Il banchiere sobrio

Pietro Raitano ha intervistato Ugo Biggeri, per Dal 22 maggio scorso Ugo Biggeri e’ il nuovo presidente di Banca Etica. Conciliando professionalita’ e affabilita’, competenza e sobrieta’, questo 44enne toscano risponde alle nostre domande seduto sugli scalini d’ingresso della filiale fiorentina della banca.

5.199 votanti (deleghe comprese) all’ultima assemblea, un numero che non si vedeva da anni, testimoniano la grande aspettativa legata al rinnovo delle cariche.
Leggo questa partecipazione in modo molto positivo. I soci di Banca Etica sono sparsi in tutta Italia, eppure quelli rappresentati erano piu’ del 15% del totale. In sala ce n’erano un migliaio. Questo dimostra l’attenzione verso l’intero consiglio di amministrazione e al ruolo che questo ricopre. Una delle critiche pre-assembleari era che tutto ruotasse attorno al nuovo presidente, e al fatto che ci fosse un solo candidato per ricoprire quel ruolo. La partecipazione dimostra invece che tutto il cda e’ importante per i soci.

Che cosa e’ emerso dal voto?
Sono state rispettate le indicazioni di voto da parte delle aree territoriali, e alcuni candidati sono spuntati piu’ in alto, hanno avuto piu’ preferenze di quanto immaginato. Non solo: due fra i candidati non eletti (Tommaso Marino e Marina Coppo, ndr) erano nel cda uscente. E, a parte Sergio Morelli, che ha ricevuto molti voti, gli altri che erano gia’ in cda sono entrati con un numero minore di voti. Cio’ manifesta in modo abbastanza chiaro la voglia di rinnovamento della squadra, cosi come e’ emersa la richiesta di tecnici per il cda.

Non ci sono stati grandi sconvolgimenti su eletti e sulla nomina di un nuovo presidente
Erano elezioni blindate ma fino a un certo punto. Ci sono dinamiche per cui si tende a concertare tra i soci rispetto ai voti: il meccanismo della lista aperta ti porta a questo. Pero’ voglio aggiungere ancora due cose sull’assemblea. Avevamo paura di un’assemblea calda, per via di alcune criticita’ emerse nei giorni immediatamente precedenti. Nel complesso, invece, e’ stata piu’ una festa. O meglio: si e’ verificato un cambio importante, ma senza strappi. Le criticita’ erano legate al passaggio da un presidente, Fabio Salviato, che in tutti questi anni e’ stata una figura centrale per la banca. Questo poteva creare tensione tra il vecchio e il nuovo di Banca Etica. C’erano stati alcuni episodi: interviste apparse sui giornali, l’ultimo cda che non ha raggiunto il numero legale. Alcuni consiglieri che non si potevano ricandidare erano molto perplessi. Ecco: una delle questioni piu’ delicate sara’ il rapporto col vecchio cda. Dovremo fare tesoro del passato senza privare il nuovo cda del suo ruolo pieno. u una cosa su cui lavorare con delicatezza. Per la prima volta abbiamo possibilita’ di fare squadra. Per questo, il nostro primo consiglio, il 7 e 8 giugno scorsi, ha prodotto un resoconto reso disponibile a soci e dipendenti. u un segnale di trasparenza e volonta’ di comunicazione.

Parliamo dei numeri della banca. Il 2009 si e’ chiuso con un utile decisamente modesto: 30mila euro. A questo va aggiunta una riflessione sugli alti costi operativi della struttura.
u chiaro a tutti che il vero motore di Banca Etica e’ la raccolta di capitale sociale. Se non cresciamo siamo bloccati sulla parte piu’ innovativa, quella dei progetti. In questo senso, pero’, il 2010 non si annuncia migliore dell’anno passato. Dobbiamo lavorare molto sulla macchina organizzativa: negli ultimi anni l’efficienza operativa non e’ stata presidiata. Vengono poi gli aspetti di efficienza interna: abbiamo trascurato il tema della soddisfazione del cliente nell’operativita’ quotidiana. Riguardo ai costi, il problema non e’ se ci sono troppi lavoratori o meno. Di sicuro si tratta di 206 persone i cui interessi forse sono stati poco considerati: dobbiamo capire meglio il loro ruolo, forse spostare qualcuno o ridisegnare alcune funzioni. Ma non dimentichiamoci che Banca Etica e’ un nome straconosciuto rispetto a banche di dimensioni simili. Abbiamo margini di crescita enormi e per questo serve gente che ci lavori.

Eppure la banca ha spesso sovrastimato lo sviluppo dei suoi ricavi.
La cosa vera e’ che le inefficienze erano tollerabili in una condizione di tassi alti. La crisi finanziaria ci ha colpito in un momento molto particolare. Non per il livello di sofferenze, che non sono aumentate. Non avere un rapporto tra impieghi e raccolta elevato, e una liquidita’ che non rende niente, ha pero’ inciso per qualche milione di euro. Riassestarsi e’ stata dura.

Gli impieghi, appunto. In rapporto alla raccolta sono solo il 56%.
Questa e’ la grande critica mossa alla banca: non concedere abbastanza finanziamenti. Dobbiamo trovare una modalita’ per lavorare ancora meglio. u un problema piuttosto difficile, che tuttavia e’ figlio del successo stesso di Banca Etica, perche’ i tassi di crescita della raccolta sono sempre stati molto alti e la situazione non e’ stazionaria. Ovvero: se la raccolta fosse ancora quella di 3 anni fa oggi avremmo impiegato tutto. La raccolta cresce veloce rispetto agli impieghi. Il divario esiste, ma altri esempi europei, come Triodos (istituto finanziario etico olandese, ndr) hanno livelli ancora piu’ bassi. Preferiscono investire la loro liquidita’ sui fondi, e questo nel breve periodo puo’ essere uno stimolo anche per Banca Etica, una strategia per gestire la liquidita’ che non sia solo comprare titoli di Stato.

