Cina o Usa: quale delle due nazioni sara’ l’ultima a rimanere in piedi?

Che scemo. Pensavo che i leader mondiali volessero impedire il collasso delle proprie nazioni. Di sicuro sono intenti a lavorare sodo per evitare il collasso della valuta, il collasso del sistema finanziario, il collasso del sistema alimentare, il collasso sociale, il collasso ambientale e l’insorgenza di una miseria generale e travolgente’ Giusto? No. L’evidenza ci suggerisce tutt’altro. Sempre di piu’, sono costretto a concludere che lo scopo del gioco giocato dai leader del mondo in realta’ e’ non evitare il collasso; ovvero, ritardarlo per un po’, in modo che la propria nazione sia l’ultima ad affondare e la propria parte abbia l’opportunita’ di depredare le carcasse altrui prima di andare incontro allo stesso destino.

Lo so, suona insopportabilmente cinico. Ed infatti e’ possibile che questa non sia una descrizione accurata dell’atteggiamento conscio dei leader delle nazioni piu’ piccole. Ma per gli U.S.A. e la Cina – i due Paesi che piu’ probabilmente apriranno strada al resto del mondo – le azioni parlano piu’ forte delle parole. (Avviso per la sanita’ mentale dei lettori: chi ha scarsa tolleranza alle cattive notizie dovrebbero fermarsi ora; ci sono un sacco di articoli piu’ allegri su internet; potrebbe essere un buon momento per trovarne uno e goderselo.)

> Per queste due nazioni, evitare il collasso richiederebbe la risoluzione di una serie di problemi enormi, di cui almeno quattro sono non negoziabili: il cambiamento climatico, il picco dei combustibili fossili (stagnazione e, presto, declino degli approvvigionamenti energetici), l’inerente instabilita’ di sistemi finanziari basati sulla crescita, e la vulnerabilita’ dei sistemi alimentari rispetto a fattori quali la scarsita’ di acqua dolce e l’erosione del suolo (in aggiunta al riscaldamento globale e alla scarsita’ di combustibile). Se non si riesce a risolvere anche uno solo di questi problemi, il collasso societale sara’ inevitabile, di sicuro nel giro di qualche decennio, ma forse anche solo entro pochi anni.

Allora, come vanno le cose per i nostri due concorrenti? Non molto viene detto a proposito del clima, solo vaghe promesse di azioni future. Quindi, e’ evidente che la strategia in questo campo e’ ritardare (attenzione, non ritardare gli impatti, ma piuttosto gli sforzi per affrontare il problema).

Allo stesso modo, sono poche le azioni concrete intraprese a riguardo dei sistemi alimentari: l’assunto sembra essere che l’agricoltura industriale convenzionale – responsabile della maggior parte delle enormi e crescenti vulnerabilita’ del sistema alimentare globale – in qualche modo si accollera’ il compito di nutrire da sette a nove miliardi di essere umani. Basta continuare a fare cio’ che stiamo gia’ facendo, ma su scala piu’ grande e utilizzando un maggior numero di coltivazioni geneticamente modificate.

Quanto al picco di energia, esso non e’ riconosciuto ufficialmente, quindi la strategia adottata e’ la negazione del problema. Vedremo con che risultati.

E che dire del caos finanziario? Per questo aspetto, la situazione diversissima di U.S.A. e Cina giustifica una trattazione piu’ estesa.

La Cina sale al comando!

Gli U.S.A. sono indebitati fino al collo e, per salvare banche ‘troppo grandi per fallire’, hanno ipotecato il salario delle generazioni future, piu’ o meno fino a quando l’inferno non si sara’ congelato. Al contrario, la Cina ha pile e pile di danaro liquido (risultato dei suoi enormi surplus commerciali) e, per evitare che la valuta dei suo principale cliente perdesse valore, si e’ comprata una bella fetta del debito statunitense. In questo ambito, sembra proprio che una nazione sia sul punto di scemare, mentre l’altra e’ pronta fare un balzo per raggiungere il primo posto come superpotenza economica mondiale.

