FMI contro Wall Street?

(Fonte: altrenotizie.org)

di Ilvio Pannullo

Sono tornate a cantare le sirene dell’ottimismo: la crisi che non c’era e’ gia’ finita. Siamo gia’ in ripresa: si ritorna a vedere il segno positivo davanti agli indicatori che misurano la dignita’ e il benessere dei popoli, quindi tutto e’ finalmente tornano a splendere come prima ed il futuro sara’ migliore del presente. Ma siamo davvero sicuri che tutto vada bene? Chi l’ha detto che la crisi e’ finita? Sulla base di quali dati economici poggia quest’importante affermazione?  Ovviamente si guarda allo stato di salute dell’economia americana per capire cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro. Se infatti Wall Street starnutisce, a Londra generalmente il termometro punta ai 40 gradi, ma se l’economia americana ha un raffreddore, in Europa si rischia di morire per un’influenza virale.

Ecco allora il resoconto in breve di quanto e’ accaduto recentemente nel cuore pulsante dell’impero: la settimana si e’ chiusa decisamente in bellezza per la piazza azionaria americana che, a distanza di poche ore dalla flessione di giovedi, non solo e’ riuscita a recuperare le perdite, ma e’ stata capace di spingersi anche oltre. Gli acquirenti hanno assunto da subito il comando sfruttando alcune positive indicazioni arrivate dal fronte macroeconomico. Prima dell’apertura a Wall Street e’ stato diffuso l’aggiornamento relativo agli ordini di beni durevoli che sono scesi dell’1,3% ad agosto, oltre le previsioni degli analisti che puntavano ad un ribasso dell’1%.

A compensare questa delusione ci ha pensato, pero’, il dato al netto della componente trasporti, che ha evidenziato una variazione positiva del 2%, rispetto allo 0,8% atteso. Sul versante immobiliare – vero indicatore del reale stato dell’economia americana – si segnala invece che le vendite di case nuove si sono attestate a 288mila unita’, in linea con la rilevazione precedente che e’ stata rivista al rialzo da 276mila a 288mila unita’. Il dato si e’ rivelato inferiore alle previsioni degli analisti che avevano messo in conto una salita a 295mila unita’.

Un’indicazione questa che tuttavia non ha scalfito l’ottimismo del mercato che ha continuato a guardare con fiducia alle prospettive della ripresa economica negli Stati Uniti. Il risultato e’ stato quello di una vera e propria corsa all’acquisto che ha permesso ai tre listini principali di terminare gli scambi sui massimi intraday (l’indicatore finanziario creato da David Bostian che mette in relazione il movimento di prezzo con i volumi scambiati di un titolo).

ll Dow Jones e l’S&P500 sono saliti rispettivamente dell’1,86% e del 2,12%, mentre il Nasdaq Composite si e’ fermato a 2.381,22 punti, in salita del 2,33%. Tutto fantastico verrebbe da pensare. Peccato pero’ – ha ammonito il Fondo Monetario Internazionale – che America ed Europa si trovino oggi di fronte alla peggiore crisi dell’occupazione dagli anni ’30. Il rischio – dice sempre il FMI – e’ un’esplosione di agitazioni sociali a meno che non si proceda con attenzione.

Una persona mentalmente sana a questo punto potrebbe interrogarsi sul perche’ di una situazione tanto paradossale. Com’e’ possibile che le borse di mezzo mondo addirittura recuperino terreno mentre i dati sul lavoro descrivono una realta’ simile a quella che poi sfocio’ nella Seconda Guerra Mondiale? E’ possibile un tale evidente ossimoro? Puo’ il sole essere freddo? La risposta e’ una e una soltanto: si, il sole puo’ essere freddo e i mercati in rally possono descrivere una realta’ socioeconomica che definire drammatica sarebbe un eufemismo. Questo e’ il quadro che ci viene descritto dalle massime autorita’ di vigilanza dell’economia mondiale : Il mercato del lavoro e’ in gravi difficolta’. La Grande Recessione si e’ lasciata alle spalle una terra desolata di disoccupazione. A dirlo e’ stato Dominique Strauss-Kahn a capo dell’FMI, a Oslo nel corso di un summita’ dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

