Prevedibile ed inevitabile

Strapparsi ipocritamente le vesti per la morte dei sei eroi antiterrorismo, come facevano i farisei di ieri e come fanno gli spin doctors (dottori del raggiro) di oggi, fa purtroppo ancora parte di un business. Ciò è ben spiegato nel libro “La morsa” (Milano, 2009) di Loretta Napoleoni in cui si mostra infatti come a partire dall’11 settembre (2001) ad oggi, il terrorismo sia diventato giustificazione del protezionismo e dell’interventismo statali nonché del business della guerra totale contro Bin Laden, capro espiatorio (Nereo Villa ).

Vi è anche un altro libro, intitolato “La crisi dell’interventismo. Le cause del disastro e i rimedi possibili” (Lucca, 2009) di Francesco Carbone, in cui sono analizzate con estrema precisione le vere ragioni della crisi mondiale. Sarebbe perciò da raccomandare a tutti coloro che hanno a cuore non solo il destino del loro Paese, ma soprattutto il destino dei loro risparmi! Il libro raccoglie risultati di analisi e studi di gruppo, che vanno dal 1929 al 2008, alla base dei quali vi sono prestigiosi autori della Scuola Austriaca di economia come ad es. Mises, Rothbard, ed Hayek.

Premesso che in economia il boom e la recessione sono sempre stati considerati due aspetti normali e naturali, così come lo sono nella fisiologia umana l’inspirazione e l’espirazione (il compito tradizionale della recessione è sempre stato quello di ripulire il sistema da squilibri e/o distorsioni del sistema economico) il sistema, così come è strutturato oggi (prevalentemente sulla continua creazione di credito ed assunzione di nuovo debito) non può permettersi una recessione significativa. Perché? Perché c’è il rischio concreto che tale recessione spinga in una spirale distruttiva gran parte delle ricchezze fondate sull’illusione monetaria. È per questo che si sta cercando a tutti i costi di evitarla e l’unico mezzo a disposizione per impedire il peggio rimane perciò la somministrazione a oltranza di una cura (la discesa dei tassi) i cui ingredienti (i crediti) – paradossalmente – stanno alla base di tutti gli eccessi e quindi all’origine di tutti i problemi (i debiti) che pesano sull’economia reale! Il dilemma è inevitabilmente circolare, e non ha soluzione indolore se non l’abbandono definitivo del cosiddetto schema di Ponzi (che è il ricorso, secondo ritmi di crescita esponenziali, a ulteriore nuovo debito).

In concreto, il rischio è ben altro e peggiore di quello sopracitato (spaventoso soprattutto per i superficiali seguaci di Keynes e di Friedmann). Si sta infatti profilando all’orizzonte una bancarotta congiunta dei principali paesi industrializzati che dovrebbe generare la debacle di tutto il sistema monetario e quindi l’implosione delle valute esistenti (che, di fatto, non essendo garantite e sostenute da alcun bene reale, sono indifendibili da qualunque banca centrale)! Conseguenza immediata di tutto ciò dovrebbe essere la vaporizzazione della maggior parte dei risparmi incorporati nella moneta cartacea e negli asset finanziari, cui seguirebbe per esperienza storica un’elevatissima instabilità sia economica che sociale. Al dì là di tutte le chiacchiere da bar sulla ripresa economica (alimentate soprattutto dai presunti esperti) questi sono i rischi reali che chi gestisce l’economia non può non aver preso in seria considerazione. Si tratta di rischi di cui però non si parla per evitare situazioni di panico collettivo. L’unico modo per posticipare il crash (senza la garanzia di riuscire a evitarlo) è dunque spingere i tassi verso lo zero percento (come si è fatto in Giappone e come si sta facendo ora negli USA), cercando di sostenere il più a lungo possibile lo schema di Ponzi del debito, nell’attesa forse di un altro “miracolo economico” alla Greenspan il banchiere centrale che a suo tempo posticipò la crisi di 3-4 anni). Oggi vi è però il rischio crescente che tale “via d’uscita” assuma, per intervento di un fattore non controllabile, un’accelerazione distruttiva. Lo scenario futuro peggiore, l’implosione del sistema monetario e la bancarotta degli stati nazionali, rimane più che mai il rischio maggiore che oggi stanno correndo le economie. Tale nuovo “miracolo” ora sono chiamati a realizzarlo l’attuale banchiere centrale americano Bernanke insieme al segretario del Tesoro Paulson, ed insieme a tutti gli altri banchieri e politici di mezzo pianeta (quelli che con ironia Carbone chiama Supereroi, ed io Supernoise, cioè meri creatori di rumore per confondere le acque).

Rispetto al periodo di Greenspan, il quale mentiva spudoratamente al mondo ben sapendo di mentire, il fenomeno oggi si è molto esteso. Sarebbe stato meglio che egli non fosse riuscito in quel “miracolo” perché oggi, grazie al suo “salvataggio”, siamo di fronte ad un problema molto più grave di allora. In questi ultimi anni, infatti, gli squilibri strutturali si sono stratificati secondo un fattore geometrico. Sicuramente, il carisma di Greenspan – a differenza della deficienza stolida di quello di oggi (che addirittura parlava di prosperità mediante SME, la Stampante Monetaria Elettronica della FED, come lui stesso la definì nel suo pazzesco discorso del 21 novembre 2002) è stato determinante. Ma altrettanto determinante per riuscire a posticipare la crisi è stata la cosiddetta globalizzazione, processo che se spontaneo sarebbe molto virtuoso e benefico, ma che purtroppo è nato ed ha trovato appoggio su alcune premesse sbagliate: “la maggior parte degli economisti, sulle orme di Keynes” – scrive Carbone – “considera erroneamente come deficienze del mercato ciò che in realtà è l’incapacità del libero mercato di funzionare correttamente a causa delle interferenze governative”. In uno scenario di questo genere, “il ritorno al gold standard […] potrebbe forse rappresentare il punto d’approdo risolutivo della crisi in grado di restituire ai cittadini le proprie libertà economiche e il diritto democratico ad avere un mezzo […] per poter conservare nel tempo il prodotto del proprio lavoro e quindi il valore dei propri risparmi”.

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