I limiti dello sviluppo. Per chi suona la campana ‘New normal’?


C’erano una volta l’efficienza e il risparmio energetico. Avete presente quando la Marcegaglia in persona ne parlava come del piu’ grande giacimento che avevamo a disposizione? Bene, praticamente sembra un secolo fa. Mentre invece, con la crisi che continua a mordere nonostante la ripresa, tanto che secondo la Fed, questa “sta calando” e “i tassi resteranno eccezionalmente bassi per molto tempo” , dovrebbe essere in cima all’agenda politica economica industriale del nostro Paese. Perche’ porterebbe a costi ridotti, e benefici sia per l’industria, sia per l’ambiente, sia per l’economia, sia per l’occupazione (ed e’ solo un esempio). Ma appunto servirebbe una politica industriale che pero’, come sostiene giustamente oggi Fabrizio Onida sul Sole24Ore e come greenreport.ita’ dice da tempo, non esiste.

In Italia – spiega- la priorita’ delle priorita’ per una politica industriale lungimirante e’ il sostegno a quel circuito virtuoso ricerca-innovazione industriale-ricerca che da tempo fatica a decollare, anche se abbiamo di fronte opportunita’ enormi per valorizzare i nostri tecnici e laureati in campi come le ‘energie verdi’ (che non devono essere un retaggio di Obama e della Merkel), il software ingegneristico applicativo, la robotistica, le nanotecnologie, le biotecnologie e tanti altri (si veda il programma di sviluppo dell’Istituto italiano di tecnologia). Come ci ricorda l’intervista di Luca Orlando a Gianfelice Rocca su questo giornale del 3 agosto, un ‘cambio di passo’ su innovazione e mercato del lavoro e’ sempre piu’ urgente per prevenire il tanto temuto declino”.

Appurato quindi che questa puo’ (e dovrebbe) essere la strada che l’Italia – fondatrice dell’Unione Europea ricordiamolo – intende seguire, rilanciando proprio in Ue questa sua ritrovata verve ecologica economica, servirebbe appunto sia una classe di governo che capisca l’importanza di questo passaggio; sia una classe imprenditoriale che creda in questa opportunita’/necessita’; sia un salto culturale che sia in grado di far maturare fino in fondo la portata di questa rivoluzione che e’ copernicana molto piu’ di quello che si crede.

Come ben spiega Guido Viale sul Manifesto, partendo da quello che sta accadendo in Russia, “affrontare i cambiamenti climatici richiede una conversione radicale del sistema produttivo, dell’impiantistica, dei consumi e degli stili di vita intorno a cui si sono consolidate abitudini e aspirazioni della maggior parte della popolazione mondiale”.

“Non si tratta – aggiunge – solo di definire obiettivi che cozzano con i miti produttivistici, consumistici e occupazionali dell’oggi (di questo, chi piu’ e chi meno, sono capaci tutti). Il fatto e’ che una conversione ambientale di produzioni e consumi non puo’ essere gestita con i tradizionali strumenti di governo: in particolare, con quelli messi in campo per far fronte alla crisi in corso: le politiche di bilancio per salvare le banche; gli incentivi al consumo per salvare l’industria dell’auto; le “grandi opere”, nella speranza che rimettano in moto l’economia”.

“L’economia dei combustibili fossili – continua e cosi si torna al tema iniziale – quella che ci ha portato alla situazione attuale e che ci sta trascinando verso un disastro irreversibile, e’ fondata sui grandi impianti: campi petroliferi e miniere, oleodotti, flotte di petroliere e navi carboniere, grandi raffinerie, grandi impianti di generazione, grandi reti di distribuzione dell’elettricita’ e dei combustibili. Gran parte dell”apparato produttivo mondiale, dall’agroalimentare alle costruzioni, dalla farmaceutica all’auto, e’ commisurata a queste dimensioni, anche se il modello non e’ piu’ il grande combinato fordista, ma la rete che scarica rischi e costi su strutture decentrate, delocalizzate, e spesso evanescenti. Per gestire questi grandi impianti e queste grandi reti ci vogliono grandi societa’, grandi piramidi aziendali, grandi strutture di supporto tecnico, legale, pubblicitario e lobbistico, grandi risorse finanziarie: tanto grandi che i governi non riescono piu’ a controllarle e hanno delegato le proprie prerogative persino, in sostanza, quella di “battere moneta”, cioe’ di decidere quanto denaro deve circolare nel mondo – alla finanza internazionale e alle multinazionali; o a organismi internazionali, dalla Banca mondiale al Fmi, dal Wto alla Commissione europea, ancora piu’ esposte dei governi nazionali al lavorio delle lobby”.

Ed ecco il punto: “Per funzionare la green economy – qualsiasi cosa si intenda con questo termine – deve adottare uno schema opposto. Catturare l’energia del sole, del vento, delle onde marine, della biomassa senza devastare il territorio e mettere alla lame gli umani richiede un’impiantistica distribuita, decentrata, articolata sul territorio in base ai carichi da coprire e alla disponibilita’ delle risorse locali (…) Perche’ il complemento irrinunciabile di una transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili e’ la promozione dell’efficienza energetica, che richiede interventi ancora piu’ decentrati e articolati caso per caso: l’individuazione e l’eliminazione degli sprechi, la coibentazione degli edifici, l’introduzione di nuove tecnologie nelle apparecchiature domestiche e industriali”.

Alla luce di queste affermazioni difficilmente contestabili, diventa paradossale persino per il Sole24Ore incensare – non darne notizia che invece e’ correttissimo ci mancherebbe altro – quanto sta accedendo nel North Dakota gridando al ‘miracolo’ perche’ qui si e’ scampati alla recessione “grazie al petrolio” che ha trasformato l’economia agricola facendo cederle il passo al greggio.
In ultima analisi quindi appare a noi piuttosto evidente che il processo di maturazione di un nuovo paradigma economico che faccia perno sull’ecologia e’ ancora lontano dall’essere compiuto. Si va avanti a scatti e rinculi e l’assenza di una nuova narrazione politica, specialmente in Italia, in questo senso, nonostante le avanguardie ormai degli anni Settanta, rende il quadro ancora piu’ fosco. Ma anche piu’ aperto a chi sara’ davvero in grado di portare avanti questa idea, ribadiamo, politica improvvisamente (e inaspettatamente) tornata ‘nuova’.

A meno che non si voglia che il ‘new’ sia quel ‘new normal’ di cui parla il Sole ovvero l’accettazione che il mondo non sara’ piu’ come prima e quindi “senza lavoro per sempre” costruendo cosi un bell’alibi a chi ha deciso che e’ meglio non fare proprio un bel niente…

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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