Ne “Il Barbiere di Siviglia” di Rossini quest’aria è riferita al denaro, tuttavia poco ci si discosta se estendiamo il campo di visuale per scandagliare come l’economia sia stata “un’invenzione” assai prelibata per la classe borghese, che negli ultimi due secoli ha imposto la sua egemonia grazie ad un immaginario epistemologico e ad un’armatura concettuale che potremmo definire “più vera del vero”.
di Alberto Leoncini
Si è preso la briga di ricostruirla Serge Latouche, senz’ombra di dubbio uno dei “guru” a cui appellarsi per venire a capo di un frangente che, sotto il profilo economico-finanziario, appare sostanzialmente irrecuperabile. Pare quasi che sia necessaria una soluzione taumaturgica che, con un colpo di spugna, spazzi via tutti i problemi che ci siamo creati in almeno due decenni di speculazione e dissennata corsa ad una crescita che, ragionevolmente, appariva drogata e impossibile da sostenere. Effettivamente, però, è utile ragionare anche sulla genesi di tale situazione, e in questo senso non posso che condividere la polemica che egli espone contro la degradazione dello studio economico a mero “business school” mediante la serializzazione di procedure operative orientate al solo miraggio della redditività.
Chi ha avuto il coraggio di fare questo tipo di riflessioni, dettate prima che dalla conoscenza della storia economica dal buon senso, appare oggi come un mito. Ed è proprio qui il problema. Rischiamo di sostituire nuovi miti ai vecchi, senza senso critico e, specialmente, senza senso storico. Miti, si badi, tanto forti quanto lo sono stati quelli che oggi segnano il passo.
Il mito della decrescita è artificioso tanto quanto quello della crescita perché si impone in modo onnivoro su un uso razionale e ragionevole delle risorse, che invece dovrebbe essere l’obiettivo centrale di ogni economista. Altro che invenzione.
Fatta questa premessa metodologica, non può comunque che far piacere il vedere in una collana prestigiosa di Bollati Boringhieri il testo “L’invenzione dell’economia” (€ 18,00 pp. 255) poiché è il segno di una legittimazione anche “mondana” di un pensiero “altro” che risulta a mio avviso di assoluta urgenza per provare a risollevare le sorti di uno scenario che risulta pesantemente compromesso.
L’opera, poderosa e documentatissima, si aggancia ad un filone critico assai prolifico che vede i suoi campioni in Sismondi e Say, senza dimenticare Marx. Insomma, il Nostro, si muove su una pista ben più che battuta.
La densità di riferimenti, comunque, mette bene in luce come sia stato costruito un immaginario economico a uso e consumo di un determinato modello di sviluppo che non è né l’unico né il migliore, semplicemente quello attorno al quale si è creato un consenso maggioritario. Il “mainstream”, per darci una patina di esotismo da oltremanica.
Ribadisco, ma il libro offre un destro formidabile in questo senso, che il granitico fideismo cui è attorniata l’economia non è altro che un “rientro dalla finestra” di quegli universali che abbiamo sbrigativamente mandato in soffitta con la filosofia moderna e contemporanea, ma che son tornati, verrebbe da dire, più forti di prima.
Latouche, da buon francese, difatti polemizza acutamente contro questa invenzione anglosassone infierendo senza troppi complimenti ora che se ne stanno evidenziando con sempre maggiore irruenza i limiti. Di certo lo fa con perizia e grande approfondimento in termini culturali, creando un testo non solo solido scientificamente ma godibilissimo come lettura anche per chi non si occupi di economia e dintorni a tempo pieno, anzi forse è proprio questo di questo tipo il lettore che più lo apprezzerà per come si muove con grande agio nella storia e nella filosofia.
Certo è che dopo la stringente argomentazione, l’aspetto propositivo è un po’ deficitario. Avremmo auspicato di poter riscontrare nel testo concrete progettualità di riforma finanziaria e di modifica dello status quo.
Appaiono ben più che esigenze d’accademia, a mio modo di vedere, quelle di riportare la monetazione sotto controllo pubblico, come pure porre fine allo scandaloso intreccio di interessi che lega banche e agenzie di rating (“domandare all’oste se il vino è buono”…), per non parlare del ripensamento delle logiche della fiscalità ancora legate ad uno strumentario obsoleto: si tassano i fiammiferi ma guai a ragionare di moneta affrancabile o di utilizzare come riserva di valore per la stessa le foreste pluviali, come avanzato dal progetto “Carbon Currency”.
L’interrogarsi su quale sia la vera natura dell’economia, insomma, è problema che ci potremmo porre, se ne avremo voglia, una volta risolti nodi più scoperti.
Alberto Leoncini
albertoleoncini@libero.it
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