di Marco della Luna
fonte: Liberi Industriali Associati
Da quasi venti anni l’Italia sta costantemente perdendo produttivita’ rispetto anche ai partners comunitari nonche’ quote del mercato internazionale. Peggiorano la qualita’ della ‘giustizia’ (156esima per qualita’ al mondo), dell’insegnamento, della pubblica amministrazione in generale, cala la capacita’ di ricerca e innovazione e gli investimenti stranieri.
Aumentano debito pubblico e tasse. Peggiorano la bilancia dei pagamenti e l’occupazione. Tutto cio’ rende le imprese ancora meno competitive e allontana i capitali stranieri.
Non si sono avute inversioni di tendenza.
Quindi la direzione stabile e’ questa: impoverimento, minore reddito, minore capacita’ di esportare (meno 24% nel 2009), di sostenere il debito interno, di pareggiare la bilancia dei pagamenti, di modernizzare.
Dato che cio’ va avanti da circa vent’anni senza inversioni di tendenza nonostante le diverse maggioranze politiche avutesi nel periodo e i molti preannunzi di incisive riforme, e’ chiaro che si tratta di un processo dovuto a fattori strutturali, non contingenti, che non vengono rimossi, e su cui non hanno effetto quelli che sono presentati come interventi di razionalizzazione, di risparmio, di controllo, di manovra sui conti pubblici, di stimolo, quali quelli che si discutono e talora si attuano da parte della dirigenza politica.
Infatti ne sono stati fatti molti senza che la tendenza si sia modificata. Neanche dall’entrata nell’Euro. Anzi’¦
Il recente saggio di Luca Ricolfi, titolato ‘Il Sacco del Nord’, ci aiuta a capire le cause strutturali di questo declino come tutt’uno con un’altra e ben piu’ inveterata costante italiana: da 60 anni si fanno interventi di spesa e incentivi per sollevare il Mezzogiorno rispetto al Settentrione, senza alcun risultato positivo.
Il Mezzogiorno, anziche’ avvicinarsi, scende sempre piu’ in basso, nonostante che gli interventi e la spesa continuino.
L’idea alla base delle politiche meridionaliste era quella di trasferire ricchezza dal Nord al Sud per un limitato periodo di tempo, al fine di finanziare e sostenere lo sviluppo del Sud e mettere il Sud in grado di sostenersi da solo (cosi ha fatto la Germania col suo Est ex comunista).
A quel punto, il Sud non avrebbe piu’ avuto bisogno di aiuti (in circa 20 anni questo piano e’ stato attuato, ed e’ sostanzialmente riuscito, dalla Germania per assimilare e perequare la DDR). Per contro, nella realta’, dopo 60 anni di aiuti, il Sud non solo non e’ in grado di sostenersi da solo, non solo non si e’ avvicinato al Nord, ma addirittura si e’ ulteriormente indebolito, ha sempre piu’ bisogno di aiuti, e il divario rispetto al Nord aumenta anche se si mantengono gli aiuti. Al contempo, ancora piu’ forte e’ divenuta la criminalita’ organizzata e la sua commistione con la politica. Per erogare i medesimi servizi (ovviamente pero’ di qualita’ inferiore), per esempio, la Regione Sicilia ha un costo sestuplo della Regione Lombardia. Il tasso di spreco/ruberia in Sicilia e’ circa il 55%, in Lombardia circa il 5%. Gli aiuti sono andati complessivamente a rafforzare la locale partitocrazia a forte componente mafiosa e a consentirle di estendere il proprio dominio sul sistema-paese.
