Cattive acque


2003: Anno Internazionale dell’Acqua per le Nazioni Unite. Sete per un miliardo e mezzo di persone. Mentre l’emergenza acqua diventa endemica in un terzo del pianeta, la strategia di risposta internazionale sembra quella della privatizzazione. Che taglia via definitivamente i poveri.

di Emanuele Fantini

2003: per le Nazioni Unite è l’Anno Internazionale dell’Acqua dolce. Per il miliardo e mezzo di persone che non hanno accesso a una fonte sicura d’acqua potabile sarà l’anno della svolta? Già nel 2000 i capi di Stato si erano impegnati, con la Dichiarazione del Millennio, a dimezzare entro il 2015 il numero degli assetati del pianeta. ‘Anche se questo obiettivo venisse rispettato – sottolinea Peter Gleick del Pacific Institute di Oakland [California], uno dei maggiori esperti internazionali di problematiche idriche – nei prossimi due decenni rischierebbero comunque di morire fino a 76 milioni di persone, a causa di malattie legate all’acqua che si potrebbero facilmente prevenire’.
Oggi si riparte da una pesante eredità , quella lasciata dai deludenti risultati del vertice di Johannesburg [vedi VpS ottobre 2002]: Dichiarazione Finale e Piano d’Azione brillano per l’assenza di impegni concreti con precise scadenze temporali, e per il fatto di declassare l’acqua da diritto umano fondamentale a semplice bisogno. ‘A Johannesburg sono state confermate le premesse per lo sfruttamento economico dell’acqua’ afferma Riccardo Petrella, animatore della Campagna per il contratto mondiale dell’acqua. Le risorse da investire per raggiungere gli obiettivi della Dichiarazione del Millennio sono significative ma non impossibili. Secondo Gleick, si tratta di aumentare la spesa mondiale nel settore idrico di circa un terzo, cioè di almeno 25 miliardi di dollari l’anno. Una cifra ragionevole, soprattutto se si considera che l’incremento del budget militare americano per il 2003 è stato di 48 miliardi [arrivando alla spesa totale record di quasi 380 miliardi di dollari]. Ma, soprattutto, una cifra nettamente inferiore a quanto si spende oggi per porre rimedio alla penuria d’acqua: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità , i morti per carenza d’acqua si attestano tra i 15 e i 30 mila al giorno.

Fatturati miliardari
Ma i soldi continuano a non saltare fuori, e così l’idea, ribadita ancora a Johannesburg, è quella di coinvolgere i capitali privati nella gestione dei servizi idrici. Ma come si fa a privatizzare un bene comune essenziale alla vita umana? In Inghilterra lo Stato ha ceduto ai privati la proprietà della risorsa stessa, ma nella maggior parte dei casi la formula che privilegiata è stata quella della ‘gestione delegata’, applicata in Francia da più di un secolo. L’acqua resta formalmente in mano pubblica, mentre la sua gestione viene affidata ai privati con concessioni decennali. Dimenticando, però, che chi organizza e dispone della distribuzione, di fatto esercita un controllo strategico sulla risorsa. E difatti negli Stati Uniti, dove la fornitura dell’acqua è ancora assicurata dall’amministrazione pubblica, numerosi movimenti di cittadini e consumatori si sono opposti all’ingresso dei privati nella gestione delle loro reti idriche. Agli occhi degli statunitensi, i grandi gruppi multinazionali del settore, oltre a voler lucrare sulle loro acque, hanno il difetto di essere tutti europei. Le principali multinazionali dell’acqua, Suez-Lyonnaise des Eaux e Vivendi-Generale des Eaux, sono infatti di origine francese e hanno sfruttato proprio il know-how appreso in più di un secolo di gestione dei sistemi idrici transalpini. Oggi sono i leader di un mercato in rapida espansione: Vivendi e Suez hanno ottenuto la concessione dei servizi idrici di un centinaio di grandi città e oggi forniscono l’acqua a 250 milioni di persone nel mondo, mentre nel 1980 erano solo 100.000. Il fatturato annuo del settore è di 400 miliardi di dollari, circa il 40% del fatturato del settore petrolifero, ma un terzo di più del settore farmaceutico.

