Il 22 marzo si è celebrata, in Italia come in tutto il mondo, la Giornata mondiale dell'acqua. La nuova “festività ” ha origine nel 1992, anno in cui l'ONU decide di agire, anche attraverso questa simbolica azione, per affrontare l'emergenza idrica del pianeta. Alcune cifre? Ogni giorno nel mondo muoiono 5.000 persone a causa della mancanza d'acqua o della sua pessima qualità : circa il 70% delle malattie presenti nel pianeta è dovuta alla siccità , alla carenza di acqua e alla sua cattiva gestione. Considerata la drammaticità della situazione per la popolazione mondiale l'ONU, che indirettamente la rappresenta, ha deciso di eleggere il 2003 ad Anno Internazionale dell'Acqua con il motto “Acqua per lo Sviluppo”.Da oggi quindi, i cittadini comunitari ed extracomunitari sono ancor di più chiamati a promuovere e ad appoggiare, non solo manifestazioni e incontri per una maggiore sensibilizzazione sullo spreco e sulla sperequata distribuzione dell'acqua, fondamentale risorsa, ma anche ad agire con ogni mezzo a disposizione per una sua gestione più responsabile ed equa. Più realisticamente, al fine di raggiungere questi improrogabili obiettivi, nei prossimi mesi ed anni è necessario che i governi e le rispettive organizzazioni, “figlie” o “sorelle” dell'ONU, si impegnino seriamente a varare politiche adeguate per affrontare e gestire sapientemente il “problema acqua”.
Attualmente, lasciando da parte le azioni della società civile, le istituzioni politiche hanno pensato di poter rispondere alla domanda d'acqua attraverso politiche che, in larga parte, si riducono in tutto il mondo ad una regolamentazione del processo di privatizzazione della produzione-gestione dell'acqua. Tale processo ha raggiunto uno stadio avanzato soprattutto nei Paesi industrializzati, caratterizzati da un regime stabilmente democratico e da un ordinamento giuridico che tutela in maniera forte e decisa la libera concorrenza degli agenti economici – anche attraverso istituzioni politicamente trasversali (Authority, anti-trust etc.) -.
In tali Paesi infatti, il tessuto socio-economico ha raggiunto uno stato di maturità e sviluppo tale che l'applicazione e la tutela del principio della libera concorrenza trova giustificazione sociale ancor prima che giuridica. Il processo di privatizzazione non è, però, esente da critiche e preoccupazioni. A ben vedere, il principio della libera concorrenza sta incontrando, nei Paesi industrializzati, rilevanti limitazioni dovute agli ingenti costi di avviamento che qualsiasi impresa deve fronteggiare se vuole operare in tale settore. Si assiste, di conseguenza, al formarsi di un naturale oligopolio in seno alla gestione dei servizi pubblici di base: siamo ancora lontani dall'ideale divisione del mercato tra una pluralità di agenti economici.
Il che, peraltro, non nasconde i vantaggi del superamento del regime monopolistico statuale che ha prodotto grandi sprechi, tanto delle risorse economiche dello Stato, quanto della risorsa acqua. Come coniugare, allora, il diritto d'accesso all'acqua con l'esigenza di utilizzare tale risorsa in modo economicamente efficiente? A tal proposito è necessario distinguere tra governo dell'acqua e sua gestione. Una distinzione di fondamentale importanza: le Istituzioni pubbliche, sia a livello centrale che locale, dovrebbero continuare a svolgere, nel perseguimento dell'interesse della collettività , la propria azione di governo nella privatizzazione dell'acqua, mantenendo perciò la proprietà delle fonti e altresì fissando limiti, controlli e standard ambientali sostenibili da tutte le imprese private che vogliano operare in questo settore.
A quest'ultime deve essere, invece, demandata la sola attività di produzione o di gestione dell'acqua, secondo i principi del “full cost recovery”, garantendo cioè, la remunerazione del capitale impiegato ed una conseguente migliore efficienza nello sfruttamento della risorsa acqua. Le caratteristiche politiche, economiche e sociali dei Paesi più industrializzati rendono ampiamente giustificabile ed applicabile una siffatta regolamentazione del governo/proprietà delle fonti idriche e della gestione dei servizi idrici: è ciò che accade in Italia con l'applicazione della legge Galli.
Ma cosa sta avvenendo nei Paesi in via di sviluppo, le cui popolazioni sono i veri “protagonisti” delle drammatiche cifre sopra riportate? è evidente che la realtà socio-economica di questi ultimi non è paragonabile a quella dei Paesi industrializzati e che l'adattamento di politiche, nate dalle esigenze di questi, non può essere realizzato in modo simmetrico senza causare ulteriori sofferenze. Nei Paesi in via di sviluppo la privatizzazione della gestione dell'acqua, infatti, non sta avvenendo alle stesse condizioni e con le stesse cautele e tutele presenti nei Paesi industrializzati.
La fragilità delle loro economie e l'assenza di una pluralità di agenti economici sta producendo veri e propri “fallimenti di mercato”. Il regime di concorrenza non è abbastanza maturo per delegare la gestione della risorsa più importante del pianeta in mano alle imprese, per lo più straniere; quindi, è quantomeno prematuro il tentativo di estendere politiche economiche ancora in via di perfezionamento a Paesi caratterizzati da differenti condizioni socio-economiche. Gli effetti delle strategie politico-economiche condotte dalle Banche per lo Sviluppo, prima fra tutte la Banca Mondiale, costituiscono un valido esempio di quanto affermato.
L'affidamento di finanziamenti effettuato da tali Banche a favore degli Stati o direttamente alle imprese – per mezzo di gare d'appalto a cui spesso partecipa una sola impresa straniera -, ha non di rado provocato bruschi aumenti dei prezzi, nonché l'allontanamento delle comunità rurali dai progetti idrici e il rallentamento della loro capacità produttiva. Parallelamente, le grandi aziende agricole hanno ottenuto un potenziamento in ragione delle nuove risorse idriche rese loro disponibili. Conseguenza principale di questo discriminante sbalzo, lo spopolamento delle campagne: ed è a tale fenomeno che gli interventi di sviluppo rurale dovrebbero porre rimedio.
Questa la diagnosi. Ma l'intervento dello Stato è spesso stato peggiorativo, addirittura aggravando gli effetti del già fisiologico fallimento del mercato nei Paesi meno sviluppati, a causa della cronica inefficienza delle strutture pubbliche e dei fenomeni di corruzione. Naturalmente, vi sono anche riflessi economici positivi ma, nel complesso, l'approccio seguito dalle Banche per lo Sviluppo si traduce molto spesso in un rafforzamento dei privilegi dei ceti rurali più abbienti o in un alto costo da pagare per l'accesso all'acqua.
A ben vedere, la gestione dei finanziamenti internazionali per le risorse idriche deve chiamare in causa non solo le imprese o gli Stati, ma anche gruppi ed associazioni di piccoli-medi utenti di risorse idriche (Water Users Association o WUA), noti in molti Paesi europei anche come Consorzi di gestione degli acquedotti. Tale approccio si presenta più adatto a rispondere ai bisogni della popolazione dei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, ancