Perché mi oppongo alla guerra contro il terrorismo…
Tanto più metto a confronto la logica opinione del mondo con le azioni dell’amministrazione Bush nella guerra al terrorismo, più mi rendo conto dell’argomento prevalente: l’ipocrisia. Nessuno, a qualsiasi ramo del governo appartenga, corre in prima persona un rischio fisico entrando in guerra con l’Iraq e possiamo scommettere che non lo corra neppure nessuno dei suoi familiari.
Vale a dire, fino al prossimo attacco terroristico. Metto ‘terroristico’ tra virgolette perché la definizione del termine è soggettiva ed io stesso sono passato per il corpo dei marines, che è una componente dell’organizzazione ‘terroristica’ più potente del pianeta: il governo degli USA. Naturalmente non chiamiamo ‘terrorismo’ le nostre azioni, perché ogni nostra operazione è considerata legittima. Quando fummo condannati dal Tribunale Mondiale per la violenza in Nicaragua, abbiamo ignorato la decisione. Le nazioni che abbiamo offeso non possono proprio ignorare quanto gli abbiamo fatto.
Quando l’intero pianeta ci condanna per l’uccisione di 2.500-4.000 persone a Panama, noi siamo troppo impegnati a preparare la prossima invasione di un paese che non può contrattaccare.
Mi oppongo a questa guerra come cittadino degli Stati Uniti, veterano e dottorando in storia. Mentre la mia esperienza militare è stata la prima cosa a rendermi scettico a proposito delle ragioni del nostro governo nei paesi in via di sviluppo, solo quando sono andato al ‘college’ e ho cominciato a leggere centinaia di libri e migliaia di articoli, sono stato in grado di comprendere la profondità del disprezzo dei nostri governanti per le libertà che sostengono di difendere. Di regola ci siamo duramente impegnati a prevenire la crescita della democrazia nei paesi in via di sviluppo, mentre reclamavamo la legittimità come ‘forza di polizia mondiale’ in ragione dei nostri cosiddetti valori ‘democratici’. L’ipocrisia è sbalorditiva. Quando si indaga sulla nostra complicità con gli squadroni della morte, la tortura, i massacri, il saccheggio e la distruzione di massa, si arriva a capire che spesso la libertà minaccia l’attuale struttura del potere di questo paese.
Ero solito considerare questi incidenti come anomali a fronte della ‘protezione’, apparentemente gratuita, che offrivamo al pianeta. Ma quando mi sono arruolato nei marines e ho capito perché avevo creduto nel governo: erano degli esperti in manipolazione. Appena usciti dalla scuola superiore, il corpo dei marines ci ha smontato e rimontato al fine di trasformarci in macchine, desiderose di difendere gli ideali delle elite al potere a Washington e dell’America delle imprese. Considerate un po’ le imprese che investono nelle campagne politiche e traggono profitto dalla guerra: i produttori di armi, di tecnologie, di cibo, di vestiario, di munizioni, di petrolio, di farmaceutici, ecc. Gli interventi USA -a partire dalla seconda guerra mondiale- non sono stati fatti nel nome dei popoli del mondo [sebbene questa sia sempre la pretesa], ma per la conservazione dei poteri forti. Il fatto che essi siano stati condotti contro i principi del diritto internazionale [ad esempio il diritto di non intervento e quello di autodeterminazione], in se, stesso ne fa venir meno la loro legittimità giuridica. Se il governo USA fosse considerato sulla base della definizione ufficiale di terrorismo del FBI [‘l’uso illegale della forza o della violenza contro persone o proprietà per intimidire o esercitare coercizione su un governo, sulla popolazione civile, o su una sua parte, a sostegno di obiettivi politici o sociali’] la lista delle sue vittime a partire dalla seconda guerra mondiale dovrebbe includere:
Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, El Salvador, Honduras, Guatemala, Panama,
Messico, Cile, Grenada, Colombia, Bolivia, Venezuela, Uruguay, Paraguay, Ecuador, Zaire, Namibia, Libano, Egitto, Grecia, Cipro, Bangladesh, Iran, Sud Africa, Filippine, Corea, Vietnam, Laos, Iraq, Cambogia, Libia, Israele, Palestina, Cina, Afganistan, Sudan, Indonesia, Timor Est, Turchia, Angola, Mozambico e Somalia.