Si da’ il caso che questo sia un giudizio convenzionale sull’argomento. Non e’ difficile trovare commentatori che affermino che gli Stati Uniti, per diverse ragioni, sono una potenza del passato. Oltre all’enorme fardello del debito, soffrono di una progressiva riduzione della base manifatturiera, di un notevole disavanzo commerciale, dell’erosione della qualita’ dell’educazione, e di una politica estera che, mentre serve gli interessi dei produttori di armamenti, mina gli interessi a lungo termine di tutta la nazione. A questo proposito, un sondaggio di opinione condotto da World Public Opinion nel 2006 ha evidenziato che, in quattro importanti nazioni alleate (Egitto, Marocco, Pakistan e Indonesia) che insieme rappresentano un terzo dei musulmani del mondo, la maggior parte della popolazione ritiene che gli U.S.A. siano decisi ad insidiare o distruggere l’Islam. In questi Paesi, la maggioranza degli intervistati appoggia eventuali attacchi a bersagli americani. E si da’ il caso che la maggior parte dei futuri approvvigionamenti di petrolio proverra’ da nazioni musulmane. Fantastico.

Al contrario, la Cina sta vivendo una primavera anfetaminica. Attualmente e’ il maggiore produttore di automobili del mondo. E, secondo quanto affermato daStuart Staniford in un recente articolo zeppo di dati, ‘se continuano i trend attuali, entro un paio d’anni il sistema di autostrade cinesi probabilmente sara’ piu’ vasto del sistema di strade interstatali degli Stati Uniti, mentre il numero di automobili in Cina superera’ quello degli U.S.A. entro il 2017′. Oggi, nel 2010, la Cina e’ il maggiore produttore di energia idroelettrica e solare ed entro il 2011 sara’ anche il maggiore produttore di energia eolica. L’intelligente rete di investimenti della Cina fa apparire insignificante quella statunitense, con un rapporto di 200 a 1. I Cinesi stanno investendo pesantemente anche nell’energia nucleare. Staniford prosegue scrivendo: ‘Semplificando moltissimo, e’ come se gli U.S.A. avessero preso a prestito una montagna di soldi dalla Cina per combattere una guerra il cui scopo era liberare il petrolio iracheno in modo che la Cina potesse diventare la piu’ grande potenza industriale che il mondo abbia mai visto’.

La politica estera della Cina consiste principalmente nel comprarsi gli amici acquistando diritti su petrolio, gas, carbone e altre risorse (in Canada, Australia, Venezuela, Iraq, Kazakistan e nell’Africa intera); gli U.S.A., invece, spendono denaro che non hanno per estirpare furfanti e, nel mentre, si fanno nuovi nemici.

In una conferenza tenuta nell’ottobre 2009, George Soros ha ostentato un candore rincuorante circa la gravita’ della crisi finanziaria globale in corso: ‘La differenza [tra la recente crisi economica] e la Grande Depressione e’ che questa volta al sistema finanziario non e’ stato permesso di collassare, e lo si e’ messo in cura intensiva. Infatti [comunque] il problema del credito e dell’indebitamento che abbiamo oggi e’ di entita’ persino maggiore che negli anni Trenta’. Soros poi ha proseguito parlando delle rispettive posizioni di U.S.A. e Cina:

‘Tutti i Paesi, nel breve termine, hanno subito conseguenze negative, ma, nel lungo termine, ci saranno vincitori e vinti. (‘) Per dirla senza mezzi termini, gli U.S.A. soffriranno la perdita maggiore mentre la Cina e’ sul punto di emergere come il principale vincitore. (‘) La Cina e’ stata la principale beneficiaria della globalizzazione e si e’ trovata in larga misura isolata rispetto alla crisi finanziaria. Per l’Occidente – e per gli U.S.A. in particolare – la crisi e’ stata un evento che si e’ generato all’interno portando al collasso del sistema finanziario. Per la Cina, invece, si e’ trattato di un urto proveniente dall’esterno, che, pur avendo danneggiato le esportazioni, ha lasciato incolume il sistema finanziario, politico ed economico’.

La Cina incespica!

