LA CORPORATE SOCIAL RESPONSABILITY, cioè l”attenzione per la collettività , deve essere veramente al centro delle scelte di un”impresa? Serve davvero alle grandi aziende avere consulenti o interi dipartimenti che sensibilizzano i manager a operare anche per il bene pubblico? Se lo è chiesto il settimanale inglese The Economist, che nella sua analisi ha emesso un verdetto lapidario: l”unico obiettivo che i dirigenti di un”azienda devono avere è fare affari, cioè portare a casa un utile.
Il mero perseguimento del profitto,tanto osteggiato dai sostenitori della Corporate social responsability, ha infatti già una sua naturale ricaduta sul benessere dei cittadini.
L”intervento della cosiddetta Csr nelle multinazionali, insomma, è superfluo, o addirittura dannoso, perché si basa su un concetto sbagliato di capitalismo filantropico.
Bocciata quindi l”idea di un mondo degli affari più etico? Niente affatto. Si tratta piuttosto, secondo The Economist, di chiarire quali siano i limiti della responsabilità sociale di cui devono farsi carico le corporation. Agire onestamente, rispettando le leggi e le regole del mercato competitivo, trattare bene i dipendenti premiando equamente i più meritevoli, non imbrogliare fornitori e clienti.
àˆ questo l”unico comportamento etico che si deve pretendere da una corporation e che rispetta allo stesso tempo gli interessi dell”azienda.
Per sgombrare il campo da ogni dubbio sulla reale efficienza
della Csr nel mondo degli affari, The Economist ha analizzato alcune pratiche comuni nelle multinazionali che cercano di guadagnarsi l”etichetta di socialmente responsabili. Prima tra tutte quella delle donazioni (i Paesi del sud est asiatico colpiti dallo tsunami ne hanno beneficiato recentemente), decise dai manager dell”azienda, ma a spese degli azionisti che devono rinunciare a una parte dei loro dividendi.
Le tipologie peggiori di Csr sono però quelle che non si limitano a ridurre l”utile aziendale, ma incidono negativamente anche sul benessere della comunità . àˆ il caso, spiega il settimanale inglese, della politica socialmente responsabile di riciclare i materiali con dei costi che possono eccedere il beneficio sociale che ne deriva.
Ultimo, ma non meno allarmante, è l”esempio delle multinazionali che rinunciano all”outsourcing nei Paesi in via di sviluppo perché etica vorrebbe che i salari dei dipendenti locali fossero equiparati a quelli degli altri impiegati nell”azienda. Poco importa se gli investimenti stranieri diretti porterebbero comunque ricchezza in quei Paesi, molti sostenitori della Csr dissuadono le multinazionali dalla delocalizzazione dell”attività nelle aree povere del mondo.
Insomma, salvaguardare l”ambiente, migliorare il benessere
sociale, correggere le storture del mercato, non sembrano compiti alla portata dei manager delle corporation. Meglio lasciarli svolgere il lavoro che sanno e possono fare, conclude il settimanale.
Il compito di tutelare il bene pubblico spetta ai governi, responsabili di fronte all”elettorato e non agli azionisti.
Be the first to comment on "Il benessere della società non é compito delle imprese ma dei governi"