VICENZA – Nel piazzale della Curia dei Servi di Maria, sui colli della cittàƒ , ci sono le bandiere rosse della Filcem, il sindacato della Cgil che riunisce chimici, energia e tessili, le categorie più colpite dalla crisi. Il Veneto è cambiato davvero. Non solo per le bandiere rosse accanto allo Studio teologico dei frati, ma perchàƒÂ© la crisi – in Veneto a fine 2005 erano 30.030 gli iscritti alle liste di mobilitàƒ , vale a dire i licenziati – spazza via anche i pregiudizi [La Repubblica]. Bruno Brusaporco, 55 anni, lavora alla General Electric di Cavazzale, assieme a Dino Fabris e ad Amelia Farinello. à‚«Noi siamo allà‚´avanguardia: abbiamo saputo che là‚´azienda chiudeva guardando Internet. Due mesi fa, sul sito della multinazionale, abbiamo visto che si annunciava una à‚«delocalizzazione del prodottoà‚». Pensavamo a uno scherzo: solo una settimana prima avevamo incontrato la direzione per parlare del premio di partecipazione, 600 euro allà‚´anno, e ci avevano detto che non cà‚´erano problemi.
Chiediamo un nuovo incontro e i capi ci spiegano che è tutto vero, che la General Elettric vuole portare la produzione in Ungheria e in Polonia e che noi 150 dobbiamo andare a casa. Nemmeno la cassa integrazione: mobilitàƒ da subitoà‚».
Là‚´azienda non è certo decotta. I proiettori che hanno illuminato gli slalom notturni al Sestriere, alle Olimpiadi, sono stati costruiti qui, assieme a lampioni per le strade, fari speciali per palestre, ecc. à‚«Ci hanno detto: eccovi alcune mensilitàƒ di buonuscita e sparite. Noi abbiamo fatto i picchetti e ora speriamo di conquistare almeno la cassa integrazioneà‚».
La mobilitàƒ è conosciuta, a Cavazzale. Quelli che sono stati espulsi nel 2002, quando là‚´ultima macchina per costruire lampadine è stata portata in Ungheria, ora sono chiamati ai à‚«lavori socialmente utilià‚».
à‚«Cà‚´è chi porta gli anziani dal dottore, chi consegna i pasti caldi. Hanno preso il posto degli obiettori di coscienza. Ma lavorare in fabbrica è unà‚´altra cosa. Per la nostra generazione essere operai è anche un orgoglio, non solo un mestiereà‚».
à‚«Eà‚´ un orgoglio – dice allà‚´assemblea Claudio Zaccarin, segretario regionale dei tessili – che non siamo riusciti a trasmettere ai giovani. Accettano un lavoro umiliante e senza garanzie pur di avere in cambio i soldi per la macchina e la discotecaà‚». Sono 50.000, in Veneto, i lavoratori in cassa integrazione, mobilitàƒ o con contratti di solidarietàƒ .
à‚«Con le à‚«delocalizzazionià‚» allà‚´Est siamo arrivati al paradosso: ci sono aziende, nemmeno tanto piccole, dove là‚´unica attivitàƒ è quella di attaccare le etichette à‚«made in Italyà‚» sui prodotti arrivati da Romania o dalla Lituania. Il fatto grave è che, dopo anni di cassa integrazione e mobilitàƒ , la tutela dei lavoratori sta esaurendosi, e migliaia di operai si troveranno fra pochi giorni o pochi mesi in braghe di telaà‚».
Fa impressione, nellà‚´assemblea, il racconto della delegata Lorena Mantovani, 30 anni, della Lanerossi di Schio.
à‚«Eà‚´ là‚´ultima volta che vengo al congresso: là‚´azienda mi ha mandato a casa. Quando sono entrata in fabbrica, a 19 anni, cà‚´erano 1.100 operai. Quando ci hanno chiuso, eravamo in 100. Dopo le ferie ad agosto ci hanno detto potevamo stare a casa unà‚´altra settimana, poi due, poi tre. Solo dopo, a noi delegati, hanno comunicato che volevano chiudere. à‚«Se state buoni – hanno spiegato – si trova là‚´accordoà‚». Ma che vuol dire essere buoni? Siamo stati a Roma, a firmare questo accordo. Due anni di cassa integrazione più uno di mobilitàƒ . Tre anni con 650 euro al mese, senza lavorare, dovrei essere contenta. Ma làƒ a Roma – cà‚´era anche il sottosegretario Sacconi – ho scoperto che nellà‚´accordo si diceva che la Lanerossi chiude per portare la produzione allà‚´estero. E lo Stato paga perchàƒÂ© unà‚´azienda vada via dallà‚´Italia, in Cina. E noi? E i nostri figli?à‚».
Una delle province più colpite dalla crisi è Treviso. à‚«Abbiamo chiuso il 2004 – dice Paolino Barbiero, segretario Cgil – con 4.000 licenziamenti e il 2005 con 5.000. I 50.000 che in Veneto stanno perdendo il lavoro sono solo una faccia del problema, e nemmeno il più grave.
Quel numero riguarda infatti là‚´industria, che comunque prevede un paracadute per chi viene espulso dalla fabbrica. Ma noi calcoliamo che almeno altre 50.000 persone, se non di più, siano giàƒ state espulse dalla faccia nascosta della luna: artigianato e piccola impresa, anche commerciale.
Sono uomini e donne che sono tutelati meno che nellà‚´industria e soltanto per sei mesi. A pagare più di tutti sono le donne di 40-50 anni, che sono entrate in fabbrica a 14-15 anni e non hanno acquisito, nàƒÂ© con la scuola nàƒÂ© con il lavoro, una vera professionalitàƒ . Si continuano a fare corsi di formazione di due mesi che servono solo a chi li organizza, sfruttando i fondi europeià‚».
à‚«Se non si fa una formazione vera, avremo lavoratrici di serie D, nemmeno di B o C, che non trovano lavoro nemmeno come badanti, perchàƒÂ© non possono accettare di lavorare 24 ore su 24 accanto a un anziano, come fanno le moldave o le romene, anche in casa di illustri esponenti della Lega. Cà‚´è chi dice: è vero, ci sono i licenziamenti, ma di contro cà‚´è un aumento di iscrizioni delle imprese alla Camera di commercio. Ma basta guardare bene per capire che non si tratta di imprenditori ma di ex co. co. co che non sono riusciti a diventare co. pro e allora hanno dovuto aprire una partita Iva e iscriversi alla Camera di commercio. Secondo un censimento della Cgil – e noi non siamo presenti in tutte le piccole aziende – nel 2005 la crisi aziendale ha colpito in Veneto ben 272 imprese, provocando cassa integrazione, contratti di solidarietàƒ e licenziamenti. Nella lista dei licenziati nel 2000 cà‚´erano 9.029 nomi, un dato quasi fisiologico, con imprese che chiudono e altre che aprono. Nel 2002 erano 10.500. Nel 2005 sono 18.500 i nuovi entrati, il doppio rispetto al 2000. Ma nella lista ci sono 30.030 persone, entrate negli anni passati, che non hanno trovato nessuna occupazione. Per chi ha 50 anni, questo significa rischio pesante di emarginazione. Secondo i nostri dati, se là‚´industria perde 4 posti, là‚´indotto ne perde altri 6. Ma per capire la crisi, lasciando per un attimo da parte i numeri, basta osservare gli incassi dei discount, i supermercati con i prezzi più bassi: anche làƒÂ¬, alla terza e quarta settimana, cà‚´è un fortissimo calo. Questo significa che il barile è stato raschiato fino in fondoà‚».
Repubblica, 1 marzo 2006
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