Nell’addestramento dei marines l’inganno e la manipolazione si accompagnano con la necessità di motivare le truppe ad uccidere a comando. In una società democratica non puoi prendere dei civili per strada, dar loro dei mitragliatori e aspettarti che ammazzino senza far domande; per questo motivo le persone devono essere indottrinate a farlo.
Questo fatto da solo dovrebbe far scattare un campanello d’allarme nella nostra coscienza collettiva americana. Se la causa della guerra è giusta, allora perché dobbiamo compiere l’addestramento? Se si risponde che dobbiamo essere addestrati al mestiere di uccidere, bene, allora perché nel campo la maggior parte dell’addestramento non è finalizzata al combattimento? Perché ai militari vengono mostrati video di massacri militari USA col sottofondo musicale dei Metallica, costringendoci così a urlare con la gioia dell’istinto omicida quando vengono annientati dei corpi scuri? Perché i militari rispondono ad ogni ordine con un entusiastico ‘uccidi!’, invece del ‘signorsì!’ dei films?
Si potrebbe dire che l’indottrinamento militare prepari gli uomini a far uso della mancanza di rispetto nei confronti di tutte le creature viventi come strumento di distruzione del morale del nemico. L’addestramento stesso è prevalentemente una serie caotica di prove di volontà e di forza, tese ad eliminare ogni residua attitudine umana a sentirsi deboli, al fine di consentire ai capi militari di sfruttare l’obbedienza ai loro ordini quando è tempo di uccidere. I temi delle canzoni motivazionali sono strumenti per desensibilizzare uomini che sarebbero predisposti al rispetto delle donne in maniera tale da creare in essi un animale che -quando necessario- può essere attivato ad eseguire qualsiasi barbaro ordine. Ecco degli esempi di queste liriche: ‘Getta una caramella nel giardino della scuola, accertati che i bambini vi si raccolgano intorno. Carica un nastro nel tuo M-60, falcia i piccoli bastardi!! ‘E ‘ Noi razziamo, ammazziamo, saccheggiamo e bruciamo, razziamo, ammazziamo, saccheggiamo e bruciamo!!’ Si può concepire un livello più alto di atrocità che l’esercito voglia che i suoi uomini siano in grado di compiere? Dico uomini perché questo tipo di canzoni generalmente non vengono ripetute in presenza di donne. Questi canti sono finalizzati a motivare le truppe; godono di questo, ne sbavano e la fanno franca. Se uno li ripete centinaia di volte alla fine comincia accettarli come esempi da imitare.
In guerra lo stupro delle donne è un’arma, proprio come lo sono le armi convenzionali. Il film ‘Casualties of War’ [‘Vittime di guerra’] lo illustra con chiarezza quando l’attore Sean Penn impugna il suo fucile con una mano e dice: ‘L’esercito dice che questo è un’arma, ma non lo è’, quindi, afferrandosi per il cavallo dei calzoni con l’altra, dice: ‘Questo è un’arma’. Il film, basato su una storia vera, racconta di una piccola unità di combattimento USA, che durante la guerra rapì, violentò ed uccise una vietnamita. Io ritengo che relativamente alla mentalità stupratrice dell’esercito i tempi non siano cambiati. Sebbene ai soldati vengano impartite lezioni di sensibilità che dicono loro di rispettare i civili e, soprattutto, le donne, ogni altra cosa, che si apprende e per la quale si è addestrati, è pervasa da un altro messaggio, che cancella ogni idea di rispetto in guerra. Questo, naturalmente, vale in generale, salvo i conflitti emotivi inerenti l’identità del killer, che è ciò che i fanti sono condizionati ad essere. Sono addestrati a irrobustirsi col sangue degli esseri umani e ciò vien fatto per creare una sensazione libidinosa per condizionarli al combattimento.
La guerra trasforma gli uomini normali in criminali, che allorquando hanno smesso di combattere non sono in grado di reprimere il killer che è in loro, come sostengono i manuali di addestramento.