Strauss-Khan ha detto che una doppia recessione rimane improbabile, ma ha sottolineato che il mondo non e’ ancora sfuggito ad una crisi sociale ben piu’ grave. Ha sostenuto che sia un grave errore pensare che l’Occidente sia di nuovo in salvo dopo aver barcollato cosi vicino all’abisso lo scorso anno. Non siamo al sicuro, ha detto testualmente. Nel rapporto congiunto FMI-ILO si afferma che dall’inizio della crisi sono andati perduti 30 milioni di posti di lavoro, di cui tre quarti nelle economie piu’ ricche. La disoccupazione globale ha raggiunto il livello di 210 milioni d’individui senza lavoro.

Per non lasciare niente al caso, ha aggiunto che la Grande Recessione ha lasciato ferite aperte. Un’alta e duratura disoccupazione rappresenta un rischio per la stabilita’ delle democrazie esistenti. Si guardi a titolo di esempio alla Grecia, letteralmente strozzata dai debiti e costretta a sopportare la perdita di diritti acquisiti in secoli di lotte tra capitale e lavoro. Misure draconiane che verranno sopportate da chi ha gia’ sopportato di tutto e che ora, non avendo piu’ nulla da perdere, e’ disposto a perdere tutto pur di conservare quella dignita’ che spetta ad ogni essere umano. Con tutto quello che questo puo’ significare in termini di violenza e repressione della stessa in nome di un presunto ordine pubblico.

Lo studio citato evidenzia poi che le vittime piu’ giovani della recessione, sui vent’anni o poco piu’, riportano danni permanenti perdendo la fiducia nelle pubbliche istituzioni. Una nuova spirale e’ costituita da un apparente declino della intensita’ dell’occupazione per lo sviluppo perche’ il contraccolpo sulla produzione provoca un minore incremento del numero di lavoratori. Per questo motivo e’ difficile riassorbire tutti quelli lasciati fuori dal mondo del lavoro, anche se la ripresa riprende il ritmo.

Il mondo dovrebbe creare 45 milioni di posti di lavori all’anno nella prossima decade solo per stare a galla. Insomma nella migliore delle ipotesi si tratta di favole, nella peggiore di un depistaggio voluto e lasciato serpeggiare nel mainstream televisivo per distrarre le masse dal nocciolo del problema, che rimane la creazione di un mercato mondiale dei capitali e delle merci senza pero’ che a globalizzarsi siano anche i diritti civili, politici e sociali.

Olivier Blanchard, il capo economista del FMI, ha detto che in passato la percentuale di lavoratori disoccupati e’ cresciuta ad ogni fase negativa, ma questa volta la cifre hanno visto un’impennata. La disoccupazione a lungo termine e’ fortemente allarmante: negli USA la meta’ dei disoccupati e’ stata lontano dal lavoro per oltre sei mesi, qualcosa che non avevamo visto dai tempi della Grande Depresione, ha detto. La Spagna ha subito il colpo piu’ duro, con la disoccupazione vicina al 20%. Il tasso della Gran Bretagna e’ salito dal 5,3% al 7,8% negli ultimi due anni. Attualmente i disoccupati britannici raggiungono i 2,48 milioni.

Mr. Blanchard ha richiesto uno stimolo monetario addizionale quale prima linea di difesa se i rischi peggiori dovessero materializzarsi, ma ha aggiunto che le autorita’ non dovrebbero escludere un’altra spinta fiscale, nonostante le preoccupazioni sul debito. Se lo stimolo fiscale aiuta a evitare la disoccupazione strutturale, effettivamente si paga da se’, ha affermato. I Paesi piu’ avanzati non dovrebbero, stando a quanto detto dal capo economista del FMI, dare una stretta alle politiche fiscali prima del 2011: restrizioni precoci indebolirebbero la ripresa ha dichiarato il rapporto, sgridando la Coalizione in Gran Bretagna, i falchi dell’opposizione in Germania, e i Repubblicani USA. Sotto il socialista francese Strauss-Kahn, pare, infatti, che il FMI abbia assunto un aspetto finalmente keynesiano.