Ma ricordate: se non si trovano soluzioni al cambiamento climatico, al picco energetico e all’incombente crisi alimentare, vincere la gara finanziaria sara’ solo un’effimera consolazione. Prendiamo in considerazione anche solo l’enigma dell’energia: la Cina e’ in grado di costruire centrali nucleari e generatori eoloelettrici, ma non potra’ mantenere a lungo un tasso di crescita annuale dell’8% se l’energia derivante dal carbone rimane invariata o diminuisce. Sommando i progetti di Cina e India, i due Paesi hanno attualmente in programma di costruire ben 800 centrali elettriche a carbone entro il 2020. Ma dove reperiranno il combustibile? La produzione domestica di entrambi i Paesi e’ gia’ deficitaria e le importazioni sono gia’ cominciate. Ma i Paesi esportatori di carbone non saranno in grado di tenere il passo con la crescente domanda di Cina e India.

Inoltre, esiste una scuola di pensiero secondo cui l’apparentemente irrefrenabile miracolo economico della Cina non e’ che una bolla che sta per scoppiare. Il mercato dei beni immobili di Beijing e’ surriscaldato, come quello di Las Vegas attorno al 2006. L’anno scorso, il PIL cinese e’ cresciuto del 9%’ sulla carta. Ma per raggiungere quell’obiettivo, il governo e le banche hanno dovuto concedere prestiti per un importo pari al 30% del PIL (il tasso di crescita nei prestiti e’ accelerato nell’ultima parte dell’anno; ai tassi registrati alla fine dell’anno, le banche avrebbero dato a prestito una somma pari all’intero PIL nazionale previsto per il 2010). In ogni caso, probabilmente molta parte di tale crescita si e’ verificata attraverso speculazioni su beni immobili e azioni dubbie.

In generale, la Cina e’ ad uno stadio di sviluppo economico da selvaggio West: e’ un’accozzaglia di influenti basi di potere capitalistico locali che non devono rendere conto a nessuno, tutte intente a destreggiarsi per creare e inflazionare patrimoni e credito. Di recente, il governo centrale ha esercitato un certo controllo sulle banche, ma la sua abilita’ di fermare gli schemi Ponzi a livello locale e’ ancora limitata.

In gennaio, la commissione regolatoria bancaria cinese ha tentato di mettere un freno ai prestiti per rallentare il rapido incremento di valore dei beni immobili e del mercato delle azioni. (C’e’ da dire pero’ che nello stesso mese il gabinetto cinese ha deciso di permettere operazioni di margin trading e vendite allo scoperto per lanciare un indice di futures.) Comunque, e’ significativo che ci siano prove del fatto che i tentativi della banca centrale della Cina volti a deflazionare in modo innocuo le bolle dei mercati immobiliari e della borsa probabilmente non stiano funzionando. Secondo Joe Weisenthal di Business Insider , l’improvvisa sospensione dei prestiti ‘ha colto di sorpresa gli importatori e molte altre societa’, e potrebbe causare turbolenze negli ordini di importazione della Cina. Le lettere di credito sono improvvisamente divenute indisponibili nonostante gli accordi pregressi. Crediamo che questo portera’ inevitabilmente a ritardi o cancellazioni nelle importazioni della Cina. E’ probabile che l’impatto maggiore riguardera’ gli ordini relativi a beni di consumo e macchinari’. Traduzione: il governo si e’ trovato di fronte ad una scelta: lasciar scoppiare una bolla in rapida crescita, affossando il mercato, oppure deflazionare deliberatamente la bolla, rischiando di affossare l’economia per un’altra strada. La banca centrale ha scelto la seconda opzione ed e’ possibile che tale azzardato affossamento si stia palesando ora.

Nel frattempo, Google e l’Amministrazione Obama esercitano pressioni esterne sulla Cina al fine di allentarne la censura sulle comunicazioni elettroniche; secondo alcuni, queste mosse sono da interpretare come una riduzione delle opzioni del governo centrale per controllare sia il flusso delle informazioni che l’economia.

In un recente controeditoriale, il rubricista del New York Times Tom Friedman ha ribattuto alle espressioni di preoccupazione circa l’esplosione della bolla cinese con una robusta manifestazione di fiducia nell’irrefrenabile spinta espansionistica di Beijing. Considerando il passato di Friedman (ricordate le sue rubriche nel 2003, in cui celebrava i benefici di cui l’America avrebbe goduto con un’invasione dell’Iraq?), questo e’ sufficiente a generare dubbi in merito ai tempi piu’ o meno brevi del deragliamento della locomotiva cinese.

