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Dopo aver disintegrato la Yugoslavia la Nato ha di fatto favorito la mafia transnazionale nei Balcani come metodo ordinario di destabilizazione dell’ Italia e dell’Europa.
Maggio 2010
fonte Etleboro.blogspot.com
Traffico di armi: disinformazione su coinvolgimento Eufor
Il quotidiano di Banjaluka “Nesnavisne Novine”, citando una fonte anonima, rilancia e accentua la notizia dell’esistenza di un traffico illecito di armi tra la Bosnia e l’Italia a servizio dei clan mafiosi e camorristici. Afferma infatti che i soldati italiani delle forze internazionali, EUFOR e SFOR, si siano impossessati delle armi risalenti alla guerra del 1991-1995, sequestrate con azioni come “Zetva” (raccolta), e quindi trasferite con mezzi militari in Italia durante il rientro delle forze di pace internazionali.
La strana fonte del Nesnavisne spiega infatti che l’EUFOR e’ stata incaricata, fino a marzo 2007, di accumulare e distruggere armi e munizioni nel quadro dell’operazione “Zetva”, in collaborazione e coordinamento con le autorita’ locali competenti, le quali in seguito hanno continuato il lavoro sotto il controllo dell’EUFOR. I funzionari italiani non hanno escluso la possibilita’ che le armi siano arrivate in Italia tramite contingenti militari, la polizia internazionale o missioni militari, ma sottolineano che al momento la preoccupazione principale della polizia italiana e’ la contrapposizione al contrabbando della frutta e di merci al sud. Il quotidiano ha appreso che le autorita’ italiane hanno informato l’ambasciata della Bosnia a Roma, che non e’ stata trovata nessuna prova sul coinvolgimento dei cittadini bosniaci nel contrabbando di armi in Italia. “Se questa informazione e’ vera, e’ facile immaginare che qualcuno avrebbe potuto mettere delle armi sugli aerei di trasporto militare. Sappiamo che gli aerei non sono sottoposti a controllo doganale, ed in qualsiasi altro modo qualche soldato avrebbe potuto facilmente portarli in Italia“, afferma la fonte anonima del Nezavisne novine.
A fare scoppiare il caso, infatti, il ritrovamento di armi provenienti dalla Bosnia-Erzegovina durante l’arresto di decine di esponenti di clan mafiosi del Sud Italia, nel corso di una indagine sul monopolio della vendita e distribuzione di articoli ortofrutticoli. Armi che, tuttavia, risalgono ad un traffico gia’ scoperto e indagato circa due anni fa, quando alcune intercettazioni portarono all’arresto di un cittadino bosniaco (venditore di armi) e di una italiana, acquirente ed intermediario per le cosche malavitose. Nel corso delle indagini ci fu un caso di un carabiniere in pensione, Vincenzo Palermo (di San Marcellino, Caserta) , nel cui garage fu scoperto nel 2006 un deposito di kalashnikov, lanciarazzi, bombe a mano, tritolo e pistole. Quelle armi vennero individuate come provenienti dalla Bosnia e trasportate con un furgone militare da un carabiniere del X Battaglione di Napoli in missione nei Paesi balcani, condannato poi a nove anni di reclusione per trasporto di armi da guerra. Secca comunque la replica del’EUFOR, rilasciata a Sarajevo, la quale sottolinea che per le missioni militari e di polizia, quando i contingenti entrano o escono dal paese, valgono i regolamenti militari dei rispettivi Paesi d’origine, e i bagagli appartenenti a membri delle forze EUFOR sono controllati in conformita’ delle norme internazionali sul traffico aereo. EUFOR ha quindi ribadito che tutti i membri delle forze internazionali sono tenuti a rispettare tutte le norme internazionali e la normativa dei paesi d’origine, mentre la Polizia internazionale militare ha il compito di sorvegliare l’applicazione del diritto militare dei Paesi in questione. Nel comunicato EUFOR ricorda che il controllo e l’ispezione dei velivoli militari che arrivano e partono dalla Bosnia, deve essere condotto secondo regole rigide e sotto sorveglianza.
