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Devoto al ‘dio Po’, il movimento ‘padano’ si scaglia contro il cardinale Tettamanzi in nome della cristianita’. Colpevole di aver difeso i Romani sgomberati a Milano
La polemica del giorno vede contrapposti un medico bergamasco da molti anni prestato alla politica (con incarichi di assoluta responsabilita’ istituzionale) e il cardinale di Milano.
L’affondo del ministro Calderoli ha preso le mosse dal durissimo attacco sferrato dal quotidiano ‘La Padania’, l’altro ieri, al porporato Dionigi Tettamanzi, definito ‘onorevole’ da un titolo a nove colonne (per mettere in assoluto risalto le sue presunte simpatie politiche a sinistra) e successivamente apostrofato con piglio aggressivo nell’articolo: “Cardinale o imam? Se lo chiedono in molti. (‘¦) Tettamanzi la citta’ la vive poco (‘¦) alla faccia della legalita’ che dovrebbe essere la preoccupazione anche della massima autorita’ religiosa. Tettamanzi ci ha abituato alle sue alquanto originali aperture alla presenza di moschee in ogni quartiere”.
Una volta aperto il fronte, il capodicastero alla Semplificazione ha approfondito il solco, nel corso di un’intervista concessa a ‘Repubblica’: ‘La grande capacita’ della Chiesa territoriale ”’ ha argomentato Calderoli ”’ dovrebbe essere la vicinanza con il territorio. Tettamanzi con il suo territorio non c’entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia. Perche’ non e’ mai intervenuto in difesa del crocifisso? Perche’ parla solo dei rom?’.
Eccoci al punto. Il cardinale di Milano, tre giorni prima durante il ‘Discorso alla citta” che precede la festivita’ milanese di Sant’Ambrogio, non aveva abdicato al suo ruolo di pastore delle anime (o delle coscienze, se si preferisce) e pur rivolgendosi alla ‘sua’ Chiesa e ai sacerdoti della Diocesi si era espresso con durezza riferendosi ad alcuni avvenimenti accaduti recentemente in citta’.
Partendo da uno scritto di sant’Ambrogio, aveva osservato come ‘da questo testo emerge la fisionomia pastorale propria dei vescovi. Ad essi e’ affidata, come da preciso incarico, la cura, la custodia del gregge, ossia del popolo di Dio. E’ una custodia che comporta di riunire il gregge e in particolare di vigilare sul gregge e cosi difenderlo dagli assalti delle bestie spirituali, ossia dagli errori di quei lupi rapaci che sono gli eretici’.
Auspicando poi un’attivita’ pastorale improntata alla massima ‘serenita’ e responsabilita”, Tettamanzi aveva aggiunto: ‘Non sono forse da paragonare a codesti lupi, gli eretici, i quali stanno in agguato presso gli ovili di Cristo, e fremono attorno ai recinti piu’ di notte che di giorno? E’ sempre notte per gli increduli, i quali, per quanto e’ loro possibile, si danno da fare per offuscare e oscurare la luce di Cristo con le nebbie di interpretazioni sinistre’.
Il ‘Discorso’ aveva poi affrontato i temi dell’attualita’: ‘Milano torni grande con la sobrieta’ e la solidarieta’, siamo consapevoli che non bastano gli edifici, i ponti, i grattacieli, le strade a rendere ricca e interiormente viva una citta’. Da sempre, a Milano e ovunque, sono gli abitanti la ricchezza piu’ grande di una citta”.
Il Cardinale aveva poi ricordato ‘l’eredita’ migliore che ci e’ stata consegnata’ riassumibile in due espressioni: ‘Milano con il cuore in mano’ e ‘solidarismo ambrosiano’.
Il successivo riferimento di Tettamanzi al culto della cristianita’ andava ben al di la’ dell’aspetto identitario. Citava il Cristo come colui che ‘sa attraversare le situazioni umane di fatica e di sofferenza assumendole, facendosene carico’.