Cosa significa ‘Vincere’?

Nel suo Reinventing Collapse: The Soviet Example and American Prospects (‘La reinvenzione del collasso: l’esempio sovietico e le prospettive americane’), Dmitry Orlov tratta il ‘gap di collasso’ tra Stati Uniti e vecchia Unione Sovietica: questa, egli sostiene, in effetti era molto meglio preparata alla crisi economica e alla caduta del proprio governo centrale; quando gli U.S.A., prima o poi, seguiranno la strada dell’U.R.S.S., il dolore e la sofferenza dei cittadini sara’ di gran lunga maggiore. (Qui non posso riassumere in maniera adeguata le prove e i ragionamenti di Orlov, ma sono convincenti; se non avete ancora letto il libro, fatevi un regalo.)

Quindi: qual e’ l’attuale situazione degli U.S.A. in termini di preparazione al collasso rispetto alla Cina?

Dopo sessant’anni di crescita economica quasi ininterrotta, gli Americani hanno sviluppato aspettative per il futuro che non sono realistiche. Sono consumatori urbanizzati la cui capacita’ di produzione si e’ raggrinzita e le cui abilita’ pratiche di sopravvivenza sono, nella maggior parte dei casi, rudimentali. Al contrario, i Cinesi si affacciano su un baratro molto meno ripido. La maggior parte vive ancora in campagna, e molti di quelli che vivono in citta’ distano una sola generazione dall’agricoltura di sussistenza e sono ancora in grado di affidarsi alle competenze pratiche, proprie o dei propri genitori, acquisite durante decenni di poverta’ e di immersione in una cultura agricola tradizionale.

Entrambe le nazioni si trovano di fronte a feroci sfide politiche. Negli U.S.A., il governo centrale e’ ormai quasi completamente paralizzato: e’ evidentemente incapace di risolvere persino problemi relativamente minori e la fiducia risposta in esso dalla maggioranza dei cittadini e’ in larga misura evaporata. I leader politici sono riusciti a polarizzare geograficamente la gente con questioni che stimolano l’emotivita’, poche delle quali hanno a che fare con i fattori che attualmente minano la capacita’ di sopravvivenza della nazione. Il governo centrale cinese sembra molto piu’ capace di agire in modo deciso e strategico, ma deve affrontare spinose questioni geografiche e storiche: il divario economico e sociale tra le ricche citta’ costiere e l’interno povero e rurale e’ estremo e crescente; ed esiste uno scisma demografico tra chi ha meno di 40 anni ed elevate aspettative economiche, e le generazioni piu’ anziane cresciute sotto Mao, la cui etica e’ fondata su collettivismo e abnegazione. I giovani, specialmente, hanno accettato lo scambio tra liberta’ civili e prosperita’ economica. Ma questa non sara’ data, le prime saranno richieste con forza. Se le aspettative dovessero essere disattese, la profondita’ di queste divisioni sarebbe sufficiente a lacerare la societa’, e i leader lo sanno bene.

Quindi, nell’eventualita’ di un collasso, entrambe le nazioni si troverebbero di fronte alla possibilita’ di un crollo dei sistemi politici con conseguenti violenze diffuse (rivolte e repressioni).

La Cina continua ad essere in vantaggio in un’area cruciale: il sistema alimentare. Nonostante i recenti trend di rapida urbanizzazione, molti cittadini coltivano ancora il proprio cibo (negli U.S.A., i coltivatori a tempo pieno si aggirano attorno al 2% della popolazione e il coltivatore medio si sta avvicinando all’eta’ pensionabile). Cio’ non implica che la Cina sara’ capace di dar da mangiare a tutta la sua popolazione; sta gia’ diventando uno dei principali importatori di prodotti alimentari. Nel frattempo, gli U.S.A. sono ancora un importante esportatore di alimenti. La principale differenza sta nella resilienza dei rispettivi sistemi: quello degli U.S.A. e’ piu’ centralizzato e piu’ dipendente dagli idrocarburi e, quindi, probabilmente piu’ vulnerabile.

