Russia, l’oligarchia che nega la liberta’ di espressione

(Fonte: Inviatospeciale.com/)

La storia recente della Russia post-sovietica ci parla dell’ex casa madre del socialismo mondiale come di un Paese che, nonostante le trasformazioni del sistema economico e delle sue relazioni diplomatiche non ha voluto liberarsi di uno dei lasciti peggiori dell’antico regime: la mancanza di liberta’ d’informazione.

Dai tempi di Eltsin, passando per il suo delfino Putin e per il delfino del suo delfino Medvedev, la Russia non e’ mai riuscita a staccarsi dalle ultime posizioni dell’annuale classifica stilata da Reporters sans Frontiers circa la liberta’ d’espressione nel mondo. Dal 1992 ”’ quando i crimini compiuti all’interno delle mura dell’ex stato sovietico iniziavano ad avere maggior eco internazionale ”’ la quantita’ di giornalisti assassinati all’ombra del Cremlino e’ impressionante: oltre 220, tra cui il nome piu’ celebre e richiamato e’ stato quello di Anna Politkovskaja. La maggior parte di essi e’ rimasta, pero’, una vittima senza carnefice, ossia una vittima impunita, di cui non sono mai stati arrestati gli assassini. Forse per poca solerzia, piu’ probabilmente per volonta’ del potere, chissa’.

Quella che andiamo a raccontare ora, pero’, e’ una storia che non ha visto vittime, per il momento. E’ una storia intricata, oscura, ma che non ha contribuito, per fortuna, ad aumentare il numero dei martiri dell’informazione. E’ una storia di cui si e’ discusso molto, moltissimo, e non solo in Russia, negli ultimi giorni, settimane e mesi e che domenica ha portato in piazza a Mosca oltre duecento persone, riunitesi per protestare contro lo Stato, assente, connivente, che promette di punire e che non punisce mai, che promette di dare la caccia agli assassini davanti alle telecamere televisive ma poi se ne infischia o, peggio, e’ legato a doppio filo con gli omicidi e le intimidazioni.

‘Cercare la verita’ e’ il cammino verso la morte’ recitava uno degli slogan della manifestazione. Una verita’ che a volte e’  atroce, nell’ex Patria del socialismo reale, oggi come allora soggiogata da un’oligarchia che, invece di rifarsi a un’ideologia, distorcendola e trasformandola in dittatura, le ideologie le ha mandate al diavolo, restaurando una forma di nazionalismo populista, senza capo ne’ coda.

La gente domenica e’ scesa in piazza per protestare contro l’aggressione, avvenuta pochi giorni fa, ai danni del giovane giornalista Oleg Kashin, pestato a due passi da casa sua, mentre rientrava da lavoro, verso mezzanotte. Tre uomini lo hanno avvicinato e preso a botte e a legnate, provocandogli fratture multiple al cranio, alla mandibola, alle mani.

Quando e’ stato portato in ospedale, i medici lo hanno posto in stato di coma farmacologico, stato in cui e’ rimasto per diversi giorni, salvo riprendere coscienza alla vigilia della manifestazione di Mosca. Il pestaggio, in questi giorni, ha fatto il giro del mondo grazie a un video visionabile su Youtube e ripreso dai siti di molti quotidiani internazionali (tra cui ‘Repubblica’), estratto da una telecamera a circuito chiuso che vigilava sul palazzo in cui risiede il giornalista.

Kashin, trent’anni, corrispondente del quotidiano indipendente ‘Kommersant’, non ci ha lasciato la pelle, per fortuna, cosi come non ce l’hanno lasciata altri due giornalisti picchiati quasi a morte, uno lo scorso ottobre e uno due anni fa. Stiamo parlando di Mikhail Beketov e Konstantin Fetisov, le cui aggressioni sono tragicamente connesse con quest’ultima.

Beketov era editore di un quotidiano locale, schieratosi contro un progetto del governo di Mosca di costruire un’autostrada che collegasse la capitale con San Pietroburgo, radendo al suolo il grande polmone verde della foresta di Khimki, una cittadina alle porte della capitale.
Beketov, editore di ‘Khimkinskaya Pravda’, aveva attaccato, dalle pagine del suo giornale, il progetto dell’autostrada, affidato dal Governo alla societa’ d’ingegneria civile francese Vinci, accusando le istituzioni di corruzione, di deturpazione del paesaggio naturale per fini affaristici, prendendosela, tra gli altri, anche con Vladimir Streltchenko, sindaco della cittadina di Khimki.

