Spinti dalle pressioni dell'urbanizzazione più o meno forzata (le megalopoli africane attirano fette crescenti di popolazione) e della globalizzazione economica (con multinazionali – anche africane – attive nel settore agroindustriale e/o nella grande distribuzione) i supermercati si diffondono anche in Africa, dove i mercatini locali rischiano quasi di diventare un'immagine stereotipata, con i loro colori, i loro suoni e la loro economia più o meno informale.
di Diego Marani
In un documento di ottobre per un seminario dell'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), Thomas Reardon (Università del Michigan) ha sostenuto che la proliferazione dei supermercati nell'Africa orientale e meridionale trasforma l'intero sistema della produzione alimentare. «I cambiamenti nell'approvvigionamento e nella distribuzione dei prodotti in Sudafrica, Kenya, Zimbabwe, Zambia, Botswana e Swaziland avranno un forte impatto sulla vita di milioni di piccoli contadini. Nonostante
l'immagine tradizionale dei supermercati come negozio della classe media, questi si diffondono sempre più nei centri urbani e perfino in quelli rurali. In Sudafrica i supermercati già incidono per più del 55% sulla vendita di alimentari al dettaglio».
Reardon ha spiegato che «negli ultimi dieci anni vi è stata un'esplosione dei supermercati nell'Africa meridionale ed orientale; in Kenya circa 200 supermercati e 10 ipermercati hanno un volume di vendite pari a circa 90mila piccoli negozi e rappresentano fino al 30% delle vendite di prodotti alimentari al dettaglio del paese».
Se il fenomeno appare inevitabile, ci potrebbero però essere alcune precauzioni per limitare i danni. «Cooperative e associazioni efficaci per far fronte a dimensioni e volumi necessari per rifornire un supermercato; credito per ottenere la tecnologia per soddisfare gli standard di qualità e sicurezza richiesti; conoscenze e informazioni per mettere i contadini in una posizione più forte in vista di negoziati complessi».
Nell'Africa rurale però i mercati servono anche, e forse soprattutto, a far incontrare le persone, a imparare il proprio ruolo nella società , a misurare il tempo, a mediare conflitti tra vicini, a cercare moglie. (Nigrizia, 3/02, dossier). Se i supermercati sono destinati a farli scomparire, che ne sarà di tutte quelle valenze sociali, se non addirittura religiose? Si continuerà inoltre ad assistere al paradosso fra ipermercati colmi di tutti i prodotti che si possono trovare in simili negozi ovunque nel mondo e milioni di africani che soffrono – chi più chi meno – la fame.
A dicembre la Fao ha pubblicato gli ultimi dati: nella regione subsahariana 23 paesi rischiano la fame, mentre altri prevedono raccolti abbondanti. Questo contrasto offrirebbe «l'opportunità di rafforzare la sicurezza alimentare mediante il commercio tra i paesi con eccedenze agricole e quelli con deficit alimentare». La Fao sollecita le grandi agenzie di aiuti umanitari a «comprare localmente» il cibo da distribuire.
Nell'Africa orientale è previsto un aumento della produzione totale di cereali; nonostante questo, in Eritrea «1,4 milioni di persone avranno bisogno di aiuti umanitari d'emergenza». Un po' meglio in Etiopia e in Sudan, mentre la guerra civile nel nord Uganda ha aumentato il numero degli sfollati e la richiesta di aiuti.
In Africa occidentale si prevede una produzione molto abbondante nel Sahel. Critica invece la situazione in Costa d'Avorio. Spostandosi a sud, in Zimbabwe manca tutto: sementi, fertilizzanti, attrezzi… Metà della popolazione (5,5 milioni di persone) ha bisogno di aiuti; così come circa 1,4 milioni di angolani (nonostante i buoni raccolti del 2003), 600mila malgasci e 660mila mozambicani (a causa dello scarso raccolto di mais).
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