Sollevazioni popolari
In molti casi le promesse del libero mercato si sono rivelate soltanto miraggi. Le tariffe non sono affatto diminuite per effetto della libera concorrenza. Anzi, i servizi idrici, per la loro stessa natura, continuano a essere forniti in regime di monopolio e i gestori privati, che ottengono concessioni pluridecennali, operano di fatto al riparo da ogni concorrenza. Mentre le bollette sono aumentate vertiginosamente.
àˆ stato così, ad esempio, nella città di Tucuman, in Argentina, dove dopo l’arrivo di Vivendi il prezzo dell’acqua è raddoppiato, spingendo la popolazione a praticare lo sciopero della bolletta. Ma il caso più eclatante resta quello di Cochabamba, la terza città della Bolivia, dove, su pressione della Banca mondiale, la gestione dell’acqua era stata affidata con una concessione trentennale a un consorzio di multinazionali statunitensi ed europee, la cui quota di maggioranza relativa è del gruppo americano Becthel. Dopo pochi mesi di gestione da parte dei privati, i prezzi dell’acqua sono saliti alle stelle, provocando proteste e scontri in piazza, con centinaia di feriti e anche un morto. Il governo si è visto costretto a revocare la concessione ai privati, che l’anno scorso gli hanno fatto causa presso un collegio arbitrale interno alla Banca mondiale. Nelle prossime settimane il tribunale, le cui udienze e documenti non sono pubblici, dovrebbe emettere la sentenza. Per molti osservatori, si tratta di un esempio significativo e al tempo stesso allarmante di come potrebbe funzionare la futura Area Americana di Libero Scambio fortemente voluta dall’amministrazione Bush, e dei rischi che si corrono nel considerare l’acqua una merce sottomessa alle sue regole. Non è un caso che quella della privatizzazione dell’acqua di Cochabamba sia stata classificata tra le notizie del 2001 più ignorate, ovvero sottilmente censurate, da Project Censored, un gruppo di ricercatori americani dell’Università di Sonoma [California] che ogni anno stila una classifica delle notizie più trascurate dalla stampa generalista.

Ri-municipalizzazione
Sempre un collegio arbitrale della Banca mondiale, tuttavia, non è stato particolarmente tenero con Vivendi, che ha perso una causa contro il governo argentino proprio in relazione alla gestione dell’acqua di Tucuman. Anche il mercato dell’acqua inizia dunque a mostrare le prime crepe. In seguito a investimenti rivelatisi poco redditizi, alle grane giudiziarie, ma soprattutto sotto i colpi della crisi economica globale che ha investito giganti come Enron e Worldcom, Vivendi ha annunciato una ristrutturazione delle sue attività , che prevede l’abbandono del settore acqua. L’impresa ha annunciato che non rivenderà l’acqua ad altri gruppi multinazionali, ma che conta di cedere entro il 2004 la maggior parte delle sue attività a una moltitudine di operatori locali, incluse le amministrazioni pubbliche. In Francia, in alcune città come Grenoble, il processo di ri-municipalizzazione è già incominciato.