L’editore, anch’egli residente nella citta’ a due passi da Mosca, era stato sorpreso davanti alla sua abitazione e picchiato selvaggiamente. Sopravvissuto per miracolo, e’ stato sottoposto a otto operazioni chirurgiche, ha subito l’amputazione di quattro dita della mano, di una gamba e ha riportato danni irreversibili all’attivita’ cerebrale, per cui oggi, seppur tornato a casa, ha forti difficolta’ ad esprimersi verbalmente.

Ma siccome, a volte, la realta’ e’ piu’ grottesca della fantasia, recentemente il Tribunale di Khimki lo ha condannato a pagare 5mila rubli (circa 100 euro) al sindaco Streltchenko per averlo diffamato, diffondendo consapevolmente ‘false informazioni che hanno leso la reputazione del primo cittadino’. I suoi aggressori, pero’, in compenso, non sono mai stati trovati e sbattuti in carcere a marcire. Il che la dice lunga.

E la dice ancor piu’ lunga perche’, poco meno di due anni dopo, lo scorso ottobre, altri aggressori sono rimasti impuniti. Si tratta di coloro che hanno aggredito Konstantin Fetisov, sorpreso all’uscita del commissariato di polizia dov’era andato a rilasciare la sua testimonianza circa le proteste del fronte verde che da anni si oppone alla costruzione dell’autostrada, ribattezzata di recente ‘l’autostrada del sangue’.

Il sangue e’ quello di Beketov, quello di Fetisov, ancora in coma e, ora, quello di Kashin, anch’egli coinvolto nella storia dell’autostrada, entrato nel mirino dei promotori del progetto dopo aver rifiutato di fornire alle autorita’ governative le generalita’ di un giovane attivista del fronte verde da lui intervistato. La Molodaya Gvardia, l’ala giovanile del partito Russia Unita, cui fanno capo Putin e Medvedev, lo aveva inserito in un elenco di giornalisti ‘da punire’. Ed, in effetti, Kashin e’ stato punito: pur essendo sopravvissuto, non tornera’ mai piu’ a condurre una vita normale.

Le tre aggressioni hanno, quindi, due cose in comune: la connessione con il progetto dell”autostrada del sangue’ e l’impunita’ degli aggressori, la cui identita’ non e’ mai stata scoperta, nonostante gli appello televisivi di Medvedev, che dichiara l’impegno delle autorita’ ad arrestare i colpevoli.

A dire il vero, pero’, pubblicamente il partito Russia Unita, per bocca del suo totem, Vladimir Putin, oggi primo ministro, si era schierato contro il progetto di radere al suolo la foresta di Khimki, optando per un altro progetto, teoricamente piu’ costoso, ma che avrebbe salvato il polmone di Mosca e avrebbe collegato la capitale a San Pietroburgo passando per un’altra cittadina, Molzhaninovo.

Questa presa di posizione, pero’, aveva sollevato forti dubbi in parte della stampa: il quotidiano Vedomosti, ad esempio, aveva fornito prove circa il legame tra Arkady Rotenberg, amico e ‘collega’ di judo di Putin, e la Compagnia Concessionaria del Nord Ovest, anch’essa impegnata nella costruzione dell’autostrada a Khimki. Qualcosa non quadra.

Altre voci, provenienti dagli ambienti della stampa libera moscovita, parlano altresi di un palese conflitto d’interessi all’interno del governo: la decisione di far passare l’autostrada attraverso la foresta dipenderebbe, infatti, secondo loro, dalla vicinanza tra questa e l’aeroporto internazionale di Sheremtyevo (che potrebbe beneficiare del collegamento), di cui uno dei direttori e’ Igor Levitin, Ministro dei Trasporti del Paese.

