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Qualche settimana fa al festival del cinema di Cannes han presentato, con un tempismo perfetto non c’e’ che dire, il seguito di Wall Street, un film del 1987. Il titolo e’: Wall street – Il denaro non dorme mai
Nel primo il nocciolo era racchiuso in questa frase: ‘L’avidita’, non trovo una parola migliore, e’ valida, l’avidita’ e’ giusta, l’avidita’ funziona, l’avidita’ chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidita’ in tutte le sue forme: l’avidita’ di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanita’. E l’avidita’, ascoltatemi bene, che salvera’ la disfunzionante societa’ che ha nome America. Serve gente povera, furba e affamata. Senza sentimenti’ (Gordon Gekko)
Prendiamo l’occasione per porci una domanda: e’ proprio vero che non esiste economia senza avidita’? L’avidita’, sotto ipotesi di permanenza, puo’ essere immaginata come una funzione. L’accumulo di avidita’ sarebbe, in questo caso, una funzione monotona crescente. L’economia liberista, che ha ormai preso il sopravvento nei testi universitari, associa l’avidita’ alla competizione. Questo perche’, affidandosi alla meccanica newtoniana, deve considerare l’agente economico come una molecola soggetta ad urti casuali in un sistema chiuso. L’identificazione fra avidita’ e competizione e’ la grammatica dell’ideologia liberista.
Eppure strutture corporative come lo stato, la famiglia e perfino l’azienda inserita nel mercato, si sono evolute e moltiplicate. Difatti il liberista fanatico ha l’infinito terrore dello stato. C’e’ da chiedersi se la grammatica universale dell’economia, avidita’ = competitivita’, tiene veramente o e’ un’ipotesi troppo forte. Nash – forse qualcuno, come me, ha visto anche ‘beautiful mind’- elaboro’ inizialmente modelli di teoria dei giochi competitivi solo per accorgersi in seguito che i giochi cooperativi garantiscono sempre un ottimo superiore a quelli competitivi. La teoria dei giochi si e’ evoluta con gli indici di shapley in grado di misurare il potere contrattuale dei giocatori in giochi complessi ma il punto matematico e’ che la competitivita’ distrugge opportunita’. In conclusione, in invarianza di qualsiasi etica, non e’ vero che esiste solo l’economia dell’ aggressione. Di piu’. L’economia dell’aggressione non e’ la migliore scelta possibile.
La cooperazione garantisce, al contrario, il miglior risultato possibile. Pero’ possiamo andare ancora oltre, vi invito a quest’ulteriore deviazione, stabilite voi quanto forzata. ‘L’avidita’, u§a va sans dire, e’ negativa. E’ intuitivo che chi sposa uno stile di vita avido ed egoista, con l’aggravante, se ricopre ruoli di responsabilita’, di informare l’intera societa’ a quello stile, e’ destinato a subire il giudizio divino e a contorcersi in sofferenze infernali per l’eternita’, giustamente aggiungo io da ateo. Non si dubita che uno stile gestionale collaborativo in luogo di uno competitivo possa far conseguire migliori risultati aziendali e poi, forse, piu’ crescita e piu’ occupazione. Tuttavia il nostro scopo non deve essere quello, di per se’ meschino, di gestire un’azienda aumentandone fatturato, margini, profitti. La nostra ambizione e’ quella di trasformare la societa’ attraverso la trasformazione dei mezzi e dei modi della produzione economica. In questo senso e’ utile chiedersi perche’ l’attuale societa’ e’ informata a criteri di avidita’. La risposta risiede nello psicologismo. Non e’ difficile cogliere la pochezza, la vacuita’ dei detentori del potere. In definitiva essi si annoiano. u gente con carenze affettive, sessuali. Cercano di colmare il loro vuoto interiore con l’accumulo di beni materiali, accumulo di denaro addirittura, di incarichi, cariche, prebende. Si sentono gratificati nel sentirsi chiamare direttori, direttori generali, amministratori delegati, presidenti, ministri. Coltivano la pretesa di incutere timore nel prossimo, la pretesa vastamente ridicola di suscitare invidia (pretesa tuttavia non infondata poiche’ qualche pirla che li invidia c’e’ realmente).
Tentano vanamente di placare l’angoscia esistenziale inseguendo l’avidita’, elevandola a virtu’ salvifica e ad esempio e modello sociale. Le conseguenze materiali di tali tare psicologiche sul sistema economico si concretizzano nei totem della crescita e della occupazione. Per essere all’altezza di un progetto rivoluzionario la prassi strategica deve essere coerente con gli obiettivi che si prefigge. Il mezzo deve prefigurare il fine. Non ci proponiamo di abbattere il potere per prenderlo, ma per abolirlo tout court. Ferma restando la validita’ del metodo soreliano, possiamo sfidare e integrare il pensiero di Sorel circa lo sbocco che prefiguriamo per la societa’ futura scaturente dalla rivoluzione e insurrezione degli impoveriti e degli sfrutatti, che dovra’ occuparsi dell’abbattimento del totem della crescita e del mito dell’occupazione e connotarsi delle prerogative della decrescita e della liberazione dal lavoro.
(Tratto da: http://www.finansol.it)
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