Il 19 maggio a Bruxelles si è deciso di autorizzare l'importazione del mais transgenico di
tipo B11, mettendo fine all'ormai quinquennale blocco che ha spinto la questione fin dentro le aule dei tribunali. La condizione senza cui questa svolta non sarebbe stata possibile è stata introdotta il 18 aprile scorso, ovvero quella di indicare sulle etichette dei prodotti la provenienza transgenica del mais: questo avverrà in maniera discreta, visto soprattutto la poca fiducia che i consumatori europei hanno nella tecnologia genetica.
Una trentina di piante transgeniche, tra cui il mais, la soia, le barbabietole e le patate verranno quindi presto importate dagli Stati Uniti e dall'Argentina. Con sollievo dei produttori che hanno denunciato la moratoria europea all'organizzazione mondiale del commercio, scontenti soprattutto della pubblicità fatta all'introduzione di questi prodotti che nei Paesi in cui vengono prodotti, come Canada e Stati Uniti, non sono mai stati messi in discussione, tanto meno è stata richiesta l'approvazione dei consumatori. La denuncia non preoccupa troppo la commissione europea che la considera soprattutto uno spauracchio per quei Paesi, Brasile, India, Cina e molti Paesi Africani che ancora non si sono rassegnati ad accettare un sostegno alimentare transgenico.
Alla fine comunque ha dovuto decidere la commissione europea visto che tra i Paesi membri non si è trovato alcuno accordo. Lo scorso 26 Aprile la discussione aveva diviso l'Europa, da una parte i favorevoli Italia, Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Svezia e Finlandia, dall'altra Francia, Austria, Lussemburgo, Danimarca, Portogallo e Grecia, poi gli astenuti Germania, Belgio e Spagna.
Alcuni prodotti transgenici erano stati autorizzati già a partire dal 1999 esclusivamente per la produzione dell'olio di semi. Il mais BT 11 è dotato di due geni estranei, quello della tossina Bt, tratto da uno batterio (Bacillus thuringiensis) le cui proprietà naturalmente insetticide sono utilizzate da diversi anni anche nell'agricoltura biologica, e un gene resistente agli erbicidi (glufosinate ammonium), di cui resta da accertare l'impatto inquinante e velenoso sui micro organismi (cfr http://www.pesticideinfo.org/Detail_Chemical.jsp?Rec_Id=PC35896).
Quello che bisogna dire è che proprietario del brevetto del Bt11 è il gruppo svizzero Syngenta che lo coltiva in Argentina, Canada, Giappone, Sudafrica, Uruguay, Stati Uniti ed è quindi pronto per invadere qualunque mercato. Il rischio intrinseco non è quello della salute dei consumatori, ma quello di un monopolio alimentare privato capace di controllare ogni mercato e ogni prezzo.
Eric Gall di Greenpeace avverte: “La decisione è uno schiaffo ai consumatori europei, i nostri Governi decidono sotto la pressione dei produttori privati, appoggiati dal Governo Americano.” Ovviamente le aziende produttrici affermano che con le biotecnologie si può ridurre il costo del 70%, senza specificare tuttavia come questa riduzione dei costi si ripercuota sui prezzi di vendita e sulle politiche di distribuzione mondiale.
La decisione non avrà ripercussioni drammatiche in Europa, perché la maggior parte dei supermercati impone ai produttori di produrre senza ogm, mentre la prospettiva mondiale è più inquietante e la discussione dovrebbe essere ripresa su base economica oltre che salutista.
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