La geopolitica del collasso

e’ facile capire perche’ la preparazione al collasso e’ un vantaggio per la cittadinanza: meglio si e’ preparati e piu’ persone sopravvivranno. Tuttavia, c’e’ da chiedersi se un tasso piu’ elevato di sopravvivenza, durante e dopo il collasso, si traduca in un vantaggio geopolitico.

Il processo del collasso sara’ determinato da molti fattori, alcuni dei quali difficili da prevedere, e quindi e’ arduo anticipare l’entita’ o la portata della struttura del potere politico che eventualmente riemergera’ nell’uno e nell’altro Paese. E’ possibile che una o entrambe le nazioni si trasformino in una serie di unita’ politiche piu’ piccole in conflitto tra loro e incapaci di impegnarsi piu’ di tanto nelle manovre globali per l’approvvigionamento delle risorse. Le nuove unita’ politiche emergenti all’interno degli attuali territori della Cina e degli U.S.A. sarebbero immediatamente assalite da enormi problemi pratici, tra cui poverta’, fame, disastri ambientali e migrazioni di massa.

e’ presumibile che rimarranno intatti ed utilizzabili dei potenti armamenti dell’era della guerra globale. Quindi, in teoria, e’ possibile che una di queste entita’ politiche piu’ piccole possa affermarsi sul palcoscenico mondiale come impero contingente e di breve durata, con una portata geografica limitata. Ma anche in quel caso ‘vincere’ la gara del collasso sarebbe solo una piccola consolazione.

La possibilita’ di un conflitto armato tra le due potenze prima del collasso non puo’ essere completamente esclusa, ad esempio, se gli sforzi statunitensi di contenere le ambizioni nucleari dell’Iran faranno scattare una mortale reazione a catena di attacchi e contrattacchi, in cui magari sia coinvolto Israele, e che costringeranno le potenze mondiali a scegliere un campo; oppure se gli U.S.A. persisteranno nell’armare Taiwan. Ma ne’ gli U.S.A. ne’ la Cina vogliono un confronto militare diretto, ed entrambe le nazioni sono molto motivate ad evitarlo. Di conseguenza, fortunatamente una guerra nucleare senza esclusione di colpi – che e’ ancora il peggior scenario immaginabile per l’homo sapiens e il pianeta Terra – sembra improbabile, sebbene sia possibile che, in qualche caso, l’una o l’altra nazione usi queste armi nei prossimi decenni.

Le guerre commerciali sono un’altra questione e, secondo Michael Pettis (Financial Times) , potremmo persino assistere ad una di queste guerre nel corso di quest’anno:

‘(‘) gli squilibri commerciali sono piu’ necessari che mai a giustificare l’aumento degli investimenti in Paesi con surplus [cioe’ la Cina], ma la crescente disoccupazione li rende politicamente ed economicamente inaccettabili nei Paesi in deficita’ [cioe’ gli U.S.A.]. L’aumento del risparmio negli U.S.A. si scontrera’ con il risparmio ostinatamente alto in Cina. A meno che non si elabori immediatamente una soluzione congiunta a lungo termine, il conflitto commerciale peggiorera’ e sara’ sempre piu’ difficile invertire le politiche offensive. Aspetto ancora piu’ importante, se i Paesi deficitari esigeranno un cambiamento strutturale piu’ veloce di quanto i Paesi in surplus possano gestire, finiremo quasi certamente con un’orrenda controversia commerciale che (‘) avvelenera’ le relazioni per anni’.

Quanto probabile e’ la prospettiva che l’ultima nazione in piedi possa – come mi sono espresso nel primo paragrafo – ‘depredare le carcasse’ dei propri concorrenti? Un simile scenario presuppone che tale nazione possa rimanere in piedi per almeno qualche anno dopo la caduta delle altre. Ma forse questo non e’ possibile. Si ricordino le parole profetiche di Joseph Tainter in The Collapse of Complex Societies (‘Il collasso delle societa’ complesse’, 1988):

‘Una nazione oggi non puo’ piu’ collassare in maniera unilaterale perche’ se un qualsiasi governo nazionale si disintegra, la sua popolazione e il suo territorio sono assorbiti da un’altra nazione [o sono salvati da agenzie internazioni] (‘) Questa volta il collasso, se e quando si verifichera’ di nuovo, sara’ globale. Non e’ piu’ possibile che una qualsiasi nazione singola collassi.’