Il saggio di Ricolfi conferma quanto scrivevo due anni fa a pag. 34 del mio Basta con questa Italia!, e che da ancor prima si sapeva, ma si teneva sotto il tappeto:
- La classe politica italiana, nel suo complesso, tra una cospicua rendita e mezzi per mantenersi al potere mantenendo il Sud nell’arretratezza, quindi nel bisogno, cosi da giustificare forti trasferimenti perequativi dalla Lombardia e dal Veneto (e in minor misura da Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Marche), che usa appunto per arricchirsi e per mantenersi al potere;
- Nell’intercettazione delle risorse pubbliche e’ particolarmente attiva la criminalita’ organizzata, la quale e’ dominante in un numero tale di collegi elettorali, che nessuna maggioranza parlamentare o locale puo’ reggersi, se non con essa;
- La raccolta del consenso e delle sponsorizzazioni avviene estesamente attraverso spartizione illeciti di privilegi (voti clientelari, voti di scambio, corruzione), sicche’ i meccanismi di legittimazione democratica sono in opposizione con la legalita’ (ci si legittima violando la legge);
- La funzione giurisdizionale non costituisce un ostacolo, perche’ ricoperta di privilegi, ampiamente cointeressata, e qualitativamente al livello dell’Africa Nera (156a al mondo per qualita’);
- Nessun potere giudiziario, del resto, avrebbe efficaci strumenti di fronte a un’illegalita’ sistemica (i giudici possono tutelare la legalita’ solo se l’illegalita’ e’ l’eccezione, non se e’ la regola, il metodo generalmente praticato, cioe’ la vera legge; e leggi ufficiali dello Stato italiano sono lontanissime dalle leggi reali del sistema di potere italiano, incluso il potere giudiziario. Doppia legalita’)
- In ogni caso, cio’ che i giudici tutelano e’ sempre la legge, l’ordinamento reale del sistema di potere, che coincida o non con la legge ufficiale; lo tutelano applicandolo nei fatti seppur rivestito di forme accettabili, di legittimita’ ufficiale; questa operazione di rivestimento, ai magistrati italiani, riesce sempre meno bene;
- La competizione per il potere tra i partiti politici e’ vinta da quei soggetti che riescono a raccogliere e distribuire piu’ risorse (spesa pubblica, privatizzazione, creazione di mono/oligopoli, appalti) per remunerare i loro sostenitori, grandi e piccoli (la solidarieta’ non funziona perche’ chi maneggia i soldi della solidarieta’ li usa per se’, per il suo clan, per i suoi sostenitori e li adopera per restare al potere).
Questo meccanismo si e’ venuto rafforzando e stabilizzando attraverso anche la campagna Mani Pulite. La sua stabilita’ e’ dovuta a precisi fattori:
- E’ semplice e facile da mandare avanti (idiot-safe, Idioten-sicher, a prova di idiota): non richiede competenze e capacita’ di governo e direzione (bastano capacita’ delinquenziali); puo’ quindi essere gestito e fatto rendere anche da una classe dirigente impreparata, e selezionata in base a qualita’ antisociali, quale e’ quella italiana;
- Nel breve-medio termine e’ in grado di garantire rendite e privilegi che continuano anche mentre produce il declino dell’intero sistema-paese e lo avvia alla poverta’ nel lungo termine (ma si sa che, mentre i profitti di un meccanismo continuano nel presente, la prevedibilita’ di un disastro nel lungo termine non modifica i comportamenti degli operatori);
- Non sono disponibili meccanismi alternativi, virtuosi, redditizi e al contempo gestibili da una classe dirigente come la nostra;
- La classe politica del Sud dipende, per mantenere potere e rendite, dalla possibilita’ di scaricare sul Nord i costi delle inefficienze, delle disfunzioni, delle distrazioni che essa produce (se il Sud non potesse operare questo scarico, dovrebbe fare i conti con se stesso e le proprie distorsioni, e sarebbe costretto a cambiare per sopravvivere);
- In quest’ottica, che esclude la possibilita’ pratica un risanamento o una correzione del sistema-paese, gli operatori politici non possono razionalmente porsi obiettivi di lungo termine e di efficienza del sistema; l’unico obiettivo razionale per loro e’ arraffare il piu’ possibile dalla nave che sta affondando, e trasferirlo al sicuro; ed e’ in questa logica che, come constatiamo quotidianamente, stanno sempre piu’ operando. Pertanto, non puo’ avvenire che la politica italiana progetti o tenti di correggere il sistema. Al contrario, piu’ esso si deteriora, piu’ la classe politica sara’ motivata ad agire con logiche di breve termine e per far cassa. Quindi, nei prossimi tempi, avremo sicuramente un peggioramento della gestione del paese. Grandi ricorsi a norme in deroga per lanciare grandi opere inutili ma redditizie nel breve, grandi appalti pubblici a societa’ di amici, grandi saccheggi del territorio, sono inevitabili e gia’ in corso.
