E’ di questi giorni la notizia della sensazionale scoperta, avvenuta lo scorso autunno, di una statuetta raffigurante una primitiva donna con fattezze femminili fortemente accentuate. Il ritrovamento è avvenuto a sud della Germania occidentale e precisamente nella grotta di Hohle Fel e sembra che la datazione del reperto possa essere fatta risalire intorno a 35.000 anni fa. L’uomo presente all’epoca della fabbricazione di questa “venere”, ricavata da una zanna di mammuth, è quello del paleolitico superiore dove esisteva ancora il ramo umano neandertaliano. La straordinarietà della scoperta, tra l’altro non unica nel suo genere, è, res stantibus, nell’anteriorità della datazione. Infatti altre dee femminili sono state rinvenute negli anni passati (si pensi alle scoperte di Balzi Rossi, di Lespugue, Bagarino e via dicendo) ma è stato accertato che la datazione è successiva a quella di Hohle Fels. Alcuni giornali hanno battezzato questa statuetta con il nome, appunto, di “venere” banalizzando così, in maniera troppo semplicistica, l’abbondanza delle forme femminili. Cercherò pertanto di ricollocare questa figura nel suo alveo veritiero, ossia quello di una Dea Madre. Pestalozza ritiene che questa espressione religiosa non solo sia stato il primo culto dell’umanità, ma ritiene anche che abbia interessato, particolarmente, nel V e IV millennio a. C. un’area molto vasta, compresa tra le Ebridi ad occidente e la Melanesia ad oriente. Si può dire subito, dunque, con scarse probabilità di sbagliare, che la più antica espressione dell’esperienza sacrale umana, si è articolata nell’ambito di schemi religiosi dotati di caratteristiche femminili e, precisamente, quella di una divinità materna. Quando l’umanità guardò il cielo per cercare una divinità, non trovò un dio padre ma una dea madre. Carl Blegen ha fatto notare inoltre che “queste divinità erano proprie delle popolazioni di agricoltori viventi in dimore fisse, in comunità stanziali che possedevano animali domestici e usavano utensili di pietra e d’osso”. Abbiamo dunque un’ulteriore connotazione storico-culturale delle popolazioni che modellavano queste statuette, ossia non erano nomadi. La nascita del dio padre nasce infatti con l’abbandono della stanzialità delle popolazioni. Jahveh sarà il dio degli ebrei, popolo nomade e tribale. Ho detto dunque Dea Madre, ma in verità, le popolazioni di quella lontana epoca non avevano dato questo nome alla loro divinità, in quanto un nome non poteva essere dato, come vedremo meglio più avanti, a quella immediata esperienza dell’energia creatrice che coinvolge il mistero della nascita, della morte, della rinascita, della vita perpetuamente rinnovatesi, e che si nasconde nella terra, nelle fenditure del suolo, nel ventre della donna. Esperienza, dunque, senza nome che sarà il dato originario ed antecedente al fenomeno religioso della dea madre. Che questa divinità in quel lontano periodo non avesse un nome, lo afferma anche Erodoto (II 52,53) quando parla dei pelasgi preelleni e dice che “ le divinità erano idee che non avevano bisogno né di genealogia, né di una forma che dovesse venire distinta mediante tipi, prerogative, nomi, figure”. Siamo arrivati dunque al cuore della domanda: perché proprio una dea madre e non un dio padre? Una prima risposta la possiamo ricercare a livello sociologico. Pare, ma la questione è controversa, che la più antica struttura sociale realizzata dall’uomo sia stata di tipo matriarcale. Quando l’uomo uscì dalla caverna trovò attorno a sé la foresta, o, comunque un ambiente a lui ostile, pieno di pericoli, di difficoltà, di animali, che lo resero pauroso e lo consigliarono di tornare madre. Il padre era ignoto, non c’era. Nella famiglia “amazzonica” il padre è un estraneo. Il padre infatti è una figura marginale nella primaria famiglia poliandrica. La donna aveva partorito e nutrito il figlio, esercitava su di lui e su tutta la comunità un potere decisamente prevalente. La madre era, allora, il perno di tutta la vita associata e, soprattutto, era, per tutti, un rifugio ad ogni difficoltà. Il prevalere della madre sulla comunità fu certamente dovuto alle doti precipuamente femminili, quali ad esempio, una emotività primitiva che , allora, poteva essere molto simile all’amore; una protezione per i piccoli nati, evolutasi, più tardi in sollecitudine, pietà, sensibilità, dedizione, pazienza, tenacia, intuizione, che