IL VISIONARIO E IL CONGIURATORE

‘Adesso che fai, mi cacci?’

Confuso, livoroso. Provocatorio come un bambino. Inconcludente ai limiti dell’onanismo. E paonazzo, come fosse riemerso da una delle sue immersioni sprovvisto di bombola. Ma soprattutto debole, politicamente e dialetticamente, in quella che definisce la ‘giornata di svolta’, forse perche’ lo vede costretto per la prima volta al confronto a viso aperto, a riemergere dai fondali delle manovre limacciose e dei guizzi infingardi.

Tale e’ apparso Gianfranco Fini alla riunione della direzione del PDL, quel partito a cui, si apprende senza troppo stupore, si e’ pentito di aver aderito. Il partito che lo ha issato alla terza carica istituzionale, e che gli ha sinora consentito di pavoneggiarsi a grillo parlante dalle improbabili velleita’ intellettual-insurrezionaliste.

 

Un partito che, lamenta, al nord si e’ trasformato nella fotocopia della Lega (riuscendo evidentemente laddove AN aveva fallito) e in cui domina il ‘centralismo carismatico’. Siccome qui arriviamo al punto, vi prego di mantenere la concentrazione: non e’ il centralismo ad essere il problema ”’ sotto questo aspetto e per chi lo conosce bene, malgrado le recenti e reiterate professioni di fede assemblearista, Fini e’ piu’ realista del re.

E’ il carisma, che non perdona a Berlusconi, e che piu’ di tutto gli invidia. Quel carisma che consente al Presidente del Consiglio di ribaltare una tornata elettorale ad una settimana da una probabile sconfitta; che riesce a convertire le piazze nei voti che lui insegue, come dicono gli Amici di Maria, in-tutti-i-modi-in-tutti-i-luoghi-in-tutti-i-laghi senza mai afferrarli, a dispetto delle entrature acquisite e della compagna velina.

Se ne e’ avuta prova quando i due si sono affrontati sbattendo sul tavolo tematiche e numeri. Piu’ i numeri delle tematiche a dire il vero, giacche’ ascoltate queste ultime e’ onestamente difficile cogliere la necessita’ del contrappunto indisponente e autolesionista in cui Fini va producendosi da tempo ai danni della sua maggioranza.

E’ chiaro infatti che non e’ del merito dell’azione di governo che il Presidente della Camera si preoccupa, tantomeno dell’interesse degli Italiani. Nel primo caso sarebbe stato auspicabile, come ha sottolineato il suo antagonista, animare una critica costruttiva e interna al partito, creando occasioni di confronto e partecipando a quelle previste, piuttosto che divertirsi a fare il Balotelli della situazione, con l’aggravante di strumentalizzare l’autorevolezza del ruolo rivestito. Nel secondo caso, si sarebbe reso conto che logorare il governo in un momento di crisi economica e sfiducia sociale non e’ affatto salutare.

Invece no, Fini si consegna definitivamente al paradosso che lo accompagna dallo sdoganamento: all’elettorato di destra, Berlusconi piace piu’ di lui. La ragione sta probabilmente nella diversa personalita’ dei due, e non mi riferisco allo scontro fra il sorriso anabolizzato del Premier e l’aplomb di chi vorrebbe non chiedere mai, salvo poi mettere in atto un’opposizione palombara fatta di sabotaggi, messaggi cifrati ed impuntate stizzite. La differenza e’ piu’ corposa e profonda dei semplici atteggiamenti, risiedendo ”’ e qui i maitre a’ penser della sinistra andranno in brodo di giuggiole ”’ in una differente, specifica antropologia.

