Bilancio di un anno di Lula

Luiz Ignacio da Silva - LulaIl 1 gennaio del 2003 il presidente opraio si insediava a Brasilia. Analisi di 12 mesi difficili.

di Jospeh Zarlingo


Poche volte nella storia brasiliana, il giuramento di un nuovo presidente era stato seguito con tanta attenzione, apprensione e speranza. Ma il 1 gennaio 2003, quando a giurare di difendere e rispettare la costituzione brasiliana è stato Luiz Inacio da Silva, detto Lula, Brasilia era piena di giornalisti, capi di stato e rappresentanti dei governi di mezzo mondo. Tutti làƒÂ¬ per capire da che parte avrebbe tirato il vento nel più popoloso, grande e ricco paese dell'America latina.

A un anno di distanza, il giudizio sul governo Lula è ancora sospeso. Le mosse prudenti ma innovative compiute dal presidente, sia in economia che sul piano delle relazioni internazionali, fanno il paio con qualche rinvio subito dalle politiche sociali attese dal suo elettorato. Prima fra tutte, la riforma agraria. Nei primi mesi del 2003 il Movimento dos trabalhadores rurais Sem Terra (Mst) ha occupato centinaia di latifondi improduttivi, e alzato il livello della mobilitazione. L’obiettivo era quello di tenere sotto pressione il governo, perchàƒÂ© avviasse a soluzione un eclatante caso planetario di distribuzione iniqua della proprietàƒ terriera: poche famiglie di latifondisti che controllano superfici grandi come regioni italiane, e milioni di famiglie di braccianti costrette alla miseria. Solo a novembre si è arrivati a un accordo. E nel 2004 la riforma agraria dovrebbe muovere i primi passi, meno audaci di quanto i dirigenti contadini avrebbero voluto, ma abbastanza calibrati per evitare che nelle campagne scoppi un’ondata di violenza (alimentata dagli eserciti privati dei latifondisti) che potrebbe mettere a repentaglio il governo.

Gli altri programmi sociali, il piano Fame zero, il miglioramento delle condizioni di vita nelle periferie urbane, l'apertura degli impianti sportivi delle forze armate ai poveri delle favelas, procedono senza fanfare e senza intoppi. Facendo crescere il capitale politico del presidente, un po’ eroso dalle critiche di quanti, dalla sinistra del Partido dos trabalhadores (Pt) e dalle formazioni di esquerda, avevano lamentato un’eccessivo timore reverenziale verso le grandi istituzioni finanziarie multilaterali, Fondo monetario
internazionale in testa.

In molti avrebbero desiderato che Lula prendesse posizione contro il pagamento del debito estero brasiliano, o che boicottasse il vertice della Wto a Cancun, lo scorso settembre, o che disertasse il vertice di Miami, a ottobre, dove si è discusso della creazione dell'Area di libero commercio delle Americhe (Alca). Un progetto caro a Washington, ma osteggiato da ampi settori sociali dell'america di lingua spagnola e portoghese: dai contadini ai piccoli imprenditori, dagli indigeni ai sindacati.

Lula non ha rispettato queste attese e, dopo un anno, si potrebbe dire che ha avuto ragione. Il Brasile, dal vertice di Cancun in poi, si è messo alla testa della riedizione del blocco dei non allineati, aggiornato ai tempi della globalizzazione. Gli analisti di geoeconomia hanno giàƒ creato un nuovo acronimo, Bric, per indicare Brasile, India e Cina, i colossi del sud del mondo che, approfittando della debolezza degli Usa e delle miopi incertezze europee, hanno deciso di provare a spingere per una migliore distribuzione del potere mondiale. Quanto questo pragmatismo paghi, lo si è visto il 20 dicembre scorso, a Motevideo, Uruguay, al momento della firma dell'accordo di libero scambio tra i tre paesi della Comunitàƒ andina (Colombia, Ecuador, Venezuela) e i quattro del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay). àƒË† il segno dell'avanzare di un arco riformista in America latina, che poggia su Brasile e Argentina, e riesce a tenere assieme il paese più filo-statunitense, la Colombia, con quello più anti-yanqui, il Venezuela. Una forza di attrazione destinata a crescere, per includere anche la Bolivia e, forse più in làƒ , il Cile, finora l'unico paese ad aver stretto un trattato bilaterale di libero scambio con gli Usa.

Quanto in quel 1 gennaio 2003 fossero infondati i timori di un effetto Lula, che avrebbe affossato l’economia brasiliana, lo dimostra la decisione presa pochi giorni fa dal Fmi di concedere al Brasile un nuovo prestito e a condizioni più favorevoli. àƒË† forse il riconoscimento di una nuova capacitàƒ di governo e della maturitàƒ della sinistra latinoamericana. Che non ha rinunciato alla visione audace di una societàƒ meno ingiusta, ma ha capito che per ottenere dei risultati stabili e durevoli, bisogna stare alle regole del gioco neoliberista. Almeno per un po'. Almeno fino a quando la successione di piccoli passi, non diventi massa critica per una reazione positiva. Il 2004 potrebbe essere l'anno di questa reazione. Da seguire con la stessa attenzione e la stessa speranza di un anno fa.

Fonte: Lettera 22

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