Quando l’U.R.S.S. e’ crollata, gli U.S.A. e diverse multinazionali hanno potuto fare incursioni e divorare un po’ dei tesori rimasti in giro. Un esempio: da molti anni il combustibile usato dalle centrali nucleari statunitensi e’ uranio cannibalizzato dalle vecchie testate missilistiche sovietiche. Subito dopo, alcuni istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale contribuirono presto ad organizzare nuove strutture finanziarie in Russia, Ucraina, Bielorussia, Lituania, Estonia e negli altri Paesi sorti dalla disintegrazione politica ed economica sovietica, cosi da limitare e invertire il processo di disintegrazione sociale che era gia’ cominciato.

Ma ora il gioco e’ cambiato. Un collasso degli U.S.A. devasterebbe la Cina. Beijing perderebbe il suo cliente principale. Non solo. I buoni del tesoro accumulati per centinaia di miliardi di dollari diverrebbero privi di valore. Se la Cina fosse stabile internamente, sarebbe possibile assorbire un tale urto, seppure con qualche difficolta’. Ma alla luce dei problemi sociali e finanziari che ribollono in Cina, un collasso degli U.S.A. sarebbe quasi certamente sufficiente a gettare l’economia di Beijing in un vortice che originerebbe crisi sia sociali sia politiche.

Un collasso della Cina devasterebbe gli U.S.A. in modo simile. Ovviamente, la perdita di una fonte di prodotti di consumo a basso prezzo sconcerterebbe i clienti di WalMart, ma lo shock andrebbe molto piu’ a fondo. Il Tesoro perderebbe il principale acquirente straniero del debito governativo, per cui la FED sarebbe costretta ad intervenire monetizzando il debito (in parole povere, dovrebbe ‘accendere le stampatrici della zecca’), compromettendo quindi il valore del dollaro. Il risultato: un crollo economico iperinflazionario. Un tale crollo, comunque, e’ probabilmente inevitabile a un certo punto, ma sarebbe velocizzato e aggravato da un eventuale collasso del sistema cinese.

In ogni caso, le istituzioni internazionali mondiali non sarebbero capaci di prevenire le sostanziali ricadute sociali e politiche. E l’ultima nazione a restare in piedi non resterebbe in piedi a lungo. Abbiamo raggiunto la fase in cui, come afferma Tainter, ‘la civilta’ mondiale si disintegrera’ nella sua totalita”.

La maratona della transizione

Ok. I leader statunitensi e cinesi non stanno facendo nessun serio sforzo per evitare il collasso nel lungo termine (vale a dire, nei prossimi 10-20 anni). Forse la ragione e’ che sono giunti alla conclusione che sia un’impresa impossibile; troppi trend portano nella stessa direzione, e in effetti gestirne di petto uno qualsiasi comporterebbe enormi rischi politici nell’immediato. In realta’, comunque, e’ molto piu’ probabile che i leader stiano semplicemente rifiutando l’idea di riflettere seriamente su questi trend e sulle loro implicazioni, perche’ dispongono di un’alternativa: posporre il collasso mediante spesa in disavanzo, salvataggi, e ulteriori bolle finanziarie, mentre recitano la propria parte nel teatrino kabuki delle politiche sul clima e si dedicano alla geopolitica delle risorse. In questo modo, almeno, il biasimo cadra’ sulla prossima generazione di leader. Posticipare il collasso e’ di per se’ un grosso lavoro, sufficiente a far si che tutta l’attenzione sia dirottata altrove rispetto alla contemplazione della natura terribile e inevitabile di cio’ che si sta posticipando.

Ma il rischio di dissoluzione e’ in qualche modo ridotto da questi sforzi a breve termine? Mhm, difficile che sia cosi. Infatti, piu’ si ritarda la resa dei conti, e peggiore sara’.