La verita’ e’ che, alla vigilia del vertice di Sarajevo del 2 giugno, giunge l’ennesimo attacco da parte delle lobbies affaristiche volto a screditare la posizione internazionale dell’Italia. Tanto per dovere di cronaca, si e’ cercato di seguire la scia delle indagini italiane contro la Camorra per andare a ripescare un caso isolato di pseudo-traffico di armi che vede implicato un carabiniere in pensione, per costruire una requisitoria di accuse contro il contingente italiano dell’Eufor. Sempre per dovere di cronaca, ricordiamo che il Pentagono e’ stato protagonista di un ‘vero’ scandalo di traffico di armi nei Balcani, venuto alla luce dopo l’esplosione del deposito di armi di Gerdec, in Albania, punta dell’iceberg dell’esistenza di un commercio di armamenti e munizioni dai Balcani verso l’Afghanistan. Allora la colpa e’ ricaduta sul Governo albanese, ma in realta’ la Difesa statunitense era in committente di una fornitura di armi per l’Afghanistan, attribuendo un tender (si vedano documenti) di 200 milioni dollari alla AEY di proprieta’ di Efraim Diveroli (24 anni). Questa a sua volta ha fatto ricorso per la fornitura di armi alla Edvin Ltd, schermo societario che aveva sede legale a Cipro, con l’indirizzo di un ‘salone di un barbiere’, ma con numero di telefono e recapiti di Zenica (Bosnia). Il problema e’ che non bisogna confondere un furgone di armi, con aerei e navi che partivano carichi verso l’Afghanistan. Per cui, se devono essere fatte delle indagini, sarebbe meglio rivolgere la propria attenzione a fatti gia’ accertati. Ma ovviamente e’ piu’ utile accusare l’Italia e la mafia di traffico di armi, nascondendo qualcosa di molto piu’ grave.
Osservatorio Italiano
Etichette: Balcani, Bosnia Erzegovina, camorra, traffico armi
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13 maggio 2010
I contrabbandieri bosniaci armavano la mafia italiana?
Le organizzazioni criminali della Bosnia Erzegovina hanno fornito armi alle potenti mafie italiane. Questo quanto affermato dagli inquirenti dalla Dia di Roma e dalla Squadra Mobile di Caserta, nel quadro dell’inchiesta sul controllo del mercato orto-frutticolo mediante organizzazioni di stampo mafioso, che avevano a disposizione un vero e proprio arsenale di armi guerra provenienti dalla Bosnia e da vari Paesi dei Balcani. Le autorita’ italiane parlano di ‘un seguito’ dei sequestri effettuati nel luglio del 2006, quando e’ stato rinvenuto un arsenale composto da kalashnikov, lanciarazzi, bombe a mano, tritolo e pistole nell’abitazione e nel garage di un carabiniere in pensione: le armi provenivano appunto dalla Bosnia ed erano state trasportate con un furgone militare. L’operazione fu portata a termine mediante delle intercettazioni, che hanno poi consentito di seguire il traffico fino al dicembre dello stesso anno, e anche dopo. La polizia italiana ha arrestato, allora, decine di membri di diversi gruppi mafiosi che erano in possesso di armi da guerra e munizioni della Bosnia. Tra gli arrestati vi e’ un commerciante di armi, cittadino bosniaco, Elvir Marmarac (30), mentre e’ risultata coinvolta anche la cittadina italiana Maria Rita Paone, che ha sottoscritto contratti con i concessionari della Bosnia per conto del clan della “Ndrangeta” di San Luca. E mentre le autorita’ italiane annunciano la prosecuzione di indagini sul traffico di armi in Bosnia, il membro serbo della Presidenza BIH, Radmanovic Nebojsa, ha annunciato che alla prossima sessione dei Capi di Stato insistera’ sull’apertura di un’inchiesta per far luce al caso e cosi eliminare anche la brutta caduta di immagine del Paese agli occhi dell’UE. Il Procuratore Pietro Grasso ha dichiarato, a tal proposito, per il quotidiano Dnevni Avaz, che la Procura della BIH, nella persona di Milorad Barasin, ha dato un grande aiuto alle autorita’ italiane. “Ora l’indagine si svolge dall’altra parte del Mare Adriatico, dove ci sono i venditori di armi”, ha dichiarato Grasso, ricordando come dai Balcani sono partite le armi destinate a “Cosa Nostra” e alla “Camorra”. Egli ha aggiunto che “il rapporto tra la criminalita’ organizzata della ex Jugoslavia e la mafia italiana esiste dalla meta’ degli anni novanta”. “Due mesi fa abbiamo scoperto delle manovre pericolose e abbiamo emesso un mandato di cattura contro 40 persone, provenienti principalmente da Serbia, Montenegro, Albania, nonche’ da Bosnia-Erzegovina e Croazia. Ovviamente, la mafia non conosce confini nazionali, e tutti sono uniti in una holding criminale”, ha dichiarato il procuratore italiano. Secondo lui, molti di questi sono ex ufficiali dei servizi segreti della ex Jugoslavia, divenuti un contatto speciale diretto per la mafia italiana. “Trasportavano la cocaina dalla Colombia, la vendevano nel nord d’Italia, e il profitto veniva cosi diviso con i boss italiani. Si tratta dei trafficanti di armi diventati fornitori affidabili della mafia calabrese ‘Ndrangeta’, e subito dopo la guerra in Bosnia, di ‘Camorra’ e ‘Cosa Nostra’ “, ha spiegato Grasso.
