L”entrata in vigore del Protocollo è legata alla ratifica della Russia. Ma ci sono ancora dubbi sulla realizzabilità degli obiettivi.
(di Riccardo Cascioli)
E' un Protocollo con tante spine quello firmato a Kyoto nel 1997 e ancora in attesa di entrare in vigore. Non solo non è stato raggiunto il numero di ratifiche necessarie (servono 55 Paesi che abbiano almeno il 55% di peso inquinante») ma anche chi più di ogni altro spinge per l”attuazione del Protocollo in realtà non riesce a rispettare il programma di riduzione di emissione dei gas serra. àˆ il caso dell”Unione europea, il cui commissario all”Ambiente Margot Wallstrom ha recentemente strigliato i dieci Paesi su 15 (tra cui l”Italia) che sono ancora ben lontani dagli obiettivi dichiarati. Addirittura, nel 2000 e 2001 nell”Ue c”è stato un aumento delle emissioni (+1%).
àˆ una situazione destinata ad accrescere le obiezioni di quanti sostengono che il Protocollo di Kyoto ponga degli obiettivi in realtà irraggiungibili e sia dannoso per le economie nazionali. Inoltre è sempre più nutrito il numero di esperti che ritiene che il Protocollo sia basato su dati scientifici tutti da verificare, fra cui la relazione stessa fra «gas serra» e aumento della temperatura terrestre.
Stati Uniti. L”amministrazione Bush è la capofila dell”opposizione al Protocollo, malgrado gli Usa siano considerati il «Grande inquinatore», con il 36% delle emissioni totali nel mondo. Ma quella americana è anche l”economia che produce la maggiore ricchezza nel mondo e il governo sostiene che Kyoto significherebbe affossare questo «motore». Bush comunque ha proposto in marzo un piano alternativo in cui si impegna a una riduzione delle emissioni legata all”andamento del Pil e comunque su base volontaria, che va incentivata con sgravi fiscali.
Russia. La decisione di Mosca è diventata cruciale per l”entrata in vigore del Protocollo, ma Putin è preso tra due fuochi. Il paradosso è che la Russia, a causa del suo tracollo economico, ha già ridotto le emissioni di gas serra del 40% rispetto al 1990, ovviamente questo non è un bel segnale. Perciò c”è chi teme che un impegno preciso vanifichi gli sfo rzi per una ripresa economica, e chi vede invece nella possibilità di commerciare le quote previste dal Protocollo una possibilità di rimettere in sesto i bilanci statali.
Cina e India. Fanno parte dell”elenco dei Paesi in via di sviluppo a cui non è richiesta un”immediata riduzione delle emissioni, ma rappresentando il 35% dell”intera popolazione mondiale con delle economie nazionali in rapida crescita, in pochi anni le loro emissioni di gas serra potrebbero compensare le riduzioni compiute dai Paesi sviluppati.
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