I giornalisti "marchettari"

L”idea di scrivere questa lettera sui marchettari dei «grandi eventi» mi è venuta un Natale di quattro o cinque anni fa, ad Alcatraz. Sono 60 mesi circa che la rimando perché mi fa un po” schifo. Ma per scoprire le ragioni della caduta verticale del giornalismo d'inchiesta nel nostro Paese, e cominciare a comprendere perché i giornalisti ormai non rivolgono più domande imbarazzanti ai potenti, forse bisogna partire dal basso, dal primo schizzo di fango, per poi risalire sulle dorsali delle pagine della politica, della cultura e degli affari, sfidando il silenzio di casta, per invitare la categoria, grandi firme comprese, a rispondere a una domanda che mi sembra diventata nazionale e ineludibile: siamo giornalisti o accattoni?


Il primo schizzo di fango mi è arrivato in faccia casualmente un Dicembre di qualche anno fa, davanti a una macchinetta del caffè della redazione di un diffuso settimanale milanese, dove sostavo in attesa d'incontrarmi con un funzionario della casa editrice. Sento una giornalista che dice: “Il marchio Fendi è in crisi e ha ridotto la pianificazione pubblicitaria, ma nel pezzo sulla moda devo parlare della 'rinascita' di Fendi.” “Perché?” le chiede una collega. “Come 'perché'? Per Natale hanno mandato il pelliccione di visone per la moglie di Andrea.” Mi sono informato da un usciere di passaggio: la giornalista era una caporedattrice. Andrea il direttore. Quindici giorni dopo, tutti i lettori italiani avrebbero avuto un'informazione drogata: il marchio Fendi era in ottima salute. Mentre io sarei stato l'unico testimone della verità : un visone era morto per una marchetta.

Oggi, il settanta per cento degli articoli pubblicati sulle riviste, sui settimanali, e sugli inserti cellofanati dei quotidiani, è il frutto del giornalismo più accattone del pianeta. Se Royal Air Maroc ha pianificato una campagna pubblicitaria, state certi che v'imbatterete su quel settimanale anche in un servizio di moda nel suk di Marrakech o, peggio, in un servizio con firma di garanzia sulla rinascita culturale dell'ex portofranco di Tangeri. La verità è di un cinismo assoluto: gratificare l'inserzionista marocchino delle pagine pubblicitarie. Se dopo aver letto l'articolo vi catapulterete a Tangeri sperando d'incontrare Steven Spielberg o Philip Roth, scoprirete che l'unico “animale morente” è il giornalismo italiano, perché, bene che vi vada, a Tangeri potrete al massimo scambiare due chiacchiere con il fantasma di Picasso o con le ceneri di Tennessee Williams.

A proposito di suk, ce n'è uno dentro un capiente armadio grigio della giornalista responsabile dei servizi di “beauty” di un prestigioso settimanale femminile. Le grandi case dei prodotti di cosmesi le inviano quotidianamente preziose creme antirughe ed elisir di bellezza perché, dovendo scriverne, testi il prodotto e la confezione. Ho visto l'annuncio affisso sulla bacheca del corridoio Rizzoli di Milano. Quale annuncio? “Il Mercatino”. La sventurata li rivende con lo sconto, una volta al mese.

Ma il giornalista accattone non vende solo il suo articolo, è se stesso che considera una merce. Richard Branson, magnate inglese della Virgin, sono anni che affitta la sua villa-isola Necker, nell'arcipelago caraibico delle British Virgin Island, durante i dieci mesi in cui lui non la usa. Organizza il “lancio” con un viaggio stampa riunendo dieci giornalisti provenienti ciascuno da un Paese diverso (Italia, Francia, Spagna, USA, Giappone). Il trattamento che riserva induce tutti a pubblicare il più sfavillante e gratuito A.A.A. Affittasi del mondo, non fosse altro per essere invitati una seconda volta. Si viene prelevati in limousine da uno dei suoi alberghi di Londra, non prima di aver diligentemente compilata una carta di “courtesy on board” dove si precisa se durante il volo (Londra – Caraibi) si preferisce il massaggio, il pedicure o il bagno turco. Si viaggia in “upper class”, indossando un comodo kimono da viaggio; c'è una hostess ogni 2 giornalisti, il pranzo à la carte con chef a bordo, servito alle sole 10 poltrone che occupano l'intero piano alto del jumbo. Si arriva ad Antigua e da qui a Necker in 20 minuti di elicottero.

La villa della sua isola privata è in stile balinese, una ventina di camere da letto. Ogni sera sul cuscino il giornalista trova in regalo un oggetto in argento. L'affitto dell'isola-bunker è di 30 mila euro al giorno, staff compreso. Quasi due miliardi di vecchie lire al mese, che per dieci mesi d'affitto fanno venti miliardi, quindi non preoccupatevi per le finanze di Richard Branson: l'elemosina ai giornalisti ci sta tutta. A Necker hanno soggiornato Spielberg, Madonna, Jack Nicholson… e Maria Rossi, inviata di Traveller o delle “vacanze intelligenti” de L'Espresso. Al ritorno a casa, dopo un mese, le sarà recapitata una cassa di bottiglie di champagne, etichetta “Epernay for Necker Island”. Che male fa un giornalista ad accettare un invito così? Nessuno, credo. Purché stracci la tessera professionale e s'iscriva alla Camera di Commercio.

Almeno una volta a settimana, i giornalisti più accattoni della terra si scaraventano a qualche conferenza stampa organizzata da griffe della moda, enti del turismo stranieri, compagnie aeree, purché il buffet sia garantito e il gadget assicurato. All'evento velico-mondano dell'anno, le Regate Ermengildo Zegna di Portofino, la prima cosa che un giornalista chiede in sala stampa, è: “C'è la maglia?” (Il pullover Zegna dell'ultima collezione in regalo). Ma il più trepidante affollamento di firme e firmette mi è stato segnalato in occasione della conferenza stampa del Tahiti Tourism Office, a Milano. C'erano giornalisti che non erano mai saliti su un aereo, redattrici che non avevano mai scritto una riga di turismo. Il dono all'uscita era una “Pinctada margheritifera”, la perla nera delle isole Tuamotu. Ci sono stato laggiù, un decennio fa, a smaltire una sbornia di libri su Gauguin. Pagai quella perla, sul posto, il corrispettivo di 400 euro di oggi. Delle due l'una: o il mio pescatore polinesiano era ladro, oppure i giornalisti italiani hanno occhi di lince.

Adesso non so dirvi, fratelli, se inserire a calci il Forte Village di Cagliari in un'inchiesta sulle cinque beauty farm più esclusive della terra, solo perché il direttore e la moglie hanno un invito a trascorrere le ferie gratis in Sardegna (massaggi anticellulite compresi), costituisca un danno irreparabile per la libertà di stampa e, soprattutto, per il diritto dei lettori italiani a essere informati senza marchette di mezzo. Quel che mi sembra inoppugnabile è che fra i Barzini, gli Afeltra, i Montanelli e questa “razza scroccona” c'è un abisso, non fosse altro di stile.

Bisogna colmarlo con giovani giornalisti dalle mani libere. Perché si comincia con la sciarpa di Fendi e la bocca piena di salatini, e si finisce con il perdere la faccia e il coraggio d'interrompere il presidente del consiglio in conferenza stampa. Il “conflitto d'interessi” è l'Aids nazionale. Se anche il più periferico giornalista d'Italia non si accorge di averlo contratto e non se ne cura, questo Paese, mi duole dirlo, ma ha il premier che si merita.

Be the first to comment on "I giornalisti "marchettari""

Leave a comment