(Fonte: Inviatospeciale.com/)
Un grido di allarme sulla condizione dei detenuti. Un articolo per ‘Tu Inviato’.
Il carcere reclama sacrifici umani, lo fa con inusitata violenza, senza andare troppo per il sottile, in fin dei conti parliamo di materiali difettati, di prodotti cancerogeni, di merce da smaltire in fretta senza fare rumore.
Sul carcere non e’ consentito affermare un bel niente davanti al collasso della giustizia che dovrebbe sostenere il diritto all’equita’ e alla dignita’ di una pena da scontare non solamente come castigo fine a se stesso, bensi per ritornare a essere uomini che possono rientrare in seno alla collettivita’.
Dall’inizio dell’anno uno, cinque, dieci, venti corpi avvelenati dall’incuria, con gli occhi spalancati e resi ciechi dal dolore della solitudine.
In alcuni istituti monta una follia ingannevolmente liberatoria, si prendono e si danno botte, si sequestrano gli uomini e si disperdono le dignita’, all’irresponsabile fragilita’ del disagio che genera violenza, e che chiaramente non consente giustificazione, si risponde con l’esemplarita’ dell’ulteriore punizione, eppure manca quella sicurezza e quella pieta’ che rendono umane le sconfitte piu’ tragiche.
Ancora una volta e’ consigliabile pensare alla galera non come a un contenitore per incapacitare ed espellere definitivamente dal contesto sociale, perche’ in carcere si va, ma prima o poi si esce, e allora bisognerebbe evitare la pratica dell’induzione a diventare peggiori di quando si entra, per tentare di vincere, da una parte, quell’infantilizzazione galoppante che partorisce tanti uomini bambini, e dall’altra, quella subcultura criminale che trasforma il poveraccio in un uomo bomba.
Quei ragazzi appesi a una corda e quegli uomini in procinto di rifare nuovamente del male a se stessi e agli altri, sono il risultato del carcere che non cambia, che, se non puo’ cambiare, neppure intendiamo migliorarlo.
Nonostante i segnali d’allarme di quei fastidiosi lamenti, ci limitiamo a osservare il carcere, come se fosse sufficiente a stabilirne le utilita’ e gli scopi (mai raggiunti), mentre per riappropriarsi delle proprie funzioni di castigo e recupero, esso avrebbe bisogno dello sviluppo di teorie e pratiche interne alla pena, e alternative ad essa.
Avrebbe bisogno di una decongestione sistemica del sovraffollamento, della carenza di personale e di fondi, ma sarebbe ingenuo non affiancare a questi problemi endemici, un ripensamento culturale, che sottolinei il valore umano della pena, perche’ in carcere si va perche’ puniti, e non per essere puniti.
Finche’ il carcere sara’ inteso come un momento fermato per sempre, esso rappresentera’ una fotografia, un’immagine che non svela la vera essenza-assenza di cio’ che vi e’ ritratto. Ecco perche’ nelle tante parole-valigia che si sprecano sul mondo penitenziario, piu’ che altro per farci stare ‘dentro’ tutto e piu’ di tutto, esse non ci permettono di vedere il tutto nella sua complessita’.
Non si prende in considerazione l’opportunita’ di pensare che occorre rivedere qualcosa, che manca qualcosa. L’antidoto non puo’ essere sintetizzato nella sola richiesta di piu’ operatori, piuttosto nella consapevolezza che e’ in atto un plagio fisiologico operato da chi vuole mantenere il carcere nella sua inutilita’ e antitesi a ogni riabilitazione, nell’indifferenza che cancella ogni forma di prevenzione e dunque di interesse collettivo.
Forse occorrerebbe un po’ di sbalordimento, affinche’ non ci sentiamo rassicurati e lontani dagli accidenti, relegando all’interno di una prigione tutte le nostre contraddizioni, come se tutto acquistasse un equilibrio normale, dove il calcolo, la corrispondenza e il tornaconto giocano decisamente a discapito di chiunque, innocenti e colpevoli.
Vincenzo Andraous
(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)
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