Economia politica della fame

Di tutti i fallimenti del capitalismo globale, la fame e la denutrizione sono tra i più devastanti e, in confronto ad altre questioni apparentemente “importanti” trattate dai media, tra i più ignorati. I numeri sono scioccanti. Secondo le Nazioni unite, l'inedia, la denutrizione e la fame (definita ufficialmente come assenza cronica di proteine ed energie caloriche che conducono al declino della salute e, in casi estremi, alla morte) sottraggono le vite di circa ventiquattromila persone ogni giorno o quasi nove milioni all'anno (Sean Cain, Z Magazine).


Il settantacinque percento di queste morti è di bambini; 840 milioni di persone, o approssimativamente il 14% della popolazione mondiale, sono attualmente denutrite. Due miliardi di persone, circa un terzo del nostro mondo, soffrono di anemia, una malattia dei globuli rossi causata dalla mancanza di ferro, vitamina B12 e acido folico. La Banca mondiale afferma che dei 4 miliardi di persone che vivono in paesi in via di sviluppo, un miliardo e trecento milioni non hanno acqua potabile.

Per la prima volta nella storia, ci sono tante persone sottopeso quante ve ne sono in sovrappeso – un miliardo e cento milioni – secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Dalla istituzione della Fao nel 1945, si stima che 400 milioni di persone siano morte di fame e per le condizioni igieniche, oltre tre volte il numero di persone uccise in tutte le guerre del XX sec. Eppure i bisogni elementari di cibo e salute delle popolazioni più povere al mondo costerebbero soltanto 13 miliardi di dollari all'anno – circa il 10% di quanto il governo Usa ha speso per l'invasione dell'Iraq.

Questi numeri richiamano alcune delle grandi carestie del XX sec., tra cui i tredici milioni di morti in Unione sovietica dal 1929 al 1933, i trenta milioni che perirono durante il “Grande balzo in avanti” di Mao dal 1958 al 1962 e, più recentemente, i due milioni e mezzo di persone che morirono in Corea del Nord alla fine degli anni 90. Se la barbarie del sistema staliniano è condannata per queste tragedie – e giustamente – il sistema del libero mercato sembra non venir chiamato in causa dagli economisti odierni per i suoi crimini contro l'umanità . Ci si aspetta che crediamo che fame e denutrizione non siano causate dalla disoccupazione e dalla povertà create dal capitalismo globale ma soprattutto dalla sovrappopolazione, dalla scarsa produzione di cibo, dalle guerre o dal cattivo tempo. Questi miti perpetuano la falsa idea che la fame e la denutrizione non possano essere fermate e che siano un evento “naturale” nel mondo d'oggi. In casi estremi la destra ha anche usato l'idea sconsiderata e razzista che “dar loro da mangiare ora risulterà soltanto in un numero maggiore di bambini che moriranno e finanche maggiore denutrizione nel futuro” per giustificare la fame globale.

Potrà sorprendere alcuni sapere che la guerra e le carestie prese assieme provocano soltanto il 10% delle morti per fame e che molti paesi industriali subiscono lo stesso genere di inondazioni e ondate di calore dei paesi poveri. La sola differenza è che i paesi ricchi possono permettersi tecnologie come frigoriferi, irrigazione avanzata e sistemi di trasporto altamente sviluppati (per non parlare delle sovvenzioni governative e delle barriere protettive), che incrementano notevolmente le possibilità di preservare il cibo dagli elementi e di farli arrivare alla popolazione tempestivamente. La scarsità creata dal capitalismo globale non consente alla maggior parte dei paesi poveri di permettersi questi strumenti. Ironicamente, la FAO sostiene che si produca cibo sufficiente per fornire ad ogni persona almeno 2720 calorie al giorno, più che abbastanza perché tutti possano stare in salute.

Le altre cause della fame nel mondo sono più ovvie. La trappola del debito globale è sicuramente una di esse. La Banca mondiale ha ammesso che i paesi in via di sviluppo spendono 13 dollari per ripagare il debito per ogni dollaro che ricevono in prestito. Decine di miliardi di dollari che potrebbero essere usati per investimenti negli acquedotti, nelle infrastrutture per le comunità rurali, nell'istruzione e nella sanità sono invece usati per ripagare i debiti alle banche occidentali. Allo stesso tempo, le politiche neoliberiste a favore del commercio hanno l'effetto peculiare di aprire i mercati alle multinazionali affinché possano vendere i loro prodotti ai paesi in via di sviluppo (contribuendo a mettere fuori dal mercato i piccoli produttori locali), e permette a queste di esportare cibo verso paesi industrializzati da paesi in cui esiste già la denutrizione, un'attività che non crea particolari problemi a molti economisti.

Nel corso degli ultimi dieci anni, pochi progressi sono stati fatti, e la denutrizione mondiale è decresciuta di soli due milioni e mezzo di persone all'anno, ciò che anche alla FAO sembra essere un terribile rallentamento in confronto ai risultati del passato.

Siamo lontanissimi dagli obiettivi per il 2015 fissati nel 1996 dal World Food Summit. Se parliamo di sicurezza alimentare, il capitalismo globale ha conosciuto un fallimento spettacolare. Come ogni altra forma di tirannia, dovrebbe essere condannata in quanto crimine mostruoso. Gli economisti del libero mercato più di destra ormai non fanno neppure più finta di credere che il mercato possa soddisfare i bisogni vitali minimi di tutti sulla terra.

Se mai si volesse cancellare fame e denutrizione, una ridistribuzione immensa di ricchezza e potere dovrebbe essere realizzata a favore dei paesi poveri, compresa la cancellazione del debito verso le banche occidentali e la suddivisione delle grandi fattorie-fabbrica in stile aziendale che praticano la monocoltura in piccoli appezzamenti controllati e posseduti dalle comunità e dalla famiglie contadine (che, secondo alcuni dati recenti, usano minori risorse e forniscono maggior prodotto). Anche migliorare i diritti, l'istruzione e l'accesso ad un lavoro retribuito in maniera giusta e alla terra per le donne migliorerebbe la sicurezza alimentare. Nelle aree rurali dovrebbe essere fatti investimenti su larga scala, migliorando la sanità , l'edilizia e i sistemi di trasporto. Il dominio globale delle multinazionali sull'agricoltura deve lasciar spazio alla democrazia sociale ed economica e alla diversità agricola a livello locale.

Ciò che lascia maggiormente sperare che queste idee possano diventare realtà è il grande sommovimento di gruppi di coltivatori e di organizzazioni contadine in tutto il mondo. Come riferiscono i media indipendenti – nel silenzio di quelli controllati dai governi o privati – decine di migliaia di coltivatori dall'Indonesia al Messico al Brasile hanno intrapreso la lotta per strappare le terre agricole e usarle a beneficio delle comunità locali e dei poveri. In altri paesi, come l'India, di fronte agli interessi delle multinazionali che vogliono brevettare la vita ed altri prodotti agricoli, i coltivatori si sono uniti e hanno lottato per conservare la proprietà dei semi che erano stati usati dalle loro comunità rurali per migliaia d'anni. Questo è solo l'inizio e grazie a questi sviluppi, la popolazione del mondo industrializzato sta diventando sempre più cosciente del problema e si sta mobilitando.

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