Viene considerata un po' il contraltare dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ma rispetto ad essa ha molto, ma molto meno potere: l'Unctad (l'agenzia delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo), nata 40 anni fa su richiesta dei Paesi poveri, avrebbe dovuto rappresentare uno spazio privilegiato proprio per le rivendicazioni del Sud del mondo. Quello spazio, tuttavia, è andato sempre più riducendosi a vantaggio del Wto, che ha gradualmente ricondotto a sé tutti i negoziati, secondo gli interessi e le convenienze dei Paesi ricchi [Adista News n. 49 – 2004]
Il momento in cui ha avuto luogo l'11.ma Conferenza dell'Unctad, svoltasi a San Paolo dal 13 al 18 giugno, rappresentava però un'occasione favorevole per ridare slancio all'agenzia, a fronte dei deludenti esiti del vertice del G8 a Sea Island e dello stallo dei negoziati all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio: uno stallo che si prolunga dal fallimento di Cancun nove mesi fa e che rischia di estendersi ancora per molto se l'accordo quadro a cui lavorano febbrilmente le delegazioni non dovesse essere raggiunto entro la fine di luglio (perché poi interverrebbe la pausa legata alle elezioni presidenziali di novembre negli Stati Uniti e al rinnovo, lo stesso autunno, della Commissione Europea).
Tale occasione, secondo i movimenti sociali, avrebbe potuto essere sfruttata meglio, ma nel documento finale della Conferenza, definito “Consenso di San Paolo”, non mancano interessanti riconoscimenti (come quello della necessità di “spazi per le politiche nazionali” e di un trattamento speciale per i Paesi meno sviluppati) e un'importante decisione: quella di creare una task force per studiare una politica di controllo dei prezzi delle materie prime. Ma, soprattutto, la Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo ha potuto dare voce ad una visione almeno parzialmente diversa degli scambi commerciali. Come ha ricordato Fidel Castro nel suo messaggio alla Conferenza, “il commercio internazionale non è stato uno strumento per lo sviluppo dei Paesi poveri, che sono l'immensa maggioranza dell'umanità “. E fino a che punto non lo sia stato lo indicano in maniera eloquente le cifre: nei Paesi poveri vive l'85% della popolazione mondiale, ma la loro partecipazione al commercio internazionale è appena del 25%; nel 1964, l'anno di nascita dell'Unctad, il debito estero dei Paesi poveri era pari a 50 miliardi di dollari, mentre oggi è salito a 2.6 trilioni di dollari; tra il 1982 e il 2003 i Paesi poveri hanno pagato 5.4 trilioni di dollari per i servizi del debito, due volte e mezzo il debito attuale. Castro accenna alle molteplici forme dell'attuale saccheggio, dallo “scandaloso sfruttamento della manodopera a basso costo nelle maquilas che vengono e vanno alla velocità della luce” fino alla speculazione finanziaria, al commercio delle armi, all'acquisizione di beni del patrimonio nazionale, all'invasione culturale, alla distruzione sistematica e accelerata dell'ambiente. Si chiede allora il presidente cubano: di fronte a tutto questo, come possono i leader dell'imperialismo parlare di diritti umani, di libertà e di democrazia? Ma i popoli non continueranno a subire questo “crimine permanente di genocidio”: “si ribelleranno, hanno già cominciato a ribellarsi”. E solo gli stupidi possono affermare che tale ribellione è il frutto di ideologie o di agenti destabilizzatori provenienti da Cuba e dal Venezuela. Secondo Castro, “i popoli saranno ingovernabili. Non esistono metodi repressivi, torture, sparizioni e omicidi di massa che possano impedirlo. E nella lotta per la sopravvivenza dei propri figli e dei figli dei propri figli, non vi saranno solamente gli affamati del terzo mondo, ma tutte le persone coscienti del mondo ricco”. Castro si dice, malgrado tutto, ottimista: “Piantiamo idee e tutte le armi create da questa barbara civiltà saranno di troppo; piantiamo idee e la distruzione irrimediabile del nostro ambiente naturale di vita potrà essere evitata”.
Verso una nuova geografia commerciale?
Critiche all'attuale sistema commerciale sono venute anche dal presidente Lula, secondo il quale le ricette economiche degli ultimi anni “hanno sottostimato il ruolo dell'investimento pubblico e del consenso sociale nella costruzione della stabilità e dello sviluppo”. Quest'ultimo, ha aggiunto, “non avviene in forma automatica, né sarà il risultato di una generazione spontanea delle forze del mercato” e neppure un regalo da parte della comunità internazionale: “è necessario rafforzare la nostra unione e negoziare con perseveranza e visione politica”. Lo ha ribadito anche di fronte ai sindacati, i movimenti sociali, le ong, le organizzazioni contadine e ambientaliste che a San Paolo, negli stessi giorni della Conferenza dell'Unctad, hanno dato vita al Forum della società civile: “i Paesi ricchi non ci faranno concessioni commerciali se ci limiteremo alle rivendicazioni”: è con la forza politica, con uno schieramento unitario dei Paesi in via di sviluppo quale si è visto a Cancun, che si riuscirà a cambiare le relazioni internazionali. Da qui la necessità , dibattuta durante la Conferenza, di trovare gli strumenti per incrementare le relazioni commerciali Sud-Sud (cresciute dal 1990 al 2001 del 176%), senza rinunciare però alle misure necessarie per ottenere un più ampio e migliore accesso ai mercati del Nord. In questo contesto, grande importanza è stata attribuita alla riattivazione del Sistema globale di preferenze commerciali (Sgpc), già sottoscritto da 43 Paesi, per ridurre le barriere tra i Paesi in via di sviluppo e costruire, come ha affermato Lula, “una nuova geografia commerciale del mondo”. All'unanimità i Paesi membri hanno ribadito la volontà di liberalizzare gli scambi interni al gruppo su una base di reciprocità e di cooperazione, invitando gli altri Paesi in via di sviluppo (e Cuba ha già annunciato la sua adesione) a partecipare all'accordo. Secondo Tradewatch, l'osservatorio sul commercio internazionale, il nuovo round negoziale dovrebbe avere inizio formalmente a novembre e concludersi nel 2006.