sono le doti della donna, delle quali, i figli, gli uomini, erano ancora scarsamente dotati. Qualità prevalentemente emozionali ed intuitive queste della donna che, nell’umanità pare abbiano preceduto, anche filogeneticamente, quelle più razionali, logiche, che, solo successivamente, nel corso dei secoli appariranno e si svilupperanno particolarmente come prerogativa maschile. La donna quindi non era, allora, una parte della comunità; non vi svolgeva un ruolo specifico e parziale, ma era lo specchio della stessa comunità, che attraverso di lei proiettava l’intera sua struttura ed i propri valori. Una società, quella primitiva, nella quale i valori qualificanti erano quelli suscitati dalla immagine femminile, e precisamente: la protezione, la cura per i membri nati nella comunità, l’amore, il sesso, ecc. Insomma il codice naturale, sociale, era donna, nelle sue qualifiche funzionali e nei suoi ruoli più appariscenti. La donna, e le sue prerogative precipue, incarnava tutti i valori. Da questo punto di vista sociologico una divinità sostentatrice, soccorritrice, amorevole non poteva che essere un dio donna. Un’altra risposta alla nostra domanda del perché la prima divinità apparsa sul pianeta sia stata una divinità femminile, ci viene data, forse, in modo più convincente, dalle scienze psicologiche. Il rapporto di attaccamento “biologico” del figlio con la madre durante il primo anno di età, è fondamentalmente un rapporto di protezione e di sicurezza. Anche questo sentimento impresso nella psiche del neonato è destinato a proiettarsi, allorché l’uomo religioso diventa adulto, in una divinità femminile che protegge e dà sicurezza. Una sicurezza poi che sia desiderata in assoluto, secondo il sentire religioso, è destinata a proiettarsi anche oltre il limite finale della vita come protezione e sicurezza eterna. Se l’uomo ha bisogno di una divinità che risponda a funzioni proiettive, egli, inconsciamente, come il bambino che egli è stato, si costituisce certamente un dio donna, una dea madre. All’inizio l’umanità instaura dunque un intenso rapporto con la figura materna che man mano perfeziona arricchendola con i temi della custodia, del sostegno, della protezione, specialmente nel momento del pericolo. Il bisogno di sicurezza e di sostegno nei pericoli della vita, diviene, in religione, tranquillità incondizionata che giunge fino alla serenità nel momento dell’estremo pericolo, quello che coincide con la morte non più temuta, a motivo della divina presenza materna. Le religioni equivocando la nostalgia di questa sicurezza “uterina” parlano di felici luoghi terrestri collocati agli inizi del mondo, quasi un aldilà che però nelle loro sacre scritture indicano come terreno. Il soggiorno uterino sarebbe dunque alla base di tutti i miti degli “inizi”, di tutti gli Eden terrestri. Ventre-paradiso dotato anche di tutti i frutti migliori possibili. Tutto ciò si stampa profondamente nella psiche del bambino e verrà inconsciamente e nostalgicamente ricercato dall’adulto religioso. L’uscita dall’utero e l’arrivo nel mondo delle cose è infatti, da un punto di vista fisiologico e psicologico, una “caduta”. La lezione della nascita è una lezione dura. La nascita è un conflitto che non libera, ma che imprigiona. Se gli uomini sono religiosi è perché questo è il segno della loro debolezza. C’è da aggiungere, a completamento di queste considerazioni, che la scelta di una dea, che sostituisca interamente la madre biologica, deve essere stata a quell’epoca una necessità anche per altri motivi. Si sa che il bambino nei primi anni di vita non può essere trascurato dalla madre, pena il ritardo affettivo, mentale, sociale. Ora, dopo il primo anno intenso di cure per il figliolo, una madre primitiva, abbondantemente prolifica è anche enormemente affaccendata. Conseguentemente, trascurati i figli più grandicelli, induce quasi i figli, per altro ancora bambini anche se cresciuti, a cercare altrove immagini sostitutive di una madre che, così presto, si cura tanto poco di loro. Una collettività di uomini che furono figli precocemente trascurati e frustrati saranno tutti, in modo corale, all’inconscia ricerca di un giusto rapporto con la donna-madre che li ristori da tutte le deprivazioni. Anche questa psicologia va, in definitiva, a rafforzare la religione della madre dea.
Mario Bacchiega
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