Da qui un invito perentorio: ‘Conserviamo la presenza del crocifisso, simbolo cristiano ma anche simbolo profondamente umano. Di fronte ad esso siamo tutti richiamati a interrogarci sul significato che hanno il soffrire e il morire, cosi come possiamo ritrovare la speranza per superare le situazioni di dolore e di morte. Ma il Crocifisso e’ risorto. Non limitiamoci a considerare il crocifisso come segno di un’identita’. Dobbiamo passare dal simbolo alla realta’, alla realta’ di Gesu’ Cristo morto e risorto e veniente, persona viva, concreta, incontrabile, sperimentabile. Conserviamolo questo simbolo, ma soprattutto viviamolo con umile, forte e gioiosa coerenza’.
La Milano che si estende agli occhi della Diocesi ‘e’ una citta’ composita, dai tanti volti, dalle mille storie, che in alcune sue parti rischia di essere costituita da isole, da ‘citta’ nella citta”’.
Qui Tettamanzi aveva messo il dito nella piaga, dichiarandosi ‘colpito, nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano e della silenziosa mobilitazione e aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuita’ dell’inserimento a scuola, gia’ da tempo avviato, dei bambini. La risposta della Citta’ e delle Istituzioni alla presenza dei rom non puo’ essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalita’ costruttive. La Chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della Citta’ hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilita’ per costruire un percorso di integrazione. Non possiamo ”’ aveva ammonito il Cardinale ”’ per il bene di tutta la Citta’, assumerci la responsabilita’ di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalita’ che pazientemente alcuni vogliono tessere’.
La dotta omelia aveva dunque trovato un saldo riferimento ‘pratico’ nella concreta difesa avanzata dal Cardinale nei confronti della comunita’ Romani insediata fino al 19 novembre nell’accampamento di via Rubattino, nella periferia est di Milano e poi costretta ”’ di sgombero in sgombero ”’ a vagare senza dimora ai margini della citta’.
Tettamanzi, fin dall’inizio di quella drammatica vicenda, non assistette in silenzio a quanto stava avvenendo. Sollecitato dai gruppi di volontari cattolici legati ai padri Somaschi e alla Comunita’ di Sant’Egidio, non esito’ gia’ il 20 novembre a prendere le difese degli ‘ultimi’ dichiarando che ‘chi ha alte responsabilita’ deve ascoltare l’invocazione che viene da tante forme di miseria, ingiustizia e solitudine. A vincere deve essere sempre la dignita’ dell’essere umano. La miseria non sia zittita, ma piuttosto ascoltata per essere superata’.
Percio’ Calderoli ha fatto esplicito riferimento ai Rom, per poi denunciare il rischio che la ‘tradizione’ (quale? Quella del dio Po? Quella dei crociati?) venga messa ‘a rischio se facciamo venire troppa gente che porta le proprie, di tradizioni’. Che, al contrario sarebbero da salvare e per poterlo fare verrebbero in aiuto proprio i simboli della cristianita’, come il presepe.
Ieri l’ultimo atto, con la replica del Cardinale a margine della messa per la festa di sant’Ambrogio: ‘Sono sereno ”’ ha affermato ”’ in questo momento riscopro il dono della liberta’ che trova radice e forza nella responsabilita’. La mia bussola ”’ ha aggiunto ”’ e’ la parola del Vangelo e le esigenze profonde stampate in ogni persona’.
Rispondendo poi al ministro per la Semplificazione, a proposito della presunta lontananza del porporato dalla sua citta’, si e’ cosi espresso: ‘Non so se c’e’ ne e’ un altro in cosi alto loco che stia cosi in mezzo alla gente’.
Prendendo le mosse dalla difesa leghista del presepe identitario, e’ proseguita invece ad oltranza la polemica politica tutta interna alla coalizione di centrodestra. Se per il presidente della Camera Gianfranco Fini il presepe ‘e’ pieno di extracomunitari’, la fondazione a lui vicina, FareFuturo, ha definito i leghisti ‘bestemmiatori’: ‘I fustigatori, i tronisti e i Torquemada sono arrivati come un orologio (e un referendum) svizzero ”’ ha scritto il direttore Filippo Rossi ”’ i demagoghi mandano via il prete dall’altare, ne prendono il posto, fanno un comizio e la chiamano predica. Li definiscono ‘cristianisti’ ma in fondo sono semplici bestemmiatori, mercanti di paura che cacciano Gesu’ dal tempio, svuotando la fede di qualsiasi senso religioso’.
Paolo Repetto
(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)
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