Il pianeta in bottiglia


L’acqua minerale trionfa a tavola. Probabilmente non è né più sana, né più buona di quella del rubinetto. Sicuramente è un grande affare.

di MARCO D’ERAMO

Dalla mia ultima bolletta, risulta che mille litri d’acqua di rubinetto
costano a Roma 0,39 euro. Ma io preferisco pagare mille volte tanto, cioè
0,40 euro al litro, per l’acqua in bottiglia che compro. Eppure a Roma
l’acqua corrente è buona. Allora perché io e tanti altri come me ci
comportiamo così? E perché questo avviene soprattutto in Europa, il
continente che da solo beve il 60% di tutta l’acqua imbottigliata al mondo?
E perché in tutt’Europa siamo noi italiani quelli che ne consumano di più
[107 litri pro capite all’anno, contro una media europea di 85 litri e una
media mondiale di 15 litri]? Come è potuto succedere che una risorsa
gratuita sia diventata una merce di marca? Alcune bottiglie d’acqua sono
ormai oggetto di collezionismo. E come mai gli Stati uniti sono arrivati al
paradosso che un litro d’acqua minerale costa più di un litro di benzina? La
Poland Spring, la marca più diffusa, costa infatti 1,61 dollari al gallone
[3,8 litri], mentre un gallone di benzina regular senza piombo costa 1,39
dollari. Il consumo di massa dell’acqua in bottiglia al posto di quella
corrente è un fenomeno inedito, impensabile ancora un secolo fa, che
coinvolge tutto il mondo, con effetti sull’ambiente, sulla salute. Un
fenomeno culturale e sociale, ancor prima che economico. Oggi il pianeta
consuma più di 100 miliardi di litri d’acqua imbottigliata l’anno per un
valore di circa 25 miliardi di dollari. L’acqua imbottigliata è il settore
industriale in più rapida crescita nel mondo, con un tasso d’aumento medio
del 7% l’anno. Ma i mercati più promettenti sono gli asiatici, con un tasso
di crescita del 14% e persino del 50% l’anno in India. Negli Stati uniti il
consumo annuo pro capite di acqua in bottiglia era di 5,7 litri nel 1976; di
17 litri nel 1986 e di ben 35 litri nel 1999 [dati sono tratti dal rapporto
commissionato dal Wwf a Catherine Ferrier e rilasciato nell’aprile 2001:
Acqua in bottiglia: capire un fenomeno sociale].

L’industria dell’acqua è straordinariamente proficua, con margini di
profitto dell’ordine del 25-30% e con costi di produzione irrisori: basti
pensare che all’Evian costa solo 0,7 centesimi di euro produrre un litro
d’acqua che nei supermercati è venduto a più di un euro. L’impetuoso flusso
di cassa spiega come mai le aziende dell’acqua siano ormai gigantesche
corporations multinazionali che si sono lanciate in miliardarie campagne di
diversificazione e assorbimenti. La Nestlè, la numero uno al mondo,
controlla il 15% del mercato mondiale delle acque in bottiglia e possiede,
tra le altre, le marche Perrier, Contrex e Vittel in Francia; Arrowhead,
Poland Spring e Calistoga negli Usa; Fà¼rst Bismark Quelle e Rietenauer in
Germania; Buxton in Gran Bretagna e San Pellegrino in Italia. La Danone, la
numero 2 al mondo [ma è prima in America Latina e nell’Asia-Pacifico]
controlla il 9% del mercato mondiale e in Francia possiede la marca più
venduta al mondo, l’Evian che vende 1,4 miliardi di litri l’anno [in Francia
la Danone controlla anche la Bà¢doit e in Italia la Ferrarelle]. Ma il caso
più emblematico è quello di Vivendi, in origine società di distribuzione di
acqua corrente lanciatasi nel mercato delle acque minerali e divenuta in
pochi anni un colosso multimediale mondiale [proprietaria tra l’altro di
Telepiù in Italia e degli Studios Universal negli Usa], prima di crollare
sotto i debiti. Si spiega così come mai le ditte di bevande gassate quali
CocaCola o Pepsi si sono lanciate nel mercato dell’acqua in bottiglia,
soprattutto l’acqua purificata.

I moventi che spingono a consumare acqua in bottiglia sono diversi, e
differenti nei vari paesi. Il 39% dei francesi che beve solo acqua in
bottiglia, è per lo più di donne e anziani. Ma mentre per la metà [il 45%]
dei francesi l’acqua di rubinetto ha cattivo sapore [e il 35% la ritiene
troppo dura], gli americani comprano l’acqua imbottigliata il 35% perché è
più sicura per l’igiene [contro il 23% dei francesi], il 35 % come sostituto
di altre bevande e il 12% per queste due ragioni combinate. Un movente è
dunque il sapore, l’altro la salute. L’acqua in bottiglia sarebbe più sana.
Su questo argomento puntano le tecniche di marketing, con tutti i
superlativi d’uso: «levissima», «purissima», le immagini di montagne, neve,
ghiacciai, cascate e ruscelli, anche se l’unica acqua pura al mondo è quella
distillata che però non è idonea per noi umani perché non ci rifornisce dei
sali e minerali di cui il nostro corpo abbisogna. Ma non sempre le acque
minerali si rivelano più «pure» di quella corrente. Anche se di solito la
qualità è accettabile, nel 1986 uno studio dell’agenzia per la protezione
ambientale Usa, l’Epa, mostrò che su 25 imbottigliatori, nessuno aveva mai
fatto un’analisi completa della sua acqua. La sorveglianza batteriologica
era inadeguata nella maggioranza dei casi e nell’8% dei campioni analizzati
si rilevavano tracce di batteri. Nel 1990 Perrier dovette ritirare da
750.000 punti vendita nel mondo 280 milioni di bottiglie perché le
concentrazioni di benzene vi erano superiori agli standard Usa. Uno studio
condotto nel 1994 dal Kansas Department of Health and Environment [Kdhe] su
80 marche di acque in bottiglia, mostrò che 9 contenevano contaminanti oltre
le norme, 12 contenevano una sostanza cancerogena; 53 contenevano
cloroformio, 33 composti di metano, 25 arsenico, 15 piombo, anche se nessuna
di queste sostanze era in concentrazione tale da presentare un rischio acuto
per la salute. Resta il fatto che l’acqua in bottiglia non è in media più
sana dell’acqua corrente. Dal fattore salute dipende anche l’uso che molte
donne fanno dell’acqua minerale cui attribuiscono un potere dietetico,
dimagrante, depurante, come per le acque delle antiche fonti termali [tipo
Evian e Fiuggi]. Qui l’acqua minerale diventa un prodotto cosmetico,
comprato per migliorare il proprio aspetto fisico, allo stesso titolo di una
crema di bellezza.

