E’ stata resa pubblica da poche settimane un’indagine sui consumi degli italiani (scarcabile in formato .zip oppure in estratto .pdf) Commissionata alla societa’ di ricerca Ipsos dall’Osservatorio Consumers’ Forum una realta’ che riunisce le piu’ conosciute associazioni dei consumatori e le maggiori imprese italiane con lo scopo di analizzare, ogni anno, gli stili di vita e, appunto, le tendenze di consumo degli italiani.
La ricerca e’ interessante per diverse osservazioni e rilevazioni che emergono e dovrebbero fotografare un cambio di linea del cittadino consumatore. Cosi da lasciare aperte alcune domande conseguenti utile da porsi anche individualmente in un’osservazione globale della ricerca. Per questo servirebbe e sollecito quindi una lettura ed un’integrazione critica innanzitutto, ma non solo, dei nostri Lorenzo Vinci, Francesco Vescovi ed Andrea Calori.
La crisi ha migliorato veramente l’approccio consapevole del consumatore o e’ solo una pratica racchiudibile nel pragmatico ‘di necessita’, virtu” ? Il 71% dei consumatori vuole che l’etica diventi una strategia aziendale e percio’ sono disposti a pagare un prezzo piu’ alto dei prodotti, anche fino ad un +10% (le schede 33/39 e 47 sono esplicative) il 12% dei consumatori si spingono fino al +20%; il 4% invece fino al 50% e un inaspettato 3% di consumatori intervistati oltre il +50%.
Solo il 5% non e’ disposto a pagare di piu’. (quindi io e pochi altri, evidentemente).
Parliamo di prodotti di un’azienda che adotta comportamenti etici ed ecosostenibili, che cioe’ dimostra rispetto per i diritti dei lavoratori (47%), che sia trasparente nei confronti dei consumatori (32%), che sia attenta all’ambiente (30%), alla qualita’ dei prodotti (29%). Mi domando, ingenuamente e superficialmente, perche’, questi consumatori, gia’ non lo fanno. Non ci sono i prodotti? Lo farebbero se avessero soldi a disposizione? Non hanno informazioni sufficienti per distinguere? E’ cioe’ un’impossibilita’ oggettiva ”’ non ci sono prodotti/aziende/soldi – nel non poter concretizzare, indirizzare le scelte sulla responsabilita’ etica, seppur ad un maggior prezzo, o e’ solo una pratica racchiudibile nel pragmatico ‘parlar bene, razzolare male’?
Nella scheda 35 una domanda forse aiuta ‘Secondo lei quante imprese sono sensibili agli interessi’¦” (valori %). La risposta e’ un bagno di sangue, tutto in controtendenza. Cala, restando basso, verso i propri lavoratori (9%) va poco meglio, restando stabile (24%) verso i propri clienti, per precipitare (8%) verso al comunita’ dove operano e verso l’ambiente. In un’altra scheda, la 47, un’altra domanda il ricercatore domanda agli stessi consumatori: ‘Secondo la sua personale impressione, il consumatore Italiano, rispetto ad un consumatore Europeo’¦ e”¦’¦(valori %)’. Le risposte sono allarmanti. Rispetto all’attenzione agli aspetti etici il 31% di piu’ ma per oltre la meta’, 51,4% meno. Consapevole dei propri diritti 24% di piu’ e ben oltre la meta’, 56,9% meno.
Va altrettanto male quando si parla di tutela 20% piu’, 51,6% meno.
Idem alla domanda evoluto ed informato: 19,4% piu’ del consumatore europeo, 57,4% meno del consumatore europeo.
Meritano infine una nota di colore le schede 23/29 (e le relative farsi esplicative) sulla suddivisione in macrocategorie/famiglie, tribu’ le chiama la ricerca, dei consumatori: ‘disincantati/attenti/vorrei ma non posso/consumivori/Ethical chic. Ethical chic: Verso l’acquisto mostrano un atteggiamento ambivalente, a meta’ tra edonismo e senso di colpa. Non essendo preoccupati in maniera preponderante dell’aspetto economico, si lasciano indurre in tentazione dall’acquisto. Salvo, in un momento successivo, farsi prendere dal rimorso e valorizzare al massimo gli aspetti etici e sostenibili del proprio consumo.
(Tratto da: http://www.finansol.it)
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