Vietato illudersi: non saranno i tumulti occasionali a mettere il sistema con le spalle al muro. A un’oppressione ‘scientifica’ bisogna contrapporre una ribellione altrettanto lucida e consapevole
Nelle pseudo-democrazie come la nostra, la violenza e’ un tabu’. E’ vietato non solo praticarla, perche’ rompe il quadretto falso e idilliaco del ‘migliore dei mondi possibili’, ma perfino provare a comprenderla. Di qui il coro compatto e idiota che da destra a sinistra ha marchiato i manifestanti che martedi 14 dicembre hanno messo a ferro e fuoco Roma come una canaglia di teppisti. 100 mila fra studenti armati di libri (i ‘Black Books’), di precari dell’universita’, di operai, di comitati sparsi per il paese, di sindacati, di partiti e di associazioni sono stati fatti scomparire dalla cronache per far posto all’allarme per i famigerati Blocchi Neri (‘Black Bloc’), gli antagonisti di estrema sinistra, i centri sociali.
La tecnica della criminalizzazione ha oscurato le motivazioni della protesta, negando il bisogno di rivolta che cova nell’Italia censurata dalla televisione. E’ in questo meccanismo in cui le vittime (i contestatori) diventano complici dei carnefici (il sistema politico-mediatico) facendo cio’ che questi ultimi si aspettano (atti di rabbia incontrollata) che si fonda il circuito perverso della tabuizzazione. Per spezzarlo, la rabbia dovrebbe trasformarsi in violenza politica, cioe’ in forza di ribellione organizzata, strategica e sostenuta da idee forti diffuse nel senso comune. Niente di tutto questo esiste, allo stato attuale. Non ci sono, come si dice, le condizioni storiche.
E allora i tumulti di piazza dell’altro giorno si possono si capire. Si puo’ stare dalla parte dei ragazzi che pestano e rischiano di essere pestati, dato che rappresentano la reazione brutale al modo soft, sottile, viscido, e in quanto tale ancor piu’ inaccettabile, di reprimere la disperazione di massa: i sempre piu’ larghi strati di societa’ che non ce la fanno piu’ a vivere dignitosamente vanno in bestia perche’ sono considerati invisibili, obiezioni viventi alla propaganda del benessere. Ma non si possono osannare. Perche’ il puro sfogo di strada non porta a nulla. E’ stupido e controproducente, perche’, come abbiamo visto, fa comodo al Potere. Ed e’ autolesionista, perche’ soddisfa per poco la voglia di ‘fargliela vedere’, di menar le mani, di mostrare all’universo mondo che c’e’ chi lotta in mezzo a noi, per poi tornare al proprio microcosmo, alla ridotte del dissenso che si auto-appaga (il centro sociale, la formazione extraparlamentare ecc).
Affinche’ la scarica di rabbia faccia il salto di qualita’ e divenga, alla Sorel, violenza politica, a nostro avviso sono necessari tre elementi. Il primo e’ ideologico: la forza fisica dev’essere strumento di un pensiero che detti obbiettivi di fondo, mete a lungo raggio, miti in cui credere e riti in cui identificarsi. A cosa mirava la guerriglia scatenata contro la zona rossa della capitale? Alla contestazione del governo Berlusconi, della riforma Gelmini e, genericamente e confusamente, delle banche e della Borsa. Senza una chiara ed esplicita visione alternativa, pero’. Senza una diagnosi della realta’ che non ripeti a pappagallo formule vecchie, superate, sessantottarde o, se va bene, vetero-marxiste. Senza il respiro lungo di una concezione coerente, strutturata, condivisa che opponga a questo modello di vita un altro modello. Ne’ uno slogan ne’ una voce che vada al di la’ del no, pur sacrosanto, alla precarieta’ del lavoro, ai tagli nelle scuole e atenei, alla mercificazione della conoscenza. La rivolta di pancia si ferma all’atto di sfasciare camionette e cassonetti, e non diventa ribellione di testa.
E non ci riesce anche perche’ priva del secondo elemento, di tipo operativo: la strategia. I riots di Roma saranno stati si opera di ‘professionisti’, di gente abituata a dare l’assalto agli ‘sbirri’, a cui si sono pure accodati giovani e giovanissimi inesperti (i 26 fermati, eccezion fatta per uno mandato ai domiciliari, sono stati rilasciati tutti perche’ le accuse non reggevano: come mai i ‘black bloc’ incappucciati e manganellatori non saltano mai fuori, in questi arresti sommari?). Ma dietro non hanno associazioni di massa. Non svolgono le operazioni sul campo di un disegno premeditato di destabilizzazione. Non sono l’avanguardia di centrali politiche come un tempo potevano essere i partiti anti-sistema, semmai sono l’avanguardia di se’ stessi. Al massimo, si tratta dei piu’ scalmanati di enclaves autoreferenziali appartenenti alla galassia antagonista. Manca un centro decisionale che pianifichi un’agenda di azioni secondo uno sviluppo politico. E’ tutto molto spontaneo, romantico, individualistico, gruppettaro. Ma tutto molto sterile.
Il terzo elemento e’ propriamente politico. Forme di lotta violenta possono essere utili e liberatorie se incontrano il consenso e la simpatia di una parte consistente della societa’. Nella Storia ogni cambiamento radicale e’ stato accompagnato dalla violenza poiche’ questa trovava terreno fertile in uno scontento abbastanza profondo e senza ritorno da farla apparire come una violenza giusta. E’ l’egemonia politica a rendere il sangue giustificabile e addirittura desiderabile: dalla Rivoluzione di Cromwell a quella Americana a quella Francese fino a quella d’Ottobre, dallo squadrismo fascista al terrore nazista all’insurrezione castrista, e’ il favore popolare a sancire la giustezza della politica armata. E’ la potenza assunta in seno all’opinione pubblica a decretare il carattere positivo o negativo di un atto in se’ puramente criminale com’e’ contrapporre la forza illegale del ribelle-rivoluzionario alla forza legale di chi difende lo Stato. Il nostro non e’ un giudizio di valore su queste epopee tragiche e le idee, sbagliate o giuste, che la animarono. E’ un’analisi storica.
Le jacqueries senza scopo ne’ organizzazione (e senza ‘soggettivita’ politica’, come ha scritto il Corriere della Sera di ieri mettendo le mani avanti con orrore) sono comprensibili e non vanno condannate come fanno i Saviano con i loro ipocriti sermoni non-violenti su Repubblica, l’altro giornale di regime. Ma sono inutili. Purtroppo.
(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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