Sapevano che in Rwanda gli estremisti hutu stavano per massacrare i tutsi. E che per impedirlo bastava aumentare i caschi blu e requisire le armi. Ma, nel '94, le Nazioni Unite non fecero nulla di tutto ciò. In un libro denuncia, la storia di un genocidio che si poteva evitare.(di Daniele Scaglione, ex presidente di Amnesty International Italia)
Il 7 maggio 1998, sedici mesi dopo essere diventato segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan si recò in Rwanda. Visitò diversi “luoghi della memoria” dove erano esposti i resti delle vittime del genocidio 1994, poi si recò in parlamento. «La tragedia del Rwanda fu la tragedia del mondo – disse ai parlamentari – Guardando indietro vediamo segnali che allora non fummo in grado di interpretare […]. Non possiamo negare che, nell'ora della necessità più urgente, il mondo abbandonò il popolo rwandese».
Le responsabilità di Annan
Secondo Annan, l'Onu non aveva saputo «salvare il Rwanda da se stesso». Colpa grave, ma anche l'unica che abbia ricordato: nessuna menzione, ad esempio, delle responsabilità dei paesi che armarono i genocidi. Le istituzioni di Kigali reagirono con rabbia. Un portavoce del presidente Bizimungu definì il discorso del segretario Onu «arrogante, insultante, insensibile». Alla sera, lo stesso Bizimungu rifiutò di cenare con Annan.Il 10 gennaio di quattro anni prima, il colonnello Luc Marchal e Jean Pierre Twasintze si erano incontrati a Kigali. Il primo era vice comandante del contingente di caschi blu giunto in Rwanda a novembre. La forza multinazionale doveva favorire il processo di pace tra il governo hutu e il Fronte patriottico rwandese, a prevalenza tutsi. Il secondo era un leader delle milizie interahamwe agli ordini degli estremisti hutu che stavano pianificando lo sterminio di tutsi e hutu moderati. Jean Pierre non condivideva il progetto. Offrì così ai caschi blu la sua collaborazione: se avessero garantito a lui e alla famiglia protezione adeguata, li avrebbe aiutati a requisire un ingente quantitativo di armi destinate ai miliziani. Il generale Romeo Dallaire, capo dei soldati Onu, inviò subito un fax a New York, informando i capi della sua intenzione di requisire le armi. La risposta – firmata da Kofi Annan, allora responsabile del dipartimento per le operazioni di peacekeeping – giunse a Kigali altrettanto celermente: «generale, quello che lei ha in mente di fare cade al di fuori del mandato della sua missione». A Dallaire fu proibita qualsiasi iniziativa, così come gli furono negati i supporti e i rinforzi che chiese ripetutamente. Il generale era conscio delle gravi tensioni in Rwanda e del rischio di un massacro incombente, pericolo paventato anche da altre fonti, come i servizi segreti belgi e la Cia.
Un genocidio evitabile
Ma le Nazioni Unite, tanto negli organismi politici come il Consiglio di sicurezza, quanto nei dirigenti come il segretario generale Boutros Ghali e il suo vice Kofi Annan, non avevano alcuna intenzione di investire altre risorse nel piccolo paese africano. Gli estremisti hutu l'avevano capito e confidavano nella possibilità di far andar via anche quei pochi e male armati militari della forza multinazionale. Il 7 aprile 1994, poche ore dopo l'attentato in cui furono uccisi il presidente rwandese Habyarimana e quello burundese Ntaryiamira, l'esercito del Rwanda uccise 10 caschi blu belgi che scortavano il primo ministro, la hutu moderata Agathe Uwilingiyamana. Il Consiglio di sicurezza iniziò a discutere del ritorno a casa della forza multinazionale.Dallaire, appena fu certo che l'attentato era il segnale d'inizio del genocidio, chiese 5 mila militari ben armati. Pensava che sarebbero bastati per creare zone di sicurezza dove proteggere i civili. Un gruppo di esperti composto da universitari e alti ufficiali dell'esercito Usa, nell'aprile '98, poco prima che Annan si recasse a Kigali, analizzò l'ipotesi di Dallaire e gli diede ragione: se in Rwanda fossero stati inviati 5 mila soldati – conclusero – il genocidio si sarebbe potuto fermare, evitando l'uccisione di mezzo milione di persone in tre mesi e l'esodo di oltre un milione di hutu in Zaire orientale (uno dei fattori scatenanti la cosiddetta “guerra mondiale africana” che, con tre milioni di morti, continua ancora nel 2003).Ma, due settimane dopo l'attentato, il Consiglio di sicurezza ridusse il contingente in Rwanda da 2500 a 250 militari. Dallaire informò i suoi uomini, chiedendo a chi se la sentiva di non tornare a casa. Rimasero in quattrocento, per lo più ghanesi e tunisini.
