Dall’Argentina all’Uruguay, il continente vive una delle più acute crisi di tutti i tempi. Le cause? Il neoliberismo spinto degli anni ’90, dicono alcuni studiosi. L’incapacità dei governanti, sostengono altri. Intanto il ‘contagio’ si estende, il 40% della popolazione vive in estrema povertà . E il 2003 potrebbe essere un anno catastrofico.
di Nadia Fossa e Geralda Privatti
da San Paolo
‘Agli inizi degli anni ’90 si pensava che la liberalizzazione economica avrebbe portato risultati positivi in America Latina. In realtà , in alcuni paesi come il Brasile o l’Argentina, non ha fatto altro che indebolire la struttura economica. Il debito pubblico, fatto lievitare per frenare l’inflazione, attrarre capitali esteri e mantenere la stabilità , a lungo andare ha fatto collassare l’economia’.
Sono le parole del professore brasiliano Tullo Vigevani, specialista in economia dell’America Latina e vicepresidente del Centro di studi e cultura contemporanea [Cedec], che, senza mezzi termini, giudica negativamente i cosiddetti ‘anni della ripresa’ sudamericana, cioè gli anni ’90, a base di ricette neoliberiste. Il continente sud americano arrivava da quello che è stato battezzato il ‘decennio perso’, dal 1980 al 1990, nel quale diversi paesi avevano dichiarato la sospensione del pagamento del debito estero. Le ricette degli economisti della Scuola di Chicago sembravano l’unica via percorribile, e il neoliberismo è dilagato per il continente per oltre un decennio. Risultato? L’America Latina è entrata nel XXI secolo segnata da agitazioni sociali, un drammatico aumento della disoccupazione e un impoverimento generalizzato della popolazione.
Tristi percentuali
I dati della Commissione economica per l’America Latina e Caraibi [Cepal], indicano che il 40% della popolazione sudamericana vive in situazione di estrema povertà . Nell’ultimo Rapporto della Banca interamericana per lo sviluppo [Bid, 2001] si legge che ‘la crescita economica della regione negli anni ’90 è stata mediocre. La concentrazione della ricchezza è aumentata in maniera esponenziale e oggi 170 milioni di latinoamericani vivono con meno di due dollari al giorno’.
Ma c’è di peggio: le aspettative per i prossimi mesi non fanno presagire nulla di buono. Sempre la Cepal ha previsto, per la fine del 2002, una contrazione del mercato. La regione crescerà in media non più dell’1%, a causa del trend decisamente negativo di Venezuela, Uruguay, Paraguay e Argentina [i paesi più colpiti dalla recessione] e quello moderatamente positivo di Brasile, Messico, Cile, Perù, Colombia, Ecuador e Bolivia. Secondo la Cepal e la Banca mondiale, nonostante la penuria di risorse economiche, negli anni ’80 e ’90 il continente, per cercare di appianare il suo debito, ha già versato ai creditori l’esorbitante cifra di 1,4 mila miliardi di dollari americani.
La teoria
Forse che l’America Latina sta camminando verso un altro ‘decennio perso’?
Per dare una risposta bisogna analizzare ciò che è stato. Per molti analisti la ricetta neoliberista, quella che, per intendersi, ha partorito il tristemente famoso Piano Cavallo in Argentina e il Piano Real in Brasile, presenta caratteristiche simili in tutto il continente. Il modello prescrive la parità delle monete locali con il dollaro, e l’apertura totale dei mercati. Il primo effetto è generare la caduta dell’inflazione, l’ingresso di capitale straniero, incluso quello speculativo, e l’aumento delle importazioni. Segue una generale deregulation dell’economia e la privatizzazioni delle aziende statali.
Negli anni ’90, l’idea alla base di questa dottrina neoliberista era che il libero mercato avrebbe ‘fatto miracoli’, senza che i paesi avessero bisogno di preoccuparsi dei programmi sociali, della ridistribuzione dei redditi o di un piano strutturale di sviluppo. Si è assistito a un progressivo smantellamento dello Stato inteso come realtà responsabile della pianificazione nazionale. Sarebbe bastato, si pensava, che i governi creassero le condizioni per ricevere gli investimenti stranieri e questo avrebbe portato sviluppo.
La pratica
In realtà , le conseguenze di tale politica in America Latina sono tristemente note e visibili a tutti: bassissima crescita economica, aumento del debito interno ed estero, smantellamento dell’apparato produttivo pubblico, con successivo trasferimento del reddito del settore pubblico al settore privato e del settore produttivo a quello finanziario, aumento della disoccupazione e caduta della capacità produttiva dei lavoratori. E, di conseguenza, peggioramento delle condizioni sociali, aumento della povertà e crescita di criminalità e violenza. Secondo Vigevani, l’errore è stato adottare il modello neoliberista in modo indiscriminato. ‘La globalizzazione e l’apertura del mercato – sostiene il professore – non impediscono che lo Stato possa mantenere strumenti di controllo. Questo accade negli Usa e in Europa, dove esistono forme di intervento pubblico diretto. Persino in Asia paesi come Corea, Taiwan e Cina attuano forme di intervento pubblico nell’economia’. I difensori del neoliberismo sono di tutt’altro parere. Argomentano che l’insuccesso neoliberista in Sud America si deve agli errori nell’esecuzione dei singoli progetti statali. La soluzione, secondo questi ultimi, non può che essere quella di applicare le stesse politiche con più vigore, anche se nell’immediato significherebbe più recessione, altri tagli alla spesa pubblica, riduzioni di stipendi e pensioni, il tutto per contenere il deficit pubblico.