Banca Etica conosce a sufficienza il territorio, i soggetti cui si deve rivolgere o che si aspettano sostegno?
Io credo che se dobbiamo trovare un ruolo ai gita’ (gruppi di iniziativa territoriale, i gruppi di soci attivi sul territorio, ndr ) e’ quello di capire come legarli al territorio. La struttura che ci siamo dati, con 13 filiali -e siamo l’unica banca etica con tante filiali- risponde ad alcune logiche tipiche di un istituto come il nostro. Non potremo continuare ad aprirne a questo ritmo, ma dovremo studiare altre formule per valorizzare la nostra presenza sul territorio, come i banchieri ambulanti. Avere la struttura di una banca di credito cooperativo con un respiro da banca nazionale non aiuta ne’ l’efficienza ne’ le motivazioni del personale. Ai dipendenti e ai gita’ serve di far crescere il loro ruolo. Non solo per avere una mappatura economica del territorio, ma per sapere che cosa si muove a livello sociale. Sulla territorialita’ si giochera’ il futuro di Banca Etica.

Altro problema, un patrimonio non sufficiente.
Bisogno ricapitalizzare in qualche modo: forse i soci non l’hanno capito fino in fondo, ma e’ una condizione fondamentale. Le nostre sono davvero buone azioni: se metto 500 euro nel capitale di Banca Etica le consento di fare 5mila euro di prestito.

Resta il nodo dei fondi di investimento, che ancora dividono i soci.
Non ero d’accordo sulla scelta di istituire dei fondi. Oggi, pero’, lo sono. Dovremo affrontarne le criticita’, come il controverso caso della presenza di societa’ private per la gestione dell’acqua nel pacchetto di aziende nella quali investe il fondo. Il dibattito sconta pero’ il fatto che c’e’ ancora chi e’ contrario a prescindere, e qualsiasi cosa e’ un pretesto per criticare l’esistenza dei fondi. Temo sia una posizione che non coglie il valore di Etica sgr come qualcosa che svela certe ipocrisie: guardiamo a dove vanno i soldi dei cittadini. Certo, un militante non ce li mettera’ mai i soldi in un fondo, ma noi ci rivolgiamo agli altri, quelli che non possono a questo punto piu’ dire che non c’e’ alternativa alla finanza tradizionale. La questione riguardante l’acqua e’ utile perche’ fa partire il dibattito. Io, ad esempio, non vedo contraddizione tra investire in una utility che ormai e’ all’interno di un mercato esistente ed essere a favore dell’acqua pubblica in Italia. Andrei a guardare nel dettaglio, per evitare di fare discorsi preconcetti. Etica sgr e’ anche utile per portare il nostro punto di vista nel mondo vero.

Il commento di Marco Gallicani: dopo 11 anni, la sfida e’ rinnovare la banca
Se eravate all’assemblea di Padova, il 22 maggio scorso, potrete confermare la mia sensazione: abbiamo presenziato a un momento decisivo per Banca Etica. A oltre 10 anni dalla nascita (nel 1998), una festosa assemblea elegge un presidente che non e’ piu’ il fondatore, gli affida un cda rinnovato e fotografa una banca diversa da quella entrata in sala. Sensazioni che a molti sembravano utopistiche anche solo fino a qualche tempo fa. Sensazioni verissime, anche se la partecipazione (migliorata) rimane ancora limitata (un migliaio di persone) e concentrata nelle occasioni elettorali. Anche se il ruolo delle cordate interne e’ ancora troppo decisivo (per molti ottimi candidati esser fuori dagli accordi ha significato non trovare spazi) e la stessa straripante vittoria di Ugo Biggeri potrebbe essere il suo limite: rischia seriamente di non avere opposizione interna, pessimo segnale di vitalita’ democratica. Banca Etica arriva ai suoi 11 anni stanca, provata da una crisi che la colpisce forse piu’ di altre banche, perche’ si contestualizza su di un mercato di riferimento (il terzo settore) che e’ irriconoscibile rispetto a quello degli anni 90. Al nuovo presidente tocchera’ quindi re-interpretare la visionarieta’ che caratterizzo’ il momento fondativo, dimostrando la capacita’ di leggere cio’ che accade nel Paese reale senza la presunzione di comandarlo dall’alto. Essere, in sintesi, il presidente di una banca capace di convocare all’attivismo economico, specialmente i giovani e le nuove realta’ dell’altra economia. Dovra’ sviluppare piu’ solide relazioni con le reti limitrofe -soprattutto le Mag e le banche di credito cooperativo-, alimentare con vere e sostanziali responsabilita’ la partecipazione dei soci, il ricambio del management e dei colonnelli che presidiano il territorio da quasi 15 anni, sviluppare sinergie, economie di scopo o di scala con le tante partecipate. Se sapra’ interpretare il dinamismo che lo ha portato all’elezione, questo consiglio potrebbe essere quello della svolta, dopo un decennio che ha raccolto attorno alla pratica della finanza etica sensibilita’ molto lontane da quelle che ne segnarono l’avvio in Italia. Dovra’ stare attento soprattutto alla gestione del periodo di transizione con la vecchia gestione, che potra’ certamente rispettare, ma dalla quale dovra’ sapersi distanziare con lo stesso spirito dimostrato in campagna elettorale.

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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