Dunque non meno Stato come sempre veniva insegnato prima che il mondo della finanza crollasse sopra l’economia reale con le sue bolle e i suoi debiti, ma piu’ Stato. Dunque non tagli alle tasse, ma una loro rimodulazione, affinche’ chi ha accumulato ingenti fortune in questi anni di espansionismo monetario paghi quanto dovuto, proporzionalmente al proprio reddito. Ma in America, patria della liberta’, questo suona come socialismo. E l’impero – si sa – con i comunisti non discute, semplicemente li passa per le armi.

Nonostante infatti la poverta’ (in particolare quella estrema) abbia fatto uno straordinario balzo in avanti durante la recessione, milioni di persone abbiano perso la casa e i giovani non riescano a trovare un lavoro; malgrado cio’, le manifestazioni di collera – quella forma di rabbia che porta a paragonare il presidente Obama a Hitler, o ad accusarlo di tradimento – non la si trova tra gli americani cui toccano queste sofferenze. Ma la si trova tra quelli piu’ privilegiati, che non hanno l’ansia di perdere il proprio lavoro, le loro case o la loro assicurazione medica, ma che sono scandalizzati ed indignati all’idea di dover pagare tasse leggermente piu’ alte.

Questa rabbia dei ricchi monta da quando Obama e’ entrato in carica. All’inizio e’ rimasta confinata a Wall Street, ma adesso pare stia contagiando l’intero paese. Quando il miliardario Stephen Schwarzman ha paragonato una proposta di Obama all’invasione della Polonia da parte dei nazisti, la misura in questione prevedeva di sopprimere una nicchia fiscale di cui beneficiavano in particolare gestori di fondi come lui. Oggi, che si tratta di decidere della sorte delle riduzioni d’imposte stabilite da Bush – le tasse imposte ai piu’ ricchi forse torneranno ai livelli dell’era Clinton – la collera dei ricchi si e’ amplificata. E da alcuni punti di vista ha cambiato natura.

Da una parte, questa collera ha guadagnato il dibattito pubblico. Una cosa e’ quando un miliardario si sfoga durante una cena; un’altra quando la rivista Forbes pubblica in un articolo che il presidente degli Stati Uniti tenta deliberatamente di distruggere l’America in nome di un programma anticolonialista venuto dal Kenia, e che gli Stati Uniti sono guidati secondo i sogni di un membro della tribu’ Luo degli anni ’50. Quando si tratta di difendere gli interessi dei ricchi, sembra che le normali regole del civile e razionale dialogo non siano piu’ applicabili.

Come ha puntualizzato in suo recente intervento Paul Krugman, i ricchi hanno piu’ influenza. Cio’ – scrive l’autore sul New York Times – e’ in parte dovuto alle loro contribuzioni alle campagne elettorali, ma dipende anche dalla pressione sociale che possono esercitare sui politici. Questi ultimi passano molto tempo con i ricchi. E quando i ricchi sono minacciati di pagare un supplemento d’imposta del 3 o 4 per cento sul reddito, i politici ne hanno compassione in maniera assai piu’ acuta rispetto a quando si confrontano con la sofferenza delle famiglie che perdono il lavoro, le case e le loro speranze.

La verita’ e’ che una guerra di classe effettivamente c’e’ ed e’ la guerra che i grandi proprietari – quella superclasse descritta dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz in un suo famoso saggio – muove quotidianamente, con mezzi crescenti e tecniche sempre piu’ sofisticate, non contro i poveri, ma contro quella classe media oramai in via di estinzione, ovunque nel democratico Occidente. Tocca darsi una svegliata o, presto, non ci sara’ un futuro per tutti.

 

(Tratto da: http://www.altrenotizie.org)

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