(Fonte: Inviatospeciale.com/)
Se n’e’ parlato tanto che, alla fine, se anche il prodotto e’ risultato essere di prima qualita’ per ospiti invitati, intrattenimento comico e musicale, forza culturale, c’e’ un velo di delusione tra molti di coloro che ieri sono rimasti incollati davanti alla tv, su Raitre, a guardare la seconda puntata di ‘Vieni via con me’.
Che, in barba alle previsioni di un ridimensionamento, ha fatto piu’ ascolti della prima, stracciando in un colpo solo due dei prodotti piu’ amati dal popolare pubblico televisivo: il Grande Fratello e la fiction su Montalbano.
Masi c’aveva provato, in un ultimo disperato gesto di obbedienza al premier, a mettere contro ‘Vieni via con me’, in extremis, il famoso commissario siciliano, in contrasto con ogni regola del buon senso e con ogni politica aziendale decente. Ma Fazio e Saviano hanno comunque raccolto il 30% di share, portando a casa oltre nove milioni di spettatori, con un totale di 20 milioni di contatti, su Raitre, superandone di nuovo il record d’ascolti, stabilito appena sette giorni fa.
Se n’e’ parlato cosi tanto che, alla fine, le critiche al programma si sono sprecate: forse perche’ ‘Vieni via con me’ e’ stato immaginato come un contenitore di qualita’ utile a ‘salvare la patria’, individuato come icona dell’Italia antiberlusconiana, come emblema della nuova sinistra. Ma di cosa stiamo parlando? Leggendo, oggi, cio’ che e’ stato scritto, piu’ sui social network che sui giornali ” concentrati maggiormente sulla cronaca dell’evento ” una cosa balza all’occhio piu’ di tutte: la grandissima mole di critiche negative, di nasi storti nei confronti della trasmissione, da parte di persone dichiaratamente appartenenti all’universo della societa’ civile di sinistra. Sembra quasi che, nel momento in cui la barca che si e’ cercato di affondare per lustri fa acqua da tutte le parti, la sinistra ” quella civile in egual maniera che quella politica ” tiri fuori quell’elitarismo, quel senso di perenne insoddisfazione, di si, pero’…non e’ sufficiente, che finisce per rendere qualsiasi cosa, qualsiasi prodotto, qualsiasi idea, qualcosa che si avvicina, si, pero’ non e’ cio’ che noi intendiamo come sinistra.
Proprio ora che Berlusconi sembrerebbe giunto al crepuscolo, che sembra iniziare a tirare un’aria nuova, che pian piano sembra venir fuori, da qualche angolo, da qualche magazzino dimenticato, un’Italia leggermente migliore, non per forza la migliore possibile, ma un’Italia in cui comunque si possa discutere di cose un po’ piu’ alte, che ripudia il Grande Fratello e che, pur usando tanta retorica, riesce a offrire un’alternativa.
Poi, la critica e’ una cosa sana, e’ una cosa che se non ci fosse sarebbe un bel guaio, pero’ pare che a volte sia dettata da un senso d’insoddisfazione permanente, immutabile, tipico del pensiero di sinistra formatosi in Italia in decenni di opposizione forzata. Una delle battute piu’ belle della serata l’ha pronunciata Silvio Orlando in apertura, elencando le cose che nessuno pensava potessero succedere e invece sono successe: Che la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista si unissero in un solo partito e uniti perdessero tutte le elezioni.
La puntata di ieri, dal punto di vista degli ospiti e dei contenuti, e’ stata forse piu’ impegnata e riuscita della prima, meno improvvisata. Si e’ parlato di eutanasia con la vedova di Piergiorgio Welby e Don Gallo, con il padre di Eluana Englaro. Roberto Saviano ha parlato, come sempre, di mafie, descrivendo, con parole semplici e didascaliche, con storie e storielle, le origini della mafia, le sue regole, i suoi codici d’onore (molto belli i tre minuti in cui Antonio Albanese ” meno in forma del solito nelle vesti di Cetto Laqualunque nel seguito della puntata ” pronuncia, assieme ad altre comparse, il giuramento con cui si diventa uomini d’onore), i suoi sviluppi al Nord.