Una partita aperta
La partita per la definizione delle politiche idriche a livello mondiale è quindi ancora aperta e nei prossimi mesi si giocherà su diversi tavoli. Innanzitutto a Kyoto, dove dal 16 al 23 marzo si terrà il Forum Mondiale dell’Acqua. Giunto alla terza edizione, questo forum è stato fin dalla nascita il grimaldello con cui la Banca mondiale e le principali multinazionali del settore hanno introdotto l’idea del partenariato pubblico-privato per la gestione delle risorse idriche. Pur non trattandosi di una conferenza ufficiale delle Nazioni Unite, il Forum ha un’influenza non indifferente sugli orientamenti mondiali in materia, tant’è che la Dichiarazione finale di Johannesburg riprende fedelmente formule e concetti elaborati nelle precedenti edizioni del forum: l’acqua come bisogno e non più come diritto.
Contemporaneamente, a Ginevra si aprirà la sessione annuale della Commissione Onu per i diritti umani, la cui agenda prevede anche la discussione di una relazione su ‘Promozione del diritto all’acqua e ai sistemi d’igiene’. L’anno scorso, infatti, la Commissione ha dato mandato all’esperto senegalese El Hadji Guissè di elaborare uno studio sulla promozione del diritto all’acqua: i paesi dell’Unione europea si sono astenuti al momento dal votare il mandato, mentre il rappresentante canadese ha espressamente dichiarato in plenaria che il suo governo non riconosce l’esistenza di tale diritto.
Infine, la società civile si è data appuntamento in Italia per organizzare un forum alternativo a quello di Kyoto. ‘Il Forum di Kyoto è al servizio delle strategie e degli interessi delle grandi imprese multinazionali dell’acqua: lasciamoli soli!’ è la proposta di Riccardo Petrella. ‘Il Forum Alternativo mondiale dell’acqua si terrà a Firenze in occasione della Giornata mondiale dell’Acqua, e avrà come principale obiettivo quello di proporre una visione e un documento programmatico alternativo a quello di Kyoto’.

Merce o diritto?
Di sicuro gli sguardi e le strategie di questi appuntamenti saranno tutti rivolti all’Organizzazione mondiale del Commercio, dove si sta negoziando una nuova versione dell’Accordo generale sul commercio dei servizi [Gats]. L’Unione europea, sotto la spinta delle multinazionali europee dell’acqua, ha proposto che i servizi idrici siano inseriti tra le nuove materie di competenza dell’accordo. In pratica ciò si tradurrà nel via libera all’esportazione di acqua a fini commerciali, e in un semaforo rosso alla regolamentazione del settore da parte di quei governi che intendono tutelare interessi ambientali e sociali: facilmente sarebbero accusati di protezionismo e ostacoli alla libera concorrenza. L’esito di questa negoziazione avrà quindi un’influenza decisiva sul modo in cui berremo l’acqua in futuro: da clienti che soddisfano i loro bisogni arrangiandosi in un mercato globale o da cittadini in grado di rivendicare e far rispettare un loro diritto fondamentale?

Due forum a confronto
Dal 16 al 23 marzo 2003 si svolgerà a Kyoto il terzo Forum mondiale dell’Acqua. Organizzato dal Consiglio mondiale dell’Acqua, organizzazione nata su iniziativa della Banca mondiale e di alcuni governi nazionali [Francia, Giappone, Svezia, Canada]. Nelle passate edizioni, la linea privilegiata è stata quella dell’approccio all’acqua in termini di bene economico e della promozione del partenariato pubblico-privato nella gestione dei servizi idrici. Difficilmente a Kyoto si invertirà la rotta, tornando a parlare di acqua in termini di diritto umano: questo vocabolo sembra essere definitivamente scomparso dall’agenda e dai documenti del forum, disponibili sul sito www.worldwaterforum.org

Negli stessi giorni a Firenze si terrà il Forum mondiale Alternativo dell’Acqua, su iniziativa dei gruppi della società civile che sostengono la campagna per il Contratto mondiale dell’Acqua. Partendo dall’esperienza della ventina di seminari del forum di Porto Alegre sul tema delle risorse idriche, l’obiettivo è arrivare a una dichiarazione finale in cui l’acqua sia riconosciuta come diritto umano fondamentale e bene comune dell’umanità , in alternativa alla visione economicista di Kyoto. Info: www.contrattoacqua.it