Per tutte le suddette cause, il meccanismo di produzione di potere e rendita per la classe dirigente, e di impoverimento del Paese, ma efficacissimo per i suoi gestori, e’ continuato nonostante i suoi fallimenti, nonostante la sua nocivita’ e rovinosita’, che oramai si manifestano visibilmente e fanno prevedere il peggio. E’ continuato e continua anche oggi, immutato, come i continui scandali dimostrano. L’illegalita’, la corruzione, non sono accidenti, errori di percorso, della politica, ma il metodo e lo scopo con cui si fa politica e si va avanti in politica. Si fa politica per intercettare la spesa pubblica; senza le risorse prelevate da questa, non si vince nella competizione per il potere. Per capire meglio dove questo meccanismo stia portando l’Italia, dobbiamo considerare il fatto che esso sta, come dice Ricolfi, ‘spoliando’ le regioni trainanti, quelle competitive a livello mondiale, ossia (soprattutto) Lombardia e Veneto, per mantenere le regioni piu’ improduttive. ‘Spoliare’ significa non solo ‘sfruttare’, ma spremere tanto da togliere anche le risorse necessarie per il mantenimento dell’efficienza produttiva, per gli investimenti, le innovazioni, le infrastrutture. Con la conseguenza che anche Lombardia e Veneto da anni oramai perdono colpi (e’ in corso una moria di imprese, un dilagare delle insolvenze, e le infrastrutture stanno deteriorandosi, strade in testa, per omessa manutenzione), e per tale ragione il sistema-paese arretra sempre piu’ rispetto agli altri paesi comunitari e rispetto a tutto il mondo. Da parte dello Stato italiano, Lombardi e Veneti sono sottoposti a uno sfruttamento coloniale, che per giunta impone loro di divenire, gradualmente, una zona arretrata come il Sud, ma senza piu’ l’assistenza di cui ora il Sud, grazie ai loro soldi, sta godendo. Sicuramente, non tutta la classe politica del Sud e’ mafiosa. Ma tutta la classe politica del Sud dipende dalla gestione mafiosa delle risorse pubbliche e dall’azione mafiosa in parlamento, per restare al potere e nelle sue posizioni di rendita e di consenso. E ogni maggioranza parlamentare dipende dal voto dei politici meridionali. Lo Stato italiano unitario, in ragione della struttura del suo ordinamento reale, e’, e non puo’ non essere, uno Stato-mafia, nel senso peggiore del termine, che non e’ quello delle lupare, ma quello del blocco dello sviluppo, della controllo attraverso la sclerotizzazione, dell’incapacita’ a fare altro che estorcere denaro a chi produce, del non avere cura del domani. Del resto, come sta dimostrando il caso della Grecia rispetto all’Euro, aree geografiche con grandi diversita’ tra di loro in fatto di produttivita’ e competitivita’ non riescono a mantenere una moneta comune, perche’ le aree a bassa produttivita’ e competitivita’ hanno necessita’ di svalutare per poter continuare ad esportare e non entrare in recessione, la quale comporta minori entrate quindi crescenti difficolta’ nel pagare gli interessi sul debito (pubblico e privato), disoccupazione, fine del welfare, etc. L’Italia, prima dell’Euro, restava competitiva in quanto, ricorrentemente, svalutava la Lira. Oggi non lo puo’ fare. Ma non puo’ nemmeno rendersi piu’ competitiva attraverso investimenti in innovazione infrastrutture, perche’ il meccanismo del potere nello Stato italiano, come dianzi spiegato, assorbe per altri fini le risorse necessarie e si oppone all’ammodernamento siccome destabilizzante per i privilegi consolidati sul cui consenso di reggono gli equilibri politici. Inoltre, la classe politica italiana non ha la competenza necessaria per un ammodernamento. Quindi l’Italia continua da sessant’anni a sprecare denaro nel Sud a danno nel Nord e del Sud stesso (il quale, potendo scaricare i costi delle proprie disfunzionalita’ sul Nord, puo’ evitare di fare i conti con esse e a correggerle); e da quasi venti anni continua, stabilmente, a perdere quote di mercato; e’ pertanto in una recessione strutturale, salvo quanto diremo