Che qualcosa si muova in questa direzione è sembrato confermarlo anche la riunione (svoltasi a San Paolo l'11 e il 12 giugno, immediatamente prima della Conferenza dell'Unctad) del G-77, il Gruppo dei Paesi in via di sviluppo, fondato 40 anni fa, proprio contestualmente alla nascita dell'Unctad, da 77 Paesi, oggi diventati 132, il cui scopo continua ad essere, come ha dichiarato il ministro dell'economia e del commercio del Qatar Al-Thani, quello di porre le necessità del Sud “nel cuore” dei negoziati commerciali, anche attraverso una ripresa dei prezzi delle materie prime e dei prodotti agricoli. Ne sanno qualcosa i cafetaleros che hanno protestato davanti al centro congressi in cui si svolgevano i lavori dell'Unctad con i propri muli carichi di sacchi di caffè, in rappresentanza di quei 25 milioni di coltivatori di caffè nel mondo ridotti alla fame dalla caduta libera del prezzo del prodotto e dalla crisi di tutto il settore.
Non di solo mercato
Meno ottimiste sulle prospettive del commercio Sud-Sud sono sembrate le oltre trecento organizzazioni riunite nel Forum della società civile. Secondo l'attivista boliviano Pablo Solon, la proposta di intensificare le relazioni commerciali tra i Paesi del Sud, anche riattivando il Sgpc, può cambiare la geografia, non il carattere dello scambio: l'incremento del commercio non basta ad assicurare lo sviluppo, se, come sta avvenendo in campo agricolo, ad avvantaggiarsene sono esclusivamente le transnazionali. àˆ questa, del resto, la tesi di Via Campesina (la grande coalizione mondiale di organizzazioni contadine), la cui conferenza internazionale si è svolta, negli stessi giorni, ad Itaici, nello Stato di San Paolo (v. notizia seguente): grande delusione rispetto alle posizioni tenute dai Paesi in via di sviluppo alla Conferenza dell'Unctad è stata espressa dal segretario internazionale di Via Campesina Rafael Alegràa, secondo il quale “la semplice ricerca di altri mercati non è altro che neoliberismo”.
In una dichiarazione consegnata al segretario generale dell'Onu Kofi Annan e al presidente Lula, le organizzazioni riunite nel Forum della società civile chiedono che “si respinga il ricatto finanziario, l'embargo, l'intervento militare e l'occupazione illegale da parte dei governi ricchi a nome delle multinazionali e degli investitori” e venga cancellato definitivamente il debito estero dei Paesi poveri. Grande spazio è stato riservato, durante l'incontro, al tema della democrazia: “il 'nuovo' capitalismo, globalizzato e finanziario – ha dichiarato nel suo intervento il sociologo brasiliano Chico de Oliveira – la sta riducendo a qualcosa di irrilevante per i dominatori e di inaccessibile per i dominati”: nei Paesi poveri, “le redini della politica sono passate nelle mani delle istituzioni multilaterali” e la disobbedienza alle loro regole “è punita immediatamente con la fuga dei capitali. Bastano alcune ore di riunione della direzione della Banca Centrale per annullare, attraverso l'aumento dei tassi di interesse, un anno di costruzione del bilancio al Congresso nazionale”. Così, “dribblata tutti i giorni dal capitale, la democrazia ha divorziato dalle maggioranze”: che meraviglia può destare se in un Paese come il Brasile in cui il 60% della forza lavoro è sommerso nell'economia informale, e quindi ai margini delle garanzie legali, la maggioranza non partecipi alla costruzione politica del suo futuro? “L'annullamento della democrazia da parte del capitalismo si ripercuote tra i dominati. I sindacati, i vecchi spazi di socializzazione dei lavoratori, perdono di efficacia. L'individualismo predatore che caratterizza il sistema si trasforma in una nuova forma di pensare e di relazionarsi con l'altro”.
In questo quadro, dominato dal passaggio dei poteri – dai governi alle grandi compagnie – sarebbe un grave errore, per le forze di sinistra, concentrare le proprie energie nella sola occupazione degli spazi parlamentari. Il campo di azione che si apre è vastissimo: basterebbe, secondo Chico de Oliveira, non aver paura di “inventare”, dando vita, per esempio, ad una confederazione generale delle organizzazioni popolari o a club democratici sul modello dei club giacobini della Rivoluzione Francese o anche a Comitati di cittadini per controllare la Banca Centrale. Senza dimenticare l'importanza che riveste quella “specie di assemblea dei popoli” che è il Forum Sociale Mondiale.
Be the first to comment on "I paesi poveri vanno al mercato. Il loro. I movimenti allertano: attenti al lupo!"