Piuttosto che tentare di ritardare l’inevitabile, avrebbe piu’ senso, semplicemente, costruire resilienza in tutta la societa’ e rilocalizzare i sistemi sociali essenziali concernenti il cibo, la produzione e la finanza. Non c’e’ bisogno di ripetere il discorso corrente su questa strategia: i lettori che non lo conoscono possono trovare consigli in abbondanza su www.transitiontowns.org , o nei libri e negli articoli di autori quali Rob Hopkins, Albert Bates, David Holmgren, Pat Murphy, e Sharon Astyk (e anche in qualche mio scritto, ad esempio Museletter #192 ).

Comprensibilmente, per i politici nazionali e’ difficile pensare lungo queste linee. Costruire la resilienza societale significa trascurare i dettami dell’efficienza economica; significa ridurre sistematicamente il governo centrale e le istituzioni commerciali nazionali/globali (banche e corporation). Significa anche mettere in discussione il dogma centrale del nostro mondo moderno: l’efficacia e possibilita’ di una crescita economica senza fine.

Quindi, l’esito migliore risiede in una strategia di resilienza e rilocalizzazione, ma i nostri leader nazionali non possono neppure contemplare una tale strategia, il che significa che quei leader sono, almeno in un certo senso, irrilevanti per il nostro futuro.

Alcuni lettori sono cosi in sintonia con questa linea di pensiero da ritenere che non abbia piu’ senso prestare attenzione alla scena globale. E’ persino possibile che ritengano che questo articolo sia una perdita di tempo (mi aspetto di ricevere un paio di e-mail in tal senso). Ma seguire gli eventi mondiali e’ piu’ che una questione di informazione-intrattenimento: quando e come la Cina e gli U.S.A. si sfasceranno e’ un problema con conseguenze molto maggiori che se il Superbowl sara’ vinto dai Saints di New Orleans o dai Colts di Indianapolis. La realta’ e’ che nessuna nazione, nessuna comunita’, sara’ in grado di proteggere se stessa dai venti improvvisi e violenti che riempiranno rapidamente il vuoto lasciato dall’implosione dell’una o dell’altra superpotenza.

A proposito, mi scuso con le altre 190 nazioni circa del mondo, grandi e piccole: il fatto che in questa discussione mi concentri su U.S.A. e Cina non significa che gli altri Paesi siano privi di importanza, o che i loro destini non saranno unici quanto le loro culture e le loro geografie; e’ solo che, probabilmente, i loro destini si dispiegheranno nel contesto del collasso globale che si diffondera’ dalle due nazioni di cui stiamo parlando. Per qualsiasi nazione – l’India, la Bolivia, la Russia, il Brasile, il Sudafrica – e per qualsiasi comunita’ o famiglia, la sopravvivenza richiedera’ un certo grado di comprensione della direzione presa dai grandi eventi, per riuscire a togliersi di mezzo quando voleranno i detriti e saper individuare in anticipo le opportunita’ per riorganizzarsi.

Quindi, prestate attenzione ai bollettini meteorologici da Washington e Beijing e nel frattempo costruite la resilienza locale ovunque vi troviate. Se il tetto ha bisogno di essere riparato, non cincischiate.

Nel frattempo, dopo una lunga giornata trascorsa ad organizzare gli orti collettivi della Transizione, potreste voler pregustare l’America del post-collasso leggendo A World Made by Hand (‘Un mondo fatto a mano’) di James Howard Kunstler; o assaporare trattazioni piacevolmente erudite del collasso visto come un processo esteso (come probabilmente sara’) o come evento improvviso ed estremo, leggendo i libri di John Michael Greer The Long Descent (‘La lunga discesa’) e The Ecotechnic Future (‘Il futuro ecotecnico’).

Anche se il cielo sta per caderci sulla testa, non vuol dire che sia ora di smettere di pensare.

Richard Heinberg
Fonte: www.postcarbon.org
Link: http://www.postcarbon.org/article/67429-china-or-the-u-s-which-will
3.02.2010

Scelto da PAOLO CASTELLETTI e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ORIANA BONAN

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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