Le “Pantere”, protagoniste di un movimento da recuperare

studentiMeglio una stagione da pantere o due decenni di oblio?
Nell’immaginario collettivo il meridione d’Italia è legato ad un coacervo di luoghi comuni davvero difficili da rimuovere: i nostri cugini poveri (nostri per chi vive al Nord, evidentemente) sono sempre visti un po’ come un malandato fardello che il Nord, ricco, opulento, benestante deve sobbarcarsi. Sarebbe da indagare la percentuale di militari provenienti da zone a sud di Roma che sono in missione all’estero, la percentuale di fatturato che le imprese del Nord realizzano annualmente al Sud e i vantaggi conseguiti dalle medesime imprese nell’appaltare alle varie organizzazioni malavitose la gestione degli scarti industriali, sotterrati qui e lì fra i campi di pomodori, come ha documentato Saviano e non solo lui. Per fare degli esempi, ma si potrebbe continuare, risalendo fino al “blocco agroindustriale” post-unità.
Raramente si tiene presente che la società civile di quelle zone d’Italia sia stata spesso all’avanguardia nelle rivendicazioni sociali, politiche ed economiche. Ma questo non si dice, perché il Sud deve sempre essere il non luogo del malaffare, del clientelismo e della rassegnazione. Un po’ come ce lo rappresentano plasticamente certe immagini di periferie urbane riarse dal sole, invase dalla spazzatura e con un arredo urbano fatiscente, dove ogni centimetro quadrato è lottizzato da motorini e automobili.
In queste poche righe non posso e neppure voglio mettermi a fare il paladino di questa o quella tendenza, tuttavia andrebbero senza dubbio valorizzate le spinte e le esperienze che dal Sud propongono a tutta l’Italia un sentiero nuovo, diverso, alternativo alla degenerata rassegnazione a cui anzitutto la politica ci ha abituato. Fa tristezza, insomma, che anche in un bel libro come quello di Carmelo Albanese “Cera un’onda chiamata pantera” (manifestolibri, pp. 175, € 28,00 www.manifestolibri.it ) sia così “romanocentrico” dando conto in modo assai marginale della genesi palermitana del movimento della “pantera”, sbocciato sul finire del 1989.
Vent’anni nei quali si sono succedute molte pratiche di protesta, universitarie e non. Sostanzialmente fallite, vista la trionfale cavalcata del più degenere liberismo che neppure la più imponente crisi finanziaria della storia pare aver smorzato in Italia.
Ciò è triste tanto più se pensiamo che nulla o quasi di quel movimento è stato assorbito dalla politica, e questa pare essere la sua più significativa anomalia rispetto agli antecedenti: è saltata una generazione nei quadri e nei dirigenti dei partiti di sinistra (in senso lato). Oggi probabilmente abbiamo esponenti o troppo vecchi (e compromessi) o troppo giovani.
Opera a mio avviso di primario interesse è, comunque, il DVD che al libro è allegato. Non solo per il valore di documento storico che serba, racchiudendo immagini amatoriali e “quotidiane” di quella protesta, ma anche per la testimonianza, splendida e lucidissima, di Enrico Lucci. A tratti questi mette a nudo tutte le malattie e le degenerazioni di cui può essere vittima un movimento spontaneo: l’arroganza, il verboso assemblearismo, anzitutto. Dissento da lui solo su un punto: quando dice che solo con una tensione emotiva forte si possono cambiare le cose e che “nessuno verrà coinvolto parlando di PIL”. Vero, ma la tensione emotiva si smorza, per ovvie ragioni, la convinzione no. Non si può pensare che solo con i sogni e le grandi idee si riesca a elaborare un’alternativa durevole, credibile e, soprattutto, capace di intercettare gli umori di una vasta platea di soggetti.
Ma di tutto il suo discorso su un punto credo che egli abbia davvero colpito nel segno: quando qualcuno si avvicina ad una stagione di rivendicazioni, a un momento di piena maturazione per istanze di rinnovamento, e qualora queste falliscano, arretrino o si sgonfino, quella persona rimmarà per sempre un deluso. Non sarà più pronto a cogliere nuove opportunità di azione sociale che potrebbero sorgere in un secondo momento. La disillusione è il vero dramma della sinistra italiana, ma oserei dire europea.
Molto interessanti, inoltre, le riflessioni svolte all’interno del libro per quanto concerne l’utilizzo della tecnologia, allora era il fax, per mantenere i contatti e le relazioni fra le varie anime e luoghi. Effettivamente da quel punto di vista tutte le successive esperienze sono figlie, sia pur con le dovute evoluzioni, di quell’intuizione per cui il fax potesse davvero essere una sorta di “fionda” di Davide per sconfiggere Golia.
L’operazione di memoria, seppur condita dagli immancabili capelli sale e pepe dei protagonisti di allora, intende passare un testimone agli studenti di oggi, a partire da quell’Onda che non più tardi di due anni fa si è opposta sia alla riforma Gelmini dell’università, ma, forse ancor di più, all’idea che il conto della crisi economica dovesse essere pagato da fasce subalterne e già significativamente provate della società, studenti in primis. Dobbiamo dire che anche qui i risultati sono stati grami, tanto più che l’acuirsi della recessione ha innescato una nuova spirale di disuguaglianze e discriminazioni cui la sinistra non ha saputo contrapporre nulla o quasi, se non gli abusati pannicelli caldi.
La condizione studentesca oggi è senza speranza per varie ragioni, anzitutto perché l’università non è più un investimento sul futuro, non solo economico, per un cittadino in formazione, poi perché le privazioni e la scandalosa mancanza di mezzi la rendono sempre meno efficace ed efficiente a tutto vantaggio delle università private dove si coltivano le “eccellenze”, o sedicenti tali. Attraverso la ricostruzione del movimento della pantera possiamo convincerci, una volta di più, del fatto che l’università sia davvero la spia delle tendenze che si stanno innestando nella società e nella politica: nel 90 la riforma Ruberti era il primo passaggio per smantellare il “pubblico”, cosa puntualmente realizzatasi, e oggi i tagli indiscriminati alle esauste finanze di scuola e università sono l’emblema del tributo che dobbiamo ancora pagare a banchieri e speculatori.

Alberto Leoncini
albertoleoncini@libero.it

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