Il nobel a Obama

di Aldo Giannuli

Non che tutte le assegnazioni dei premi Nobel siano state sempre felicissime e impeccabili, ma questo Nobel a Obama ha dell’incomprensibile. In molti abbiamo salutato con simpatia la sua elezione un anno fa e si nutrono grandi aspettative nei suoi confronti, compresa quella di una Presidenza che metta riparo ai disastri bellici di Bush. Ma, insomma, si tratta appunto di aspettative, non di bilanci e, sin qui, non avevamo visto un premio (e che premio!) dato alla promessa di far bene. Gli altri Presidenti degli Usa che ricevettero l’onorificenza, la ebbero verso la fine del mandato e a seguito di qualche grande successo diplomatico (Theodore Roosevelt per la mediazione della guerra russo giapponese, nel 1906, Thomas Woodrow Wilson nel 1919 per il ruolo svolto nelle trattative di Versailles) o molti anni dopo la fine del mandato (Jimmy Carter nel 2002). Non fosse che in Svezia -e nel mese d’ottobre- la cosa è poco probabile, si potrebbe pensare a un colpo di sole. Ma la spiegazione, forse, è meno semplice. Giulio Andreotti ci ha insegnato ( e dei suoi insegnamenti abbiamo sempre tenuto gran conto) che “a pensare male, si fa peccato ma si indovina”. Ed, allora, cerchiamo una spiegazione maliziosa. Certo è che gli effetti di questo premio non sono stati granchè positivi per l’insignito: l’opinione pubblica americana ha reagito molto freddamente e salta agli occhi il contrasto con le manifestazioni entusiastiche di un anno fa, al momento dell’elezione. L’opposizione repubblicana si è scatenata, in Europa, Israele e Giappone si sono levate molte critiche e non sempre dai prevedibili ambienti conservatori. Dunque, sul piano dell’immagine non sembra sia stato un affare per chi riceve questo premio. Ma quel che è peggio è la situazione che si determina. Infatti, immaginiamo che Obama decida di una qualsiasi iniziativa bellica (come attaccare l’Iran o inviare ancora truppe in Afghanistan): la prima richiesta che si leverebbe dai suoi oppositori sarebbe quella del ritiro del premio per la Pace che apparirebbe come una contraddizione troppo stridente. Immaginiamo, all’opposto, che Obama non faccia queste scelte o che cerchi di forzare la mano ad Israele per arrivare alla pace con i palestinesi: gli oppositori lo accuserebbero di non avere sufficiente coraggio, di essere un debole e di farsi condizionare da quel premio. Comunque vada, il premio ottenuto funzionerà come amplificatore delle critiche e servirà molto poco come sostegno. Una situazione molto scomoda che potrebbe dare i suoi frutti avvelenati già fra un anno, quando arriveranno le elezioni di mezzo termine. Considerato lo scarso successo del tentativo di riforma sanitaria, le violente critiche che piovono dai settori di sinistra dei democratici per come è stata gestita la crisi finanziaria e la sconfitta ci Chicago in sede olimpica, non sembra che si tratterà di un appuntamento di tutto riposo. E questo premio ha tutta l’aria di essere un impiccio più che un aiuto: ci sono molti modi per danneggiare l’immagine di una persona, quello di assegnargli un premio eccessivo o prematuro è uno dei più raffinati. E gli accademici di Stoccolma non ci hanno pensato? Forse siamo troppo maligni, ma non ci sembra probabile.


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