La storia della maledetta ‘autostrada del sangue’ era iniziata alcuni anni fa e aveva coinvolto numerosi gruppi di attivisti ambientalisti, sia a Mosca che a Khimki, riunitisi nel fronte verde, protagonista di numerosi atti di protesta nella capitale russa. Sono entrati, pian piano, nella disputa anche Greenpeace e il WWF, che si sono appellati al Partito Verde Europeo, ottenendo anche una risoluzione del Parlamento Europeo che dichiarava inaccettabile un investimento da parte di un’azienda europea (cioe’ la francese Vinci) in un’opera di deturpazione del passaggio naturale come questa. Il movimento si era persino rivolto alla Corte europea per i diritti dell’uomo.

Gli sforzi erano stati vani e, addirittura, lo scorso luglio il campo degli ambientalisti, all’interno della foresta, era stato attaccato da degli assalitori a volto coperto e la polizia, chiamata repentinamente, non era intervenuta e, anzi, aveva successivamente arrestato illegalmente sette attivisti, tra cui la leader del gruppo, Yevgenia Chirikova, che gia’ in passato aveva denunciato d’aver ricevuto numerose minacce di morte.

Insomma, un caso intricatissimo, cui solo gli incendi di enormi dimensioni che quest’estate hanno devastato Mosca e il suo hinterland, sembravano aver dato per un momento un finale differente. Le fiamme e le nubi tossiche che hanno soffocato Mosca tra luglio e agosto hanno, infatti, imposto un cambio nell’agenda del governo. Il polmone verde di Khimki era, improvvisamente, divenuto irrinunciabile, il rischio era quello di modificare in maniera irreversibile l’ecosistema attorno alla capitale, rendendola invivibile.

Le troppe deturpazioni subite dal paesaggio russo, di fatti, hanno pregiudicato per sempre la vivibilita’ di alcune zone e radere al suolo la foresta, dopo i disastri estivi, sarebbe stato non solo impraticabile, ma anche rischioso, perche’ avrebbe sollevato una protesta notevolmente piu’ agguerrita e numerosa di quella gia’ esistente. Medvedev, allora, era stato costretto a tornare sui suoi passi  a dichiarare, dal suo video-blog personale, il blocco dei lavori.

In pochi avevano cantato vittoria, pero’, dal momento che si era trattato di un gesto obbligato per il Capo di Stato, che altrimenti sarebbe stato travolto dall’ondata di proteste che la decisione di proseguire nel progetto avrebbe generato. Alla fine del suo intervento, infatti, il successore di Putin aveva chiarito che ‘tuttavia i nostri cittadini, i rappresentanti di Russia Unita e di movimenti di opposizione, oltre a diverse associazioni ed esperti, ritengono che il progetto necessiti di un ulteriore riesame’, lasciando aperte, percio’, le porte a un eventuale passo indietro.

La decisione di Medvedev non ha, pero’, fermato l’ondata di sangue che continua ad accumularsi attorno al progetto miliardario di quest’autostrada maledetta, che pone di fronte ancora una volta le volonta’ calpestate dei cittadini e il potere autoritario che non accenna a fermarsi davanti alle ragioni dettate dal business. Un potere autoritario disposto a tutto, persino a tappare la bocca dei propri detrattori a suon di violenza e aggressioni.

Purtroppo, e non potrebbe essere altrimenti, gli aggressori di Oleg Kashid resteranno impuniti, cosi come quelli di Michail Beketov e di Knstantin Fetisov, nonche’ gli assaltatori incappucciati del campo degli ambientalisti. I legami, pero’, paiono troppo evidenti, e la mancanza di un intervento deciso da parte delle autorita’, troppo eloquente. Dopo la dichiarazione di Medvedev altri due episodi sono avvenuti, segno che la partita non e’ finita.

Per fortuna, il giorno dopo l’attacco assassino a Kashid, Mosca si e’ risvegliata indignata e decine, centinaia di giornalisti e blogger si sono dati appuntamento davanti al Cremlino per protestare contro il Governo e i suoi silenzi. Domenica, poi, nella capitale e’ stata organizzata un’altra manifestazione. Speriamo che queste forme di protesta non restino, come sempre, appelli spaiati, lanciati nel buio e nel silenzio di un Governo connivente che continua imperterrito a calpestare le liberta’ dei propri cittadini e a lasciare impuniti gli aggressori delle poche voci libere che sono rimaste nel Paese.

Giuseppe Colucci

(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)

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