L’Africa che vive in Italia

(Fonte: altrenotizie.org)

di Rosa Ana de Santis

I numeri del dossier Caritas – Migrantes dicono che in Italia vivono un milione di africani, 7 su 10 nordafricani. In testa Tunisia ed Egitto. La Lombardia e’ la regione in cui la presenza africana e’ piu’ significativa. Segue, in una diversa scala regionale, tutto il Nord e il Nord-Est. Nel 2050, mantenendo questo ritmo, diventeranno quasi 3 milioni. Non aumentano solo gli immigrati con permessi di soggiorno o quelli in attesa, ma nascono nuove famiglie. Matrimoni misti e immigrati di seconda generazione nati in Italia sono molti e i minori sono oltre 200.000.

I figli di questo esodo dal Continente Nero pongono all’attenzione della politica una questione normativa serissima. L’Italia e’ casa loro e il tema della cittadinanza – che riguarda la loro collocazione e, prima ancora, il loro riconoscimento politico – non potra’ essere disatteso a lungo. Lasciarli come fantasmi, tenendo conto dei numeri relativi alla loro presenza crescente nei prossimi anni,  crea infatti una voragine e un’insidia nel diritto che non e’ degna di una democrazia moderna.

Se i numeri restituiscono il ritratto di un Italia che ha cambiato pelle, non possiamo dire che siano scomparsi atteggiamenti razzisti e discriminatori. Piuttosto, nell’intolleranza diffusa per gli immigrati, l’ostilita’ per negri e marocchini persiste a dimostrare che nella xenofobia e’ sopravvissuto l’orrore del razzismo classico. Quello del colore della pelle. A questo si aggiunge il pregiudizio degli italiani, secondo il quale l’immigrazione coincide con la criminalita’. Una relazione che ha smentito proprio il Viminale con i suoi dati, ma che non e’ penetrata nell’opinione pubblica. E’ poi vero, nel quadro dell’immigrazione africana, che i nordafricani sono maggiormente coinvolti nel traffico della droga e nella tratta delle donne.

Dall’Africa si fugge per scampare a conflitti sanguinari e tribali. Moltissimi i rifugiati. E poi si scappa dalla poverta’ e dalle zone senza acqua, divorate dal deserto. Esiste per questo una migrazione tutta interna al continente, cosiddetta economica, e una fuga verso i centri urbani, con tutte le conseguenze sociali e sanitarie che si possono immaginare. L’odissea nel mare e’ il viaggio che questi disperati in fuga scelgono per raggiungere l’Europa, spesso andando incontro alla morte.

Se solo i soldi utilizzati per respingere i clandestini fossero destinati al recupero delle zone rurali abbandonate, si riuscirebbe a contenere questo esodo e a governare meglio un fenomeno che, nella condanna alla poverta’ in cui e’ lasciata l’Africa, non potra’ essere fermato con le misure della sola repressione.

Gli africani che da noi lavorano come dipendenti sono mezzo milione. Molti poi gli stagionali e quelli con occupazione a termine. Tanti quelli che prestano manodopera nel settore domestico o nell’edilizia o nelle piantagioni senza regolarizzazione, come il caso di Rosarno ha duramente testimoniato.

L’integrazione con una cultura cosi lontana dalle latitudini della societa’ occidentale e’ tutt’altro che poetica e romantica, ma la situazione geo-politica dell’Africa e’, allo stato attuale, una condanna senza ritorno. Per questo non si fermera’ l’onda della fuga. Alla politica internazionale e a quella del nostro governo spetta un compito un po’ piu’ elevato dei respingimenti indiscriminati e dello sfruttamento appaltato alle cosche locali.

Questa e’ stata la reazione finora messa in campo, assolutamente sottodimensionata per un fenomeno che non e’ solo fatti di numeri e braccia, ma di nuove categorie sociali e culturali per le quali il cuore della solidarieta’ potra’ anche essere un lusso, ma la testa della politica e’ una necessita’. Passa da qui l’unica occasione di non cadere nei fantasmi dell’apartheid e nel suicidio del purismo etnico. L’imbroglio su cui, in ogni angolo di storia, nasce una tirannide.

(Tratto da: http://www.altrenotizie.org)

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