Silvio e’ solare, Gianfranco e’ notturno. Uno e’ plastico, pragmatico, corporale; l’altro e’ rigido, astratto (non ideologico si badi), rarefatto. Il primo e’ strutturato, muscolare; il secondo e’ umido, informe e dunque proteiforme. Berlusconi e’ il torace e le braccia e, per riferire le parole di Roland Barthes, ‘secondo una crasi ben nota la pienezza fisica costituisce una chiarezza morale: solo l’essere forte puo’ essere franco’. Per il semiologo francese ‘nel corpo che lotta contro la testa c’e’ tutta la lotta dei piccoli, dell’oscuro vitale contro l’elevato’, l’evanescenza di cui il potere si serve e si fa scudo.

Ma se Berlusconi e’ il corpo, Fini non e’ la testa, e proprio durante il confronto il Presidente della Camera ha dimostrato di averla persa. Non ha i numeri, non li ha mai avuti, per il semplice motivo che non e’ mai stato un leader. Non ha da offrire altro che le sue personali ambizioni frustrate e il suo sterile solipsismo, responsabile di analisi illusorie e di previsioni puntualmente tradite dai fatti.

Berlusconi e’ creatore e creativo, piacciano o meno le sue creazioni o le sue creature. Fini e’ un copia e incolla rubato da ipotetiche ”’ oltreche’ scarse ”’ buone letture. Alle poderose visioni di Silvio, Gianfranco contrappone il lamento e la congiura. Alla suggestione dell’azione preferisce la smorfia cospiratoria. Ma cospirare indossando cravatte rosa e con la tessera del Partito Popolare Europeo in tasca non e’ poi cosi credibile e, soprattutto, non e’ esattamente cio’ che si attendevano i suoi elettori.

A prescindere dalle opinioni e dalle posizioni politiche, la verita’ e’ che ieri si e’ visto un uomo di governo sempre pronto a metterci la faccia, per lui e per la sua squadra, col coraggio e la coerenza di chi non smette di credere in quello che fa. Dinanzi a lui, un ragazzetto purpureo e balbettante, un tribuno privo di popolo, meno efficace di quanto narri la leggenda, che l’ha sempre voluto brillante oratore. Del resto la sopravvalutazione pare essere il demone della sua esistenza: coccinelle ed elefantini l’hanno consacrato eterno delfino, il nuovo che avanza. E sugli avanzi non si scommette.

Se e’ ancora valido l’adagio ‘dimmi con chi vai e ti diro’ chi sei’, il profilo di Gianfranco Fini si evince dai compagni di sedizione: Italo Bocchino, agli onori della cronaca per aver superato l’impasse affabulatorio grazie ai pizzini del dalemiano Latorre; Adolfo Urso, affaccendato nella gestione della fondazione FareFuturo, dell’Osservatorio parlamentare e di tutto quanto contribuisca a tenere a distanza la polvere e il sudore delle campagne sul territorio; Mirko Tremaglia, l’uomo che ha regalato le circoscrizioni estere all’opposizione; Andrea Ronchi, sorta di eminenza grigiastra di cui nessuno ha mai ben compreso le competenze; Giulia Bongiorno, curatrice della pratica di divorzio del Capo nonche’ fondatrice di un’associazione per la difesa dei diritti delle donne, che pero’ non le ha impedito di andare in tribunale a difendere Raffaele Sollecito, condannato in primo grado a 25 anni per il brutale assassinio di Meredith Kercher; Benedetto Della Vedova, radicale libero che fa bene al cervello, come recita il suo sito personale, ma un po’ meno ai risultati elettorali dei suoi alleati; infine, immarcescibile, la segretaria Rita Marino, che sbircia il quadrante della storia, di recente un po’ ingrata, sugli orologi della gioielleria Bonanno che gli faceva recapitare l’imprenditore Piscicelli, quello delle risate sul terremoto.

Questa la falange finiana, custode di speme ineffabile e di rinnovamento, sebbene momentaneamente votata alla strategia del vile ed estenuante deterioramento temporeggiatore di democristiana memoria.

‘Se vuoi fare politica la fai da uomo politico e non da Presidente della Camera’ gli ha ingiunto Berlusconi.

Farla da uomo sarebbe gia’ un buon inizio.

(Tratto da: http://www.stampalibera.com)

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