L’ambiente militare è permeato di sesso. Visto che è di dominio pubblico che nella Marina Militare rituali sadici di iniziazione sono accompagnati -spesso contemporaneamente- da sesso e sofferenza fisica. Sebbene non ne abbia avuto esperienza personalmente, i rituali iniziatici spesso costringono gli uomini ad accarezzare i genitali di altri uomini e strumenti come i manici di scopa vengono utilizzati per la penetrazione anale. Spesso ciò accade alla presenza e con la partecipazione di militari di grado superiore. Lo scandalo ‘Tail Hook’ del 1991 ha rivelato un rituale che risale almeno al 1986, nel corso del quale donne ufficiali di marina erano costrette per punizione a camminare tra due file di ufficiali maschi che le palpeggiavano il fondo schiena e il seno. Certamente non finisce qui. Nel caso di Okinawa tre uomini hanno progettato in ogni dettaglio il rapimento, il pestaggio e lo stupro di una ragazza di soli 12 anni.
La desensibilizzazione, operata nell’esercito, delle naturali inibizioni personali a far del male alle persone è un modo per temprarle o renderle dure di cuore. Perciò acquista senso il motivo per cui questo è incoraggiato dai superiori: si trasformerebbe in un comportamento distruttivo in combattimento e in misura minore in tempo di pace. Questo certamente non vuol dire che il soldato sia innocente, tutt’altro. Ma se noi siamo d’accordo con la concezione che uno viene formato in gran parte dall’ambiente che lo circonda, allora possiamo accusare le istituzioni che hanno posto in essere questa particolare propensione in uomini che commettono tali orribili crimini nei confronti delle donne, mentre apparentemente difendono la libertà del mondo.
In tempo di guerra per gli strateghi la demonizzazione del nemico è decisiva e gli esempi di indottrinamento sopra riportati sono pertinenti al nostro presente. Prima di condurre un’esercitazione di sicurezza nel Qatar la mia unità è passata attraverso corsi di ‘indottrinamento mussulmano’. Il livello di razzismo era incredibile. I mussulmani venivano chiamati ‘Ahmed’, ‘teste di pezza’, ‘teste di stracci’ e ‘terroristi’. Ci hanno detto che molti maschi mussulmani sono omosessuali e che il loro livello igienico è così primitivo che non dobbiamo neanche stringergli la mano. L’obiettivo era la demonizzazione per mezzo della femminilizzazione e della disumanizzazione, in modo da renderci più facile premere il grilletto allorquando ci fosse stato ordinato. Ma il Qatar era nostro alleato: immaginate, allora, il linguaggio che viene usato oggi in questi corsi di indottrinamento sull’Iraq e sull’Afganistan. La domanda è: come possiamo intervenire senza che nessuno lo desideri per proteggere delle persone che educhiamo l’esercito a disprezzare?
La popolazione irakena ha sopportato negli ultimi undici anni innumerevoli atrocità da parte degli USA. Non solo nel 1991 sono state uccise fra le 100-200 mila persone, ma il bombardamento è continuato anche dopo e le sanzioni hanno provocato la morte di un milione di persone su una popolazione di 17 milioni. I responsabili dell’ex UNSCOM sostengono dal 1998 di aver distrutto il 95-98% dell’arsenale militare di Saddam e che a causa di un’economia devastata la possibilità di armi nucleari è assolutamente inverosimile. Secondo il New York Times di oggi le ragioni degli USA -secondo cui Saddam usa il gas contro la sua stessa gente e odia gli USA- sono tali da giustificare nei confronti dell’Iraq un atteggiamento più duro che contro la Corea del Nord. Mentre perseguiamo iniziative diplomatiche nei confronti della Corea del Nord [che ha ammesso di possedere armi nucleari] preferiamo invadere l’Iraq che sosteniamo solamente che sta conducendo ricerche per produrre armi nucleari. Abbiamo forse dimenticato che il rapporto del 1994 al Congresso ha rivelato che negli anni ’80 abbiamo rifornito Saddam di armi chimiche e biologiche? Anche se le perdite degli USA saranno inferiori a quelle dell’Iraq, non dimentichiamo il rischio cui sottoponiamo le truppe americane, che sono state indottrinate come me. E’ buffo come le persone che hanno meno probabilità di andare in guerra siano quelle che lavorano alacremente a convincere gli altri a combatterla per loro.
Documento originale
Why I oppose the Us War on Terror
Articolo di Chris White: un ex fante dei marines; attualmente studia per il dottorato in Storia presso l’Università del Kansas a Lawrence. Fra il 1994 e il 1998 ha prestato servizio in posti come Diego Garcia, Camp Pendleton, America Centrale, Okinawa, Giappone e Doha, nel Qatar.
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