Aiuti “mediatici”
Tra il 7 e il 10 aprile '94, in Rwanda arrivarono effettivamente dei militari occidentali: francesi, statunitensi, belgi, italiani. Recuperarono gli stranieri residenti nel paese e qualche rwandese compromesso con il regime del presidente ucciso, e ripartirono. Ai caschi blu fu ordinato di aiutarli a imbarcare gli occidentali sugli aerei. Un paio di mesi dopo gli italiani tornarono, prelevarono qualche centinaio di bambini e li portarono all'aeroporto romano di Ciampino, dove ad attenderli vi erano la presidente della Camera Irene Pivetti, la presidente della Croce Rossa Italiana Maria Pia Fanfani e un bel po' di telecamere. I giornalisti scortarono in massa anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che qualche ora dopo visitò i bimbi ricoverati nell'ospedale del Celio. Fu un'operazione in contrasto con le raccomandazioni dell'Unicef, e con il lavoro delle organizzazioni che salvarono sul posto decine di migliaia di bambini fornendo loro rifugio e cure sanitarie, restituendoli infine ai famigliari sopravvissuti. I bimbi giunti in Italia, nonostante le richieste dei parenti, non furono mai rimpatriati.
Il Rwanda di Kagame
Oggi il presidente del Rwanda è Paul Kagame, il generale che nel '94 guidò l'esercito del Fronte patriottico rwandese alla vittoria contro il governo degli estremisti hutu. Il Fronte commise gravi crimini di guerra e contro l'umanità , ma di fatto la sua vittoria segnò la fine del genocidio. Il regime di Kagame oggi non garantisce né la fine della violenza né i basilari diritti civili. La situazione carceraria è spaventosa, la tortura è diffusa, le uccisioni e le sparizioni sono migliaia ogni anno. I nemici politici come Pasteur Bizimungu, primo presidente del dopo genocidio, vanno in galera. Le parole d'ordine, per chi governa in Rwanda, sono “sicurezza” e “stabilità politica”, nel cui nome sembra tutto giustificabile. Molti artefici del genocidio del '94, insediatisi nei campi profughi dello Zaire orientale, sono ancora vivi e continuano ad attaccare. L'obiettivo di smantellare le loro strutture, oltre al desiderio di controllare una delle zone più ricche al mondo di risorse naturali, ha spinto il Rwanda all'azione militare che prima fece cadere il regime di Mobutu, e poi determinò la “guerra mondiale africana”.
E l'Onu sta a guardare…
L'Onu si è limitata a istituire una missione di osservatori militari (Monuc) troppo debole per fare qualcosa di concreto in difesa dei civili. Solo il 30 maggio scorso il Consiglio di sicurezza ha approvato l'invio di una missione autorizzata a usare la forza per difendere i civili e consentire il dispiegamento degli aiuti umanitari. Per la prima volta nella storia si è fatta avanti l'Europa, che ha inviato un contingente di 1.500 militari. Pochissimi, ma la scelta in sé è condivisibile.Romeo Dallaire è stato costretto a uscire dall'esercito canadese nell'aprile 2000. Continua a sottoporsi alle cure dei terapisti per superare lo choc dell'esperienza in Rwanda. àˆ un'ipotesi, ma forse il suo disagio è dovuto non tanto all'aver assistito a crimini spaventosi quanto al sapere che, con un modesto rinforzo, quei crimini li avrebbe potuti fermare. Chi gli ha negato gli aiuti – Boutros Ghali, Kofi Annan, i capi delle diplomazie francese, statunitense e di altri importanti paesi nel Consiglio di sicurezza – ha invece fatto carriera e non sembra avere particolari rimorsi.Se avesse voluto, l'Onu avrebbe potuto evitare l'evento più drammatico della seconda metà del Novecento. Ma i suoi dirigenti hanno compiuto scelte sciagurate. Le Nazioni Unite sono un'organizzazione indispensabile, più che mai necessaria in questi tempi. Ma devono cambiare, in primo luogo nel saper evidenziare le responsabilità individuali, nel sanzionare almeno sul piano politico chi commette errori gravi come quello di non fermare un genocidio, pur potendolo fare. Senza questo cambiamento, ogni altra riforma è destinata a fallire.
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