Del resto, recentemente e sullo stesso giornale, pure Geronimo, che invece non ammette completa indipendenza tra i due settori e chiede anzi che la politica (lo Stato) controlli (ma solo un po’) l’economia, ha preso posizione per le banche criticando Tremonti. Mi risulta sospetta l’unità d’azione tra linee teorico-politiche divergenti (libero mercato o invece più incisivo intervento “pub-blico”), per di più sostenute da due personaggi autorevoli che, tutto sommato, si pongono nell’area delle forze oggi al governo. Non voglio però lanciarmi in ipotesi; non fino a quando (e se) non sia riuscito a capire un po’ meglio i retroscena di questi che sono, in tutta evidenza, scontri tra gruppi di potere, dove non vi è alcuna possibilità di separazione tra economia e politica, come vorrebbe Forte, né un illuminato e disinteressato intervento del “pubblico” come vuole Geronimo, che evidentemente ritiene l’azione e la critica di Tremonti non caratterizzate in tal senso.
Chissà cosa c’è dietro; c’è solo da sperare che infine si arrivi alla resa dei conti tra i vari gruppi poiché nulla di più efficace esiste, per affossare il paese, degli “equilibrismi” tra posizioni contrapposte. Vi sono congiunture storiche, in cui sarebbe meglio si tralasciasse l’ipocrisia della divisione dei poteri e la si smettesse di affilare i coltelli per colpirsi alla schiena; meglio andare allo scontro con sciabole e spadoni (talvolta persino con mazze ferrate). Certo, non mi è indifferente la soluzio-ne cui si arriverà; anche se so che non sarà comunque una soluzione di quelle da me preferite (ma queste lo erano del resto tanto tempo fa e si sono dimostrate, usando un eufemismo, assai “problematiche”). Il fatto è che veramente, in questo bailamme – in cui sia nella sedicente destra come nella sedicente sinistra, si può dire di tutto e di più – è difficilissimo orientarsi.
Limitiamoci al momento a considerazioni del tutto generali. Non è per nulla l’economia – in “libero mercato” – a decidere le sorti della forza e prosperità (pur se non immediata) di dati paesi in-vece che di altri; bensì lo sono determinate strategie politiche di fondo. Tuttavia queste ultime – considerate spesso (per comodità) come politica di un paese preso nel suo insieme – sono in realtà il vettore di composizione delle forze che si scontrano all’interno dello stesso; per cui una strategia internazionalmente efficace nasce dal prevalere di particolari gruppi di potere in conflitto nell’ambito nazionale. Non esiste strategia che non coinvolga gli apparati finanziari, ed è quindi fondamentale sapere chi si pone al loro vertice: se gli azionisti (cioè i gruppi di controllo, di questo solo si tratta!) delle banche che hanno sempre un loro referente politico; non a caso i massimi dirigenti degli istituti italiani si sono precipitati alle primarie della sinistra oppure più direttamente gli apparati “pubblici” (statali), anch’essi con precisi referenti politici e gruppi di controllo, talvolta coincidenti con i precedenti oppure diversi come nel caso nello scontro Tremonti-banche.
In tutto questo gioco tra potere “pubblico” e “azionariato” (gruppo di controllo) finanziario, è ovvio che non deve essere sacrificato l’apparato produttivo, poiché qui è in ballo la forza del paese con la sua possibile strategia internazionale vincente (o comunque non perdente). Ed è nella sfera produttiva che si scontrano ben precisi gruppi di potere – mai divisi da quelli dei settori politici e finanziari; altro che tripartizione dei poteri! – grosso modo divisi in: a) gruppi dell’industria innovativa (dell’ultima ondata di industrializzazione), che premono per una accentuata autonomia del paese nel contesto della competizione internazionale; b) gruppi “arretrati” delle passate stagioni di in-dustrializzazione, condotti a preferire per i loro interessi una politica di subordinazione ai (allo scopo di meglio integrarsi con i) settori del gruppo sub a) esistenti in altro paese, che assume allora funzione predominante (esempio: Fiat e settori oggi al vertice della Confindustria italiana succubi, perché interessati ad esserlo, nei confronti degli Usa).
Se guardiamo velocemente alla storia, quando declinò il capitalismo inglese (e borghese), dive-nuto preminente in seguito alla prima rivoluzione industriale, due furono le alternative per sostituirlo nella predominanza in ambito mondiale. Innanzitutto la tedesca (e, pur con differenze, la giappo-nese) basata sulla netta spinta bancaria, tuttavia mai sottratta ad un deciso controllo statale (si pensi a Rathenau oltre alla critica marxista di Hilferding). La via statunitense si fondò invece sulla forte iniziativa del management dei settori produttivi (unita all’impulso decisivo fornito dalla seconda rivoluzione industriale), che si intrecciò in forme particolari (e spesso malavitose) con il potere poli-tico (statale) e giunse già in vetta con la prima guerra mondiale (restò però, nell’area del Pacifico, il concorrente giapponese con la sua forza crescente). La Germania, sconfitta, si trovò con la finanza succube di quella americana, che per suo tramite esercitò una robusta pressione sul potere politico tedesco all’epoca della Repubblica di Weimar. Il nazismo tentò di riprendere quota e assicurarsi la rivincita, rilanciando l’industria e sottomettendo la finanza alla politica; ma con uno sforzo eccessivo e troppo rapido che produsse i ben noti terribili effetti, non proprio irrilevanti nel provocare una nuova e definitiva disfatta.
Lasciamo quindi perdere quelle che sono, secondo me, distorsioni ideologico-politiche (nel senso della politica politicante) dei pur lucidi Forte e Geronimo, in fondo i migliori commentatori odierni perché, se si pensa agli altri economisti, viene la tentazione di invocare l’internamento in Istituti per handicappati mentali. Non so bene quali pasticci stiano combinando i vari gruppi di potere italiani (con quelli stranieri), salvo individuare con una certa chiarezza i lineamenti del conflitto nel settore energetico. Distinguere destra e sinistra, come rappresentassero posizioni definite e antitetiche, è impossibile. Ricordiamo però la storia, ricordiamo che la finanza non dipende semplicemente dall’azionariato (ma dai gruppi di finanzieri in posizione di comando), tenendo soprattutto ben presente quali sono nel nostro paese i gruppi produttivi di punta – dell’ultima ondata innovativa, interessati ad avere un potere politico indipendente e nazionale, che consenta loro di competere ad armi pari con i gruppi “stranieri”, alleandosi con alcuni di loro se necessario – e quali sono quelli “arretrati” interessati a subordinarsi a più potenti sistemi economici e politici.
Orientiamoci un po’ in questo modo e cerchiamo di capire dove sta il meno peggio che, in questo paesaggio piuttosto desolante, può assumere il significato del “meglio”.
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