presto. Attualmente lo Stato toglie al Nord, ogni anno, circa 50,6 miliardi netti, pari a circa il 7% del pil del Nord, se si applica un criterio totalmente solidaristico (ossia, che la spesa pubblica pro capite sia eguale per tutte le regioni); oppure 83,5 miliardi, se si applica un criterio totalmente responsabilistico (ossia, ogni regione spende i suoi redditi). Le cose si fanno ancora piu’ gravi, se si considera che nel Nord ci sono tre regioni passive (Liguria, Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige). I piu’ saccheggiati sono i Veneti con 7,7 miliardi su 4,5 milioni di abitanti. La suddetta assenza di alternative praticabili a questo meccanismo di potere rende pressoche’ certo che questo processo di impoverimento e arretramento continui (cosi la pensa anche Luca Ricolfi), e, proseguo io, che continui fino a che non intervenga un crollo strutturale, un evento di rottura, quale potrebbe essere l’espulsione o l’uscita dall’Euro, come proposto dal Cancelliere Merkel per la Grecia. Oppure un piano di ‘aiuti’ finanziari da parte di un costituendo Fondo Monetario Europeo, pero’ condizionati a riforme durissime, al pagamento di onerosi interessi, e alla perdita del diritto di voto in ambito comunitario ”’ sulla linea avanzata dal ministro tedesco delle finanze sig.ra Schu¤uble, sempre per la Grecia. Questo equivarrebbe a un commissariamento dello Stato greco o italiano da parte della finanza comunitaria e della BCE, che e’ sostanzialmente privata nella gestione. All’asservimento di (lavoratori e consumatori) Greci e Italiani agli interessi, sovente contrapposti, delle nazioni forti nell’UE. E a un brusco peggioramento delle condizioni di vita, in termini di taglio della spesa pubblica e degli stipendi, nonche’ di inasprimenti fiscali. O di cessione di beni, risorse, imprese pubbliche a soggetti finanziari privati. In sostanza, sarebbe un’operazione di ulteriore spoliazione, di alienazione del lavoro e del risparmio non piu’ di una regione da parte di uno Stato centrale per conto di una casta, ma di intere popolazioni nazionali da parte di potentati finanziari sovranazionali operanti attraverso organismi comunitari e paracomunitari come la BCE. Quali scelte puo’ razionalmente fare il cittadino che non partecipi di rilevanti benefici dipendenti dal meccanismo di potere italiano? Lottare per cambiare il sistema? E’ irrealistico, irragionevole, perche’ il sistema va bene cosi a chi lo ha in mano, e dispone di ampi mezzi, dall’oligopolio mediatico alle forze dell’ordine, per preservarsi. Ingegnarsi per trovare, nella propria attivita’ produttiva, soluzioni volta per volta alle difficolta’ commerciali, tributarie, recessive, infrastrutturali? E’ come arrampicarsi sempre piu’ in alto sull’albero di una nave che affonda per rinviare l’inevitabile annegamento. L’unica opzione razionale per chi e’ ancora abbastanza giovane, come pure per chi ha risorse sufficienti per vivere di rendita (e non vuole ritrovarsele una mattina svalutate da un’uscita dall’Euro o ipertassate per restare nell’Euro), e’ l’emigrazione verso un paese efficiente, con un trend di sviluppo e innovazione. Esportando i capitali. La scelta e’ ampia, per fortuna. La fuga di capitali, di imprenditori e di cervelli dall’Italia e’ gia’ da tempo in atto. Il regime italiano ne ha beneficio, perche’ la gente capace e scontenta e’ sempre una minaccia per un regime inefficiente. In questo scenario, non si puo’ peraltro escludere, dopo prevedibili disastri economici, un sollevamento indipendentista delle regioni ‘spoliate’ del Nord, le quali hanno stretto, grazie anche alle competenze delle regioni nei rapporti internazionali, una fitta rete di accordi economici, amministrativi e culturali con le regioni europee confinanti. L’opzione funzionalmente piu’ razionale e benefica per tutti, nel medio termine, sarebbe separare il Nord dal Sud, come si separo’ la Cechia dalla Slovacchia, in ragione delle oggettive diversita’ di bisogni di queste due aree.
