Il prezzo del caffé


Se il caffè equo fa passare la fame, quello tradizionale invece la fa venire. Oggi più che mai. Il prezzo internazionale di questo prodotto è crollato a spirale e oggi ha raggiunto i livelli più bassi degli ultimi 40 anni: dal 1980 all”inizio del 2002 è diminuito di circa il 70%. Il prezzo della qualità arabica è arrivato a 40 dollari per cento libbre, meno della metà dei costi medi di produzione, che si aggirano sui 90 dollari [per avere un”idea: il commercio equo paga più di tre volte tanto, 141 dollari per 100 libbre]. Nei primi anni Novanta, il valore commerciale globale del caffè era di circa 30 miliardi di dollari, di cui 12 miliardi rimanevano ai paesi d”origine; tra il 2000 e il 2001 era arrivato a 65 miliardi, di cui solo 5,5 miliardi restavano ai paesi produttori. Oxfam International lancia una campagna per invertire questo

Alcuni paesi del Sud del mondo dipendono pesantemente dalle esportazioni di questa materia prima: per l”Etiopia, il Burundi, l”Uganda e altri rappresenta oltre la metà delle entrate da esportazione. Si tratta quasi esclusivamente di paesi poverissimi e altamente indebitati, quindi con un potere contrattuale pressoché nullo. Dall”altra parte ci sono poche grandi, compagnie [sei società transnazionali, Nestlè, Starbucks, Kraft, Sara Lee, Procter & Gamble e Tchibo. controllano oltre la metà del mercato mondiale] che dettano legge sui prezzi. Il costo del caffè al bar e al supermercato non è certamente diminuito, come ben sanno i consumatori, nonostante il crollo del prezzo della materia prima, e questo significa una cosa sola: che i giganti della tazzina stanno approfittando della situazione per ricavarne guadagni sempre più alti. Nel 2001 i profitti di Nestlè sono cresciuti del 20%, Starbucks tra il “97 e il 2000 li ha triplicati.

Speculazioni e ricette ultraliberiste

Intanto i paesi produttori, intrappolati dal debito, continuano a subire le ricette del Fondo Monetario internazionale, che con i suoi piani di aggiustamento strutturale li obbliga a riforme strutturali dell”economia a uso e consumo dei paesi più potenti:produrre soprattutto per l”esportazione sfruttando senza limiti le risorse naturali, bloccare i salari, svalutare la moneta, tagliare le spese sociali, privatizzare tutto il possibile e così via. Dal 1989 inoltre il prezzo del caffè è stato liberalizzato [in precedenza i paesi produttori aderivano in gran parte all”ICO, un organismo che regolamentava la produzione per l”esportazione], a causa della concorrenza tra i produttori stessi, ma anche delle pressioni di alcuni paesi importatori, tra cui gli Usa. Oggi il prezzo internazionale di questo prodotto è oggetto di speculazioni che lo rendono estremamente instabile. In più il mercato è stato invaso dal caffè prodotto dal Vietnam e dall”aumento di quello prodotto in Brasile, che ha ulteriormente aggravato l”eccesso di offerta.

Crisi e repressione

Le conseguenze di questa situazione sono pesantissime lavoro minorile, salari miserabili, disoccupazione, repressione dei sindacati nelle piantagioni; sia i braccianti che i piccoli contadini e le loro famiglie soffrono di malnutrizione [si parla addirittura di bambini morti di fame], non possono accedere alla scuola e ai servizi sanitari e molto spesso sono costretti ad abbandonare le terre per ingrossare le file dei favelados o emigrare, oppure a passare a colture illegali ma più remunerative, come la coca e l”oppio. Nel solo Messico la crisi colpisce 285mila piccoli produttori e 3 milioni di braccianti, che in gran parte cercano di emigrare negli Stati Uniti, spesso lasciandoci la vita. Ed è dell”agosto scorso la notizia che in Honduras – dove un milione di persone vive di questo prodotto – una manifestazione pacifica di piccoli produttori di caffè che protestavano control il crollo dei prezzi e chiedevano un impegno del governo per i propri diritti è stata repressa con violenza dalla polizia [100 feriti e 900 arresti, tra cui vari dirigenti sindacali], anche se alla fine i manifestanti hanno raggiunto almeno in parte i loro obiettivi. Secondo il Wall Street Journal, ‘il collasso dei prezzi internazionali del caffè colpisce, si stima, circa 125 milioni di persone, provocando fame, disoccupazione e migrazioni’.

Che fare, dunque?

Nel settembre scorso l”ong Oxfam International ha deciso di affrontare una situazione che non fa che aggravarsi e ha lanciato una campagna internazionale per ottenere misure per la riduzione della produzione, accompagnata da un miglioramento della qualità del caffè, e la stabilizzazione dei prezzi, per scoraggiare speculazioni e pratiche inique nella fissazione dei prezzi, per il sostegno ai piccoli contadini nel diversificare le produzioni agricole, per la promozione del consumo critico e del commercio equo, per il divieto delle manipolazioni genetiche sul caffè. Particolare impegno viene chiesto ai governi dei paesi consumatori, soprattutto nel sostenere l”ICO e la regolamentazione della produzione e dei prezzi, nell”aiutare i paesi produttori a sviluppare qualità pregiate di caffè, produzione biologica e così via. Si chiede anche di introdurre una minima tassa per scoraggiare le speculazioni sul prodotto, costituendo con il ricavato un Fondo per il caffè.

E i consumatori? Possono scegliere, come sempre, e far sentire il peso delle loro scelte. Per esempio consumando solo caffè equo e solidale, informando amici e conoscenti del sistema iniquo e perverso che sostengono inconsapevolmente bevendo caffè ‘di marca’ e magari facendo pressioni perché il bar sotto casa adotti, invece del solito Lavazza, il caffè Uciri, e perché il supermercato all’angolo si rifornisca anche delle marche ‘solidali’. E poi facendo pressione sul governo perché si impegni realmente a migliorare le condizioni di vita dei piccoli produttori di caffè. E, infine, scrivendo ai giganti del settore. Per informazioni e per aderire all”appello, raccogliere firme, scrivere alle grandi imprese del settore: www.maketradefair.com, www.altromercato.it, info@altromercato.it

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