L’anomalia Italia
I problemi di approvvigionamento idrico registrati la scorsa estate in Sicilia non sono che l’esempio più eclatante di un sistema, quello italiano, che si può proprio dire ‘fa acqua’ da tutte le parti. Secondo i dati più recenti del Ministero dell’Ambiente [Relazione annuale sui servizi idrici 2001], le reti di distribuzione italiane perdono in media il 39% dell’acqua che trasportano, e in alcune regioni [Abruzzo, Puglia e Calabria] le perdite superano il 50%. In molti casi si tratta del risultato di una gestione dei servizi idrici affidata in modo frammentario a una miriade di piccoli gestori. La legge Galli del 1994, cioè la normativa che si proponeva di razionalizzare questo sistema, istituendo gli Ambiti territoriali ottimali [Ato] per gestire l’acqua a livello di bacino, è rimasta per molti aspetti lettera morta. Oggi è stata definitivamente superata dalla finanziaria 2002, il cui articolo 35 obbliga gli enti locali a trasformare le aziende e i consorzi pubblici che gestiscono l’acqua in società per azioni entro il 30 giugno 2003. ‘Proprio mentre il colosso francese Vivendi annuncia che riconsegnerà la gestione dei servizi idrici agli operatori pubblici, il governo italiano ha deciso di privatizzare l’acqua per legge’ osserva Riccardo Petrella. Non tutti gli enti locali sono rimasti però a guardare: cinque regioni [Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Basilicata, Campania] hanno presentato ricorso davanti alla Corte Costituzionale per incostituzionalità dell’art.35. ‘C’è stata infatti da parte del governo un’invasione palese dell’autonomia regionale’ spiega Marco Manunta, magistrato presso il Tribunale di Milano e autore di ricerche sull’acqua e la tutela dei cittadini. ‘In base alla riforma del 2001 del titolo quinto della Costituzione [quella sul federalismo realizzata dal centrosinistra], l’acqua è diventata materia di competenza esclusiva delle Regioni’. Molti amministratori locali, sia di centrodestra che di centrosinistra, restano comunque convinti che la privatizzazione dei servizi sia un obbligo imposto dalle direttive comunitarie. ‘In realtà – continua Manunta – l’Unione europea non ha mai dato nessuna direttiva che impone la privatizzazione, così come gli accordi dell’Organizzazione mondiale del Commercio [Omc] prevedono una clausola di salvaguardia per i servizi pubblici, sia locali sia nazionali. àˆ chiaro, però, che se si privatizza l’acqua poi diventa difficile sfuggire alle regole del mercato’. La scelta se affidarsi o meno alla gestione dei privati resta quindi nelle mani delle amministrazioni pubbliche, art.35 della finanziaria permettendo. Dei 91 Ato che sono stati individuati dalle Regioni italiane soltanto 24 hanno definito il loro piano di gestione, decidendo in 19 casi di creare società per azioni.