Il Nord resterebbe nell’Euro e concorrerebbe efficacemente con le altre aree economiche evolute, libero dal saccheggio attuale. Il Sud, comprensivo del Lazio, si darebbe una valuta propria, svalutata rispetto all’Euro, quindi ridiverrebbe competitivo col suo turismo e le sue esportazioni. Riceverebbe fondi perequativi sotto la sorveglianza dell’Unione Europea. E sarebbe costretto a fare i conti, dopo un secolo circa, con la sua aberrante e retrograda struttura di potere mafiosa ”’ o eliminandola (improbabile) oppure istituzionalizzandola, cioe’ mettendola in condizione di rendersi visibile e di doversi assumere responsabilita’ politiche, senza piu’ poterle scaricare su teste di paglia istituzionali e sulle regioni produttive.
Il che la costringerebbe ad evolversi in una forma meno maligna. A imparare a produrre funzionalita’, servizi, beni, anziche’ limitarsi a prendere quelli prodotti da altri. Parimenti, non avrebbe piu’ spazio quella mentalita’, ora potente, che percepisce che il guadagno ottenuto con l’inganno valga il doppio di quello guadagnato lealmente, e che quello guadagnato con l’estorsione valga il quadruplo.
In effetti, se consideriamo tutte le predette cause della recessione italiana, dovremo riconoscere che essa non e’ soltanto una recessione strutturale, bensi una recessione essenziale, cioe’ derivante dalla stessa natura e composizione del paese, dell’Italia unificata. Pero’ l’establishment politico-istituzionale italiano non puo’ che opporsi a soluzioni del suddetto tipo (come pure all’attuazione di un vero federalismo), perche’ esso si regge e si arricchisce sul sistema presente, sullo sfruttamento del Nord, ma anche perche’ ha adottato il modello e la cultura meridionali di potere, e perche’ non ha la competenza, la cultura, per gestire la cosa pubblica diversamente, ossia in un modo tecnicamente valido, e ha costruito una fortissima burocrazia che ha una mentalita’ aliena dal confronto coi problemi reali. In senso assolutamente contrario ad ogni aspirazione indipendentista, ed evocando la sacralita’ dell’unita’ d’Italia per precludere una pericolosa discussione realistica e pragmatica del problema, si e’ espresso anche recentemente il Presidente Napolitano. Se non e’ possibile innalzare il Sud al livello del Nord, e’ invece ben possibile abbassare il Nord al livello del Sud, assimilare il Nord al Sud, e cosi ricomporre la divisione tra le due aree del Paese: e’ facilissimo, basta continuare come gia’ si sta facendo da decenni. Questa e’ l’unica via praticabile. Napolitano ha espressamente ammonito che le regioni avanzate non pensino a soluzioni separate dal Sud. Dato che un’area a bassa efficienza e produttivita’, come il Sud, non puo’ sostenere la condivisione di una valuta forte con aree ad alta produttivita’ ed efficienza, come il Nord; e dato che in 60 anni di aiuti la produttivita’ e l’efficienza del Sud non si sono pareggiate a quelle del Nord, ma sono calate; e dato infine che il ceto politico italiano non sa fare altro che cio’ che sta facendo ora ”’ dato tutto cio’, e’ chiaro l’unica via praticabile per tenere insieme l’Italia e’ appunto pareggiare, assimilare il Nord al Sud, spoliando il Nord, come si sta facendo, fino a ridurlo all’arretratezza del Sud, e formare un paese omogeneamente arretrato, come la Grecia. Omogeneo nell’arretratezza, quindi unito. In questo senso ha ragione Tremonti quando dice che il modello economico dei Bersani (ma non solo di Bersani, ovviamente) e’ la Grecia. Come rappresentante dell’unita’ d’Italia (art. 87 Cost.), nonche’ come eletto della classe politica italiana, il Presidente della Repubblica italiana ha il dovere giuridico di sostenere, imporre, portare avanti questa opzione. Pero’ bisogna vedere come si pronunceranno la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte dell’Aja di fronte a ricorsi con cui esponenti dei popoli del Nord, basandosi anche sul Trattato di Lisbona, denuncino, dati econometrici alla mano, di essere popoli, minoranze, oppresse e ‘spoliate’ colonialmente da uno Stato caratterizzato di bassissima legalita’ (in ambito sia civile che pubblico), determinante presenza criminale nelle istituzioni, forte e stabile tendenza involutiva, e sistematica violazione della Carta dei Diritti dell’Uomo.
Mantova, 19.03.10
Marco Della Luna
(Tratto da: http://www.stampalibera.com)
Be the first to comment on "LA META DEL DECLINO ITALIANO"