Commentando le recenti dichiarazioni di Grasso, Michele Altamura, direttore dell’Osservatorio Italiano, ritiene che la famosa indagine sul contrabbando di armi dalla Bosnia all’Italia, e’ frutto di inchieste e intercettazioni realizzate circa due anni fa e questo e’ tutto. “L’esistenza del traffico di armi dalla Bosnia e’ cosa nota, ma le autorita’ italiane non fanno che rilanciare questa tesi, anche per avvalorare il loro impegno sulla questione della mafia transnazionale. Questione tra l’altro analizzata e lanciata dall’Osservatorio Italiano proprio con questo nome circa due anni fa“, afferma Altamura. Nella sua riflessione, vede dunque con scetticismo la sensazionale notizia delle armi bosniache vendute in Europa. Tuttavia richiama l’attenzione su un altro traffico di armi, quello cioe’ scoperto lungo il confine kosovaro-macedone. “Oggi si stanno formando dei gruppi che non sono organizzati sotto una struttura di stampo mafioso. I gruppi in Macedonia sono patriarcali, non si uniscono ad altri, per cui il contrabbando di armi non e’ organizzato ma viene lasciato ad un complesso equilibrio di poteri locali“, spiega Altamura. Ricordiamo che proprio ieri notte si e’ verificato un nuovo conflitto a fuoco tra un gruppo di contrabbandieri e agenti di polizia, sequestrando un certo quantitativo di armi. Fonti della polizia dicono che gli uomini del gruppo armato indossavano uniformi nere con simboli dell’Esercito di liberazione nazionale, costola dell’esercito di liberazione del Kosovo ed entrambe contrassegnate dalla sigla “UCK”. Il Ministro degli Interni macedone ha detto l’azione di polizia e’ scattata sulla base di informazioni secondo si stava preparando un trasferimento di armi in Macedonia, mentre le unita’ speciali hanno intercettato un furgone nero “Mercedes Sprinter”. “Vista la dinamica dell’operazione-lampo, e’ chiaro che le forze macedoni hanno agito a colpo sicuro, come gia’ nell’intervento della scorsa settimana quando hanno scoperto ben 4 nascondigli di armi di assalto e munizioni. I macedoni sapevano del traffico di armi, e lo hanno usato per scopi politici, ossia per criminalizzare la comunita’ albanese – afferma Altamura – gia’ da una settimana assistiamo a forti polemiche tra i deputati albanesi e il Governo macedone, accusato infatti di fomentare le tensioni interetniche con le storie dell’armata di liberazione nazionale”. Secondo Altamura, quindi, tutti sanno che quelle armi non erano per fare la guerra, ma per essere vendute all’estero, e “la stessa storia dell’UCK e’ una truffa per nascondere in qualche modo anche la collusione dei poteri locali con questi meccanismi”. “La famosa rivendicazione mediante una e-mail dalla Svizzera, non e’ che l’opera dei soliti ignoti che si prendono la colpa gratuitamente, tanto ormai di mestiere fanno proprio questo“, avverte Altamura. Nella sua secca replica apre cosi un forte dubbio che quel commercio di armi sia addirittura destinato all’interno della regione, ma sicuramente non al Kosovo o alla Macedonia, come piacerebbe tanto a Serbia e Skopje per risolvere i loro problemi con la minoranza albanese. (Tratto da: http://www.stampalibera.com)
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