“Questo non è un libro che nasce da una pacata riflessione sulla realtà maturata nel silenzio protetto di una biblioteca o di uno studiolo domestico; nasce da un’esperienza di vita particolare: un lungo e coatto corpo a corpo con i mali di questo Paese. Quando qualcuno talvolta mi chiede che tipo di vita io faccia, sono solito rispondere che frequento assassini e complici di assassini. E in effetti in questi ultimi anni è stato molto di più il tempo che ho trascorso con loro che quello trascorso con le persone normali”.
L’esperienza rievocata da Scarpinato è però ben lontana dai cliché televisivi delle fiction sulla mafia, quella dei casolari diroccati, dei contadini semianalfabeti che mangiano ricotta, cicoria e miele. “Ho dovuto prendere atto – ha spiegato Scarpinato – che non sempre gli assassini hanno i volti trucidi segnati dalle stimmate popolari. Spesso, troppo spesso, sono persone che possiamo incontrare nei migliori salotti”.
“Lentamente la linea di confine tra i due mondi, quella delle persone normali e quella degli assassini, ha cominciato a sfumare, fino quasi a dissolversi”. Il libro è un’analisi dettagliata della mafia che si vede e di quella che non si vede, che opera nell’ombra e che non ha bisogno di sporcarsi le mani di sangue. È la mafia di quella “borghesia mafiosa” che controlla le leve della politica e dell’economia e che è tanto più potente quanto più affonda le proprie radici nella mentalità e nella cultura profonda del nostro Paese.
Educata dal Principe di Machiavelli a considerare qualsiasi mezzo lecito in politica, le dirigente italiana “è una fra le più predatrici e violente dell’intero Occidente europeo” e ha dato vita a una “criminalità plurisecolare” manifestatasi essenzialmente su “tre versanti: lo stragismo e il delitto per fini politici, la corruzione sistemica e la mafia”.
Tutto ciò, inoltre, non sembra incompatibile con la tradizione cattolica così radicata nel nostro Paese. Anzi: spesso i peggiori criminali e i più corrotti uomini politici si considerano cristiani a tutti gli effetti e non perdono occasione per ostentare le proprie professioni di fede.
Come può il Principe essere un buon cristiano? È su questo aspetto che si è soffermato, durante la presentazione del libro, il teologo valdese Paolo Ricca (Emilio Carnevali, Adista)
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