Rimane il fattore gusto, che però va scisso in due parti. Da un lato c’è il
cattivo gusto dell’acqua di rubinetto che a volte sa troppo di cloro usato
per sterilizzarla. E questo spiega come l’acqua minerale sia un fenomeno
urbano, legato alla qualità degli acquedotti e alle tecniche di filtraggio.
Dall’altro però c’è la passione indotta per le bevande gassate, una passione
recente, e che costituisce un aspetto non secondario dell’americanizzazione
del mondo. All’inizio assunse anche forme paradossali questa smania per
l’effervescenza: ricordo bambinetto gli anni `50 quando a tavola si
officiava il quotidiano rito dell’Idrolitina: si prendeva una bottiglia di
acqua di rubinetto, vi si versava una bustina di polvere, l’Idrolitina
appunto, e – miracolo – si otteneva acqua gassata [dal pessimo sapore
retrospettivo]. Faceva schifo, ma pétillait.

Infine, l’acqua in bottiglia costituisce uno status symbol che nei suoi
marchi denota tutta una stratificazione sociale, con alla base chi beve
acqua di rubinetto, un po’ più su chi beve acqua purificata, poi acqua di
fonte e infine acqua minerale. E tra le acque minerali, si va da quelle a
buon mercato, fino alle più snob e più care come l’Evian o la San
Pellegrino. Alcune marche, come la Perrier, si riconoscono già dalla forma
della bottiglia. Al posto di una risorsa equalitaria, abbiamo una merce
griffata che racconta la diseguaglianza di classe. L’acqua, insapore,
inodore, diventa invece un logo, come quelli di cui parla Naomi Klein. Ma
questa trasformazione ha un prezzo. Intanto quello di produrre circa un
milione e mezzo di tonnellate di plastica all’anno: per produrle bisogna
bruciare e trasformare una quantità di petrolio almeno doppia. E già a
questo stadio l’acqua minerale – che compriamo a fini ambientali –
contribuisce a inquinare l’atmosfera e ad accrescere l’effetto serra. Non
solo. L’acqua di rubinetto veniva – e viene – distribuita – usando la forza
di gravità e, in definitiva l’energia solare che l’ha fatta evaporare e poi
piovere sulle cime: l’acqua di rubinetto viene distribuita a energia solare.
Non così l’acqua in bottiglia trasportata in camion e per nave, e quindi a
petrolio. Ecco un secondo contributo all’inquinamento e all’effetto serra.
Un terzo contributo viene poi dalla necessità di smaltire il milione e mezzo
di tonnellate di plastica, attraverso impianti di riciclaggio [che però
inquinano] o inceneritori. Insomma, l’acqua in bottiglia non è una soluzione
sostenibile per risolvere i problemi igienici o di gusto dei liquidi che
beviamo. Che importa: è insostenibile ma così redditizia!

Il curioso di tutta la faccenda è che nella sua forma imbottigliata, l’acqua
minerale è un bene post-moderno, nel senso che nell’ancien régime, quando
non c’erano condutture né fognature, c’erano i portatori d’acqua che la
vendevano alle singole case. Oggi, con l’acqua minerale consegnata a
domicilio, siamo tornati a quella situazione premoderna, pre-ottocentesca
del portatore d’acqua. Ma non è tanto il ritorno dell’antico a lasciare
esterrefatti. A riempire invece l’animo di stupore e ammirazione sempre
crescenti è l’incredibile capacità che abbiamo noi umani di adattarci alle
situazioni più strampalate o più disastrose, e di dimenticarci più come era
prima. Una volta si compravano bottiglie di vino, birra, olio, ma certo non
d’acqua, della sorella acqua del Cantico delle creature. Oggi invece ci
sembra così ovvio! Fra qualche decennio, a causa dell’inquinamento, dovremo
comprarci bombole di aria pura da respirare e andremo tutti in giro col
boccaglio, come oggi col walkman. Pagare l’aria ci sembrerà naturale. Ci
chiederemo come facevano i nostri progenitori a respirare aria non in
bottiglia. Le foto dei passanti ci sembreranno nude, come oscene, con quelle
bocche scoperte, senza respiratore. Un po’ come ci sembrano innaturali le
città senza le auto posteggiate.

[Articolo tratto da ‘Il Manifesto’ di martedì 20 agosto 2002, pag. 18]

Be the first to comment on "Il pianeta in bottiglia"

Leave a comment