Ghana, Tanzania, Sudafrica
Bevono solo i ricchi
Dopo aver registrato diversi fallimenti in America Latina, l’appetito delle multinazionali dell’acqua sembra essersi trasferito all’Africa. Anche qui la strada è stata magistralmente spianata dalle politiche delle istituzioni finanziarie internazionali. Già nel 2000, nel caso di dodici paesi africani altamente indebitati, il Fondo monetario internazionale aveva vincolato la concessione di prestiti alla privatizzazione dei servizi idrici. In uno di questi, la Tanzania, la cessione ai privati della gestione dell’acqua di Dar el Salam ha incontrato qualche intoppo: la prima gara d’appalto è andata buca perché gli investitori hanno giudicato l’affare troppo oneroso, per via delle pessime condizioni del sistema idrico. Il governo ha quindi dovuto chiedere un prestito di 145 milioni di dollari ai finanziatori internazionali [Banca mondiale, Banca africana per lo sviluppo, Agenzia francese per lo sviluppo e Banca europea degli investimenti] per ammodernare le strutture prima di lanciare una nuova gara d’appalto. Il vincitore dovrà investire soltanto 6,5 milioni di dollari. Ma non erano i capitali privati che avrebbero dovuto risolvere il problema? Qui siamo piuttosto alla socializzazione dei costi e alla privatizzazione dei profitti.
Il Sudafrica del dopo apartheid si è dotato di una delle costituzioni più progressiste al mondo, ma per molti il diritto all’acqua sembra essere rimasto sulla carta. Uno studio sudafricano denuncia come, in base al principio del full cost recovery [recupero completo del costo attraverso la tariffazione], dal ’94 circa 10 milioni di cittadini sono stati esclusi dalla rete idrica: semplicemente non potevano permettersi di pagare la bolletta. Le conseguenze disastrose di questi tagli sono state evidenti nell’epidemia di colera che nel 2000 ha colpito il paese. Nelle zone più colpite la popolazione utilizzava acqua non sicura perché non poteva permettersi quella del rubinetto. Allarmati da questa e altre esperienze, e da una bolletta dell’acqua che già l’anno scorso è praticamente raddoppiata, i cittadini del Ghana si sono riuniti nella Coalizione nazionale contro la privatizzazione dell’acqua, per mantenere il servizio in mani pubbliche e garantire così l’accesso alle fasce più povere della popolazione urbana.
Va anche ricordato, però, che la gestione in molti casi inefficiente dei servizi idrici da parte delle autorità pubbliche ha portato a una privatizzazione di fatto dell’acqua. Gran parte della popolazione, soprattutto quella ammassata alle periferie delle grandi città , non è allacciata alla rete idrica, ed è quindi costretta a comprare l’acqua da rivenditori e autobotti private, a un prezzo ben maggiore di quella del rubinetto. Mentre nelle zone rurali donne e bambini continuano a dover percorrere lunghe distanze [in media 4 km al giorno] per procurare l’acqua alla famiglia da una fonte pulita.
Sta di fatto che difficilmente la gestione affidata ai privati risolverà il problema della sete africana: il contesto rurale non attira gli investitori, per la difficoltà di realizzare profitti. Molto meglio per loro concentrarsi nelle zone urbane, la cui popolazione è destinata a esplodere nei prossimi anni, fornendo il servizio a chi se lo può permettere e dimenticandosi dei poveri.

L’ONU e il diritto all’acqua
Durante il lavori del vertice di Johannesburg, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, è stata una delle poche figure istituzionali – insieme all’ex presidente sudafricano Nelson Mandela – a parlare dell’acqua in termini di diritto umano. Di fatto, però, l’acqua non c’è tra i diritti umani fondamentali contenuti nella Dichiarazione universale del 1948. Questa mancanza ha distratto l’attenzione dell’ufficio dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani dalle tematiche relative alle risorse idriche. Negli ultimi anni alcuni sforzi sono stati fatti nel tentativo di mettere una pezza.
Ha aperto la strada la Sotto commissione Onu per i diritti umani [organo tecnico, formato da esperti indipendenti], elaborando uno studio sulla promozione del diritto all’acqua, e chiedendo lo scorso anno di nominare un relatore speciale in materia, che presenterà il suo primo rapporto alla prossima sessione della Commissione per i diritti umani [marzo-aprile 2003].
Nel frattempo, un autorevole pronunciamento in favore del diritto all’acqua si è avuto dal Comitato per i diritti economici, sociali e culturali delle Nazioni Unite. Il Comitato ha affermato che il diritto all’acqua è implicitamente sostenuto dal diritto a un livello di vita adeguato e dal diritto alla salute [articoli 11 e 12]. Sergio Vieira de Mello, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani ha inoltre ricordato come ‘il diritto all’acqua sia parte integrante dello stesso diritto alla vita’, e ha sottolineato che ‘l’iniziativa del Comitato rappresenta un contributo significativo al terzo Forum mondiale dell’acqua, e un utile strumento per coloro che sono impegnati ad assicurare accesso all’acqua per tutti’. Piccoli passi, che possono aprire una strada.
Tutti i documenti sono disponibili sul sito: www.unhchr.ch

Da leggere
J. Sironneau, L’acqua, nuovo obiettivo strategico mondiale, Asterios, 1999.
R. Petrella, Il Manifesto dell’acqua, Ed. Gruppo Abele, 2001.
R. Petrella, Il pozzo di Antonio, Ed. Gruppo Abele, 2002.
AA.VV., Del diritto alla buona acqua, Fondazione Roberto Franceschi, 2002.
AA.VV., Acqua, bene comune dell’umanità , Edizioni Punto Rosso, 2002.

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