‚Â´è il trucco? à ‚Â«Non abbiamo dovuto avviare nessuna intesa per mantenere i prezzi calmierati, basta osservare le regole trasparenti del commercio equo e solidale per tenere i prezzi al riparo dellà ‚Â´inflazioneà ‚Â» risponde Andrea Reina, presidente di Assobotteghe. Un segnale importante a fronte di una dinamica inflazionistica che in Italia ha visto dal 2003 unà ‚Â´accelerazione costante e che fa prevedere per il prossimo futuro ulteriori aumenti per i consumatori.
Scelta di convenienza, dunque? Non solo. à ƒË†la domanda di “prodotti etici” che cresce in Italia – riporta una ricerca commissionata dallà ‚Â´Osservatorio sulla responsabilità ƒ sociale di impresa promosso dalla fondazione Operandi-Bat Italia e dallà ‚Â´Altis-Università ƒ Cattolica. à ‚Â«Il fenomeno della responsabilità ƒ sociale, sia per le imprese che per il consumatore, sta diventando di maggioranzaà ‚Â», dice Antonio Valente, ricercatore di Lorien Consulting, società ƒ incaricata della ricerca. La gran parte dei cittadini e degli “stakeholder” (detentori di interessi nelle aziende) chiede innanzitutto più informazione sui Paesi in cui è frequente la violazione dei diritti sociali e ambientali, ma soprattutto la tracciabilità ƒ dei prodotti attraverso specifiche certificazioni.
Una garanzia, questa, che è fornita proprio dai prodotti del commercio equo e solidale. Un mercato ancora di nicchia, ma sempre più in espansione in Italia: sono più di 500 le “botteghe del mondo” disseminate nel nostro paese, mentre in Europa il commercio equo esiste ormai da oltre trentà ‚Â´anni e coinvolge circa un milione di famiglie in 45 Paesi del Sud del mondo, fatturando circa 500 milioni di euro. à ‚Â«Il commercio equo – afferma Reina – è là ‚Â´unico sistema in grado di assicurare là ‚Â´eticità ƒ di un prodotto e al tempo stesso di garantire un modello di sviluppo responsabile attraverso il rispetto dei lavoratori del Sud del mondoà ‚Â». Un interesse crescente che si è riscontrato nei giorni scorsi a Parma allà ‚Â´undicesima edizione di “Tuttunaltracosa”, la fiera del commercio equo e solidale che questà ‚Â´anno ha segnato la presenza record di 50 mila visitatori.
Che si somma a quella di “Terrafutura”, là ‚Â´esposizione fiorentina che lo scorso aprile alla Fortezza da Basso ha fatto incontrare oltre 2000 tra aziende, enti non profit e istituzioni per indicare le buone pratiche esistenti nei settori della produzione biologica, della finanza etica e del turismo responsabile.
Anche gli imprenditori italiani si stanno muovendo.
A fronte del declino del settore tessile, a Carpi amministrazione e imprese hanno iniziato un processo di “riconversione” di alcune fabbriche. Presto produrranno magliette di cotone biologico certificato dallà ‚Â´Icea, là ‚Â´Istituto per la certificazione etica e ambientale. Un progetto a cui ha partecipato anche il Dipartimento di Biologia dellà ‚Â´Università ƒ di Modena: ha testato il cotone biologico riscontrando che non causa quelle allergie che invece si verificano in prodotti fatti con cotone geneticamente modificato proveniente da Stati Uniti e Cina. Insomma, il commercio equo fa davvero bene. Al portafoglio e alla salute.
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