Le parole sono importanti

Tra le tante cose che rivorremmo indietro, e subito, e senza fare storie, ci sono le parole. Le parole con il loro senso e significato, le parole com’erano una volta: se vuoi scomode, ma chiare.

La guerra era guerra e la pace era pace, per esempio. Ora si chiama pace una cosa che sanguina e bombarda, a “far la pace” si mandano uomini armati dove altri armati stanno facendo la guerra.
Oggi quello che chiamano pace è il lavoro di fino della guerra, la sua stabilizzazione; per il lavoro grezzo ci sono i bombardamenti indiscriminati.


      Rivorremmo indietro le parole, appunto, quelle vere. La democrazia si costruisce e non si esporta. Non si carica sui bombardieri, non si addestra nella Carolina del Sud, non si lancia dai sommergibili sulle case dei civili.
Le parole hanno una loro strabiliante semplicità : quello che torna a casa nel sacco nero lo puoi chiamare patriota e anche eroe, se vuoi, ma è soprattutto un morto, dico, i parenti se ne accorgono.
Gli effetti collaterali sono una bella perifrasi, ma alla fine, vocabolario alla mano, sono morti anche loro.

     Chi fa un giornale sa che le parole non sono caramelle ” o dovrebbe saperlo. Se la guerra si chiama pace ” e se si riesce a farlo impunemente ” chi ci eviterà le guerre venture? E chi chiuderà quelle del presente?

     Ora nasce PeaceReporter. Dunque “mi dico” gli serviranno le parole. E non vorranno cadere nella trappola che “il discorso è più complesso”, perché il discorso, invece, è molto semplice e ci sono delle parole per dirlo. C’è chi stacca le gambe alla gente e chi le riattacca, chi fa uscire il sangue e chi lo tampona, chi appicca il fuoco e chi tenta di spegnerlo. E’ tanto semplice, per niente complesso.

      Sappiamo i nomi e i cognomi di chi ha fatto la guerra, di chi ha partecipato, di chi ci ha detto che serviva per battere il terrorismo, che invece è aumentato. Di chi ha detto che serviva per portare la democrazia là , e invece la democrazia è peggiorata qua. Di chi ha detto di aver vinto quando stava invece perdendo. Di chi non ci fa vedere i morti perché la morte non aiuta il marketing.

      Così ora abbiamo la guerra e la nebbia. Una nebbia di parole dietro cui si nasconde la guerra, come un sudario, come un velo: dalla bugia palese al sottile distinguo, chi gioca con le parole protegge la guerra, è suo amico, è complice. Invece le parole sono così semplici, e vere, talmente vere che chi muore non ne ha più, per sempre.

      E dunque, se serve un augurio per un nuovo giornale è semplice semplice: ridateci le parole, usate quelle più vere, non chiamate pace la guerra, perché è il modo migliore per non averne più: di pace e di parole, due cose che rivogliamo indietro, subito e senza fare storie.

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