Oggi c’e’ stata un’ondata di grida d’indignazione da parte dei politici leghisti, perche’ ieri Saviano ha detto che al Nord Italia la ‘ndrangheta interloquisce con la Lega. Lo scrittore, comunque, e’ partito da lontano, dal 1400, dal mito fondativo della criminalita’ organizzata, dai tre cavalieri spagnoli emigrati a Favignana, per tracciarne un quadro storico, semplice, lineare: una mafia da libri per bambini. E per farlo ha raccontato una leggenda che, forse involontariamente, forse no, riconduce uno dei problemi peculiari, dei marchi di fabbrica, delle vergogne nazionali dell’Italia di oggi, a delle origini straniere, spagnole, per fare in modo, forse, o almeno cosi ci piace pensare, che in questo modo arrivi alla gente un messaggio diverso: la mafia non siamo noi. E’ un messaggio banale, forse forzato, forse addirittura falso, da scaricabarile. Pero’, probabilmente, piu’ funzionare per smontare, seppure in minima parte, il legame identificativo che molta gente nel nostro Paese nutre nei confronti di quella realta’.
C’e’ stato, poi, Paolo Rossi, che da un po’ di tempo, oramai, lasciato da parte il monologo di Pericle sulla democrazia, va in scena (e’ stato in teatro, al Piccolo di Milano, la scorsa stagione) con la sua versione pop del Mistero Buffo di Dario Fo. Geniale come sempre, forse un po’ meno in forma del solito, non e’ riuscito a smuovere piu’ di tanto la platea. Peccato.
Ci sono stati gli ospiti musicali, Ligabue, che ha letto una delle proverbiali liste del programma, sulle prime impressioni di una coppia di profughi albanesi sbarcati a Brindisi nel 1991 (accompagnato dalla figlia che ha letto, invece, una lista delle motivazioni per cui e’ felice di avere la cittadinanza italiana), e i fratelli Servillo, che hanno dato l’addio al programma in un’atmosfera un po’ surreale, da karaoke tra amici.
Ci sono stati, ovviamente, Fini e Bersani che, al pari degli autori del programma, se ne sono infischiati dei diktat e degli appelli di un direttore generale sempre piu’ solo e patetico, e sono andati in onda. Aldo Grasso ha detto che sono stati la parte clou del programma. In realta’, hanno avuto un ruolo da comparsa, tre minuti a testa, risicati, cronometrati, senza sgarrare. Sono apparsi e scomparsi senza che quasi nessuno se ne rendesse conto, nonostante la grandissima attesa. Hanno elencato i valori della destra e della sinistra, i valori formativi delle rispettive ideologie e quelli che, nel contesto italiano, dovranno essere i valori della nuova politica bipolarista (o, forse, inciucista) dell’incipiente dopo-Berlusconi.
Entrambi in un’atmosfera un po’ troppo da campagna elettorale, Bersani ha portato una grossa dose di retorica della sinistra che fu, che vorrebbe essere ma che non riesce ad essere, della sinistra prima della classe, intellettualmente migliore, irrefrenabilmente altezzosa ma dai sani principi. Fini, invece, rinvigorito dall’autoinvestitura a nuovo salvatore della Patria, dagli elogi provenienti da ogni parte politica di quest’Italia un po’ miope e dalla memoria corta, ha fatto piu’ leva sull’identita’ italiana, ha voluto dare dimostrazione di poter dare al Paese un’alternativa reale alla destra del bunga-bunga, ed e’ apparso sereno e rassicurante, ha usato un linguaggio agli antipodi rispetto a quello berlusconiano, per apparire piu’ credibile.
Bersani, al contrario, e’ apparso piu’ impacciato, timido ed emozionato. Si e’ trattato di un antipasto di cio’ che si vedra’ in campagna elettorale? Ad ogni modo, al di la’ delle sciocchezze pronunciate sul pluralismo e la par condicio, sulla necessita’ d’invitare esponenti di altre forze politiche, quella che doveva essere una lista di valori condivisi ha avuto il profumo un mini-comizio televisivo, composto, educato, ma pur sempre un mini-comizio. Con Fazio nel mezzo, eretto a garante dell’apertura dei giochi su chi raccogliera’, in Italia, l’eredita’ di Berlusconi.
Giuseppe Colucci
(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)
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