G-7, Fondo monetario internazionale [Fmi], Organizzazione mondiale del commercio [Omc] e Banca mondiale, dal canto loro, sostengono che i paesi in via di sviluppo non hanno competitività sufficiente per opporsi all’apertura commerciale e finanziaria da loro stessi voluta.
Il giogo dell’Fmi
Allo scoppio della crisi argentina, l’Fmi si è immediatamente dimenticato delle lodi che in passato aveva fatto alla conduzione della politica economica del paese. Le sue pretese nei confronti dell’Argentina si fanno sempre più pesanti, con la minaccia di sospensione dei crediti per l’esportazione, dell’abbandono delle banche e aziende straniere installate nel paese e il rifiuto di qualsiasi prestito, finché l’Argentina non accetti di adottare un nuovo programma dell’Fmi, anche se, secondo l’economista Joseph Stiglitz, premio Nobel lo scorso anno, ‘l’America Latina per riprendersi dovrà rifiutare alcune politiche del Fondo monetario’.
Per il sociologo brasiliano Hélio Jaguaribe, l’Fmi nella crisi argentina ‘è assurto a difensore dei creditori internazionali e dei paesi ricchi, a costo di aumentare l’impoverimento del paese’.
E mentre la discussione pro o contro il neoliberismo continua, la situazione della popolazione in Argentina, il paese più colpito dalla crisi del continente, peggiora di giorno in giorno. Il peso ha perso il 75% del suo valore rispetto al dollaro. La disoccupazione è balzata al 23%. Almeno 100 mila negozi sono falliti fra gennaio e agosto e le previsioni dicono che altri 60 mila chiuderanno nel 2003.
Nonostante questa situazione terribile, l’Argentina dovrà pagare 8.976 miliardi di dollari americani a Fmi, Banca mondiale e Banca interamericana per lo sviluppo, nei primi tre mesi di quest’anno. Fino alla fine del 2003 dovrà sborsare la bellezza di 15.433 miliardi di dollari americani.
Il gigante brasiliano vacilla
Il Brasile, altro paese interessato da iniezioni di neoliberismo, nel ’99 ha preso una saggia decisione oggi riconosciuta dagli analisti economici di tutto il mondo: non adottare la parità della moneta con il dollaro. Il governo brasiliano ha infatti deciso di lasciare il cambio flessibile, con la conseguente svalutazione del real. Al contrario dell’Argentina, che ha tanto insistito nel tentativo di avere una moneta forte perdendo competitività e impoverendosi, il governo di Lula si trova oggi in una situazione leggermente migliore, che ha permesso alla sua economia di non crollare.
Nonostante questo, il Brasile continua ad essere molto lontano dal sogno del vecchio presidente Fernando Henrique Cardoso, che voleva trasformare il G-7 in G-8, con l’ingresso del paese nel ‘club dei paesi più ricchi’. Il Brasile oggi presenta infatti indicatori sociali molto prossimi a quelli dello Zambia e della Somalia per quanto riguarda l’Indice di sviluppo umano [Idh]. Rispetto al Brasile, nei due paesi africani c’è meno analfabetismo, meno disuguaglianza sociale, meno miseria, meno fame e meno violenza. A San Paolo, la più grande e ricca regione del Brasile, la disoccupazione è ormai al 20,4%, e la mancanza di lavoro spinge gli stipendi al ribasso, provocando una reazione a catena che produce povertà .
Globalizzazione della crisi
In Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay la situazione è la medesima: svalutazione della moneta locale, fuga degli investitori esteri e instabilità del sistema finanziario. L’Uruguay, considerato fino a tre anni fa uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, con uno dei più alti redditi pro capite della regione, una delle più basse tassazioni e una forte tradizione nel sostenere programmi sociali, si trova oggi in serie difficoltà . Con tre milioni e mezzo di abitanti, disoccupazione al 16% e previsione di caduta verticale del Pil nel giro di un anno, è stato il paese che più ha sofferto del contagio argentino [il 33% dei capitali depositati nelle banche, di proprietà di cittadini argentini, sono stati ritirati], e si trova sull’orlo del collasso economico. Il Paraguay non se la passa meglio: affronta oggi un aumento esponenziale della povertà e della disoccupazione ed è alla quarta crisi del sistema finanziario locale [dal ’95 a oggi]. La nuova crisi economica ha portato il paese a una grave crisi istituzionale, con conflitti armati e minaccia di destituzione del presidente.
La responsabilità dell’epidemia è da attribuirsi al Mercosur, il trattato economico tra gli Stati del Sud America che ha legato a filo doppio le economie nazionali. Da gennaio a luglio, le esportazioni del Brasile verso gli altri tre paesi del blocco sono cadute del 58,6% rispetto allo stesso periodo del 2001. In generale, il commercio fra i paesi del Mercosur è sceso da 18,6 miliardi di dollari americani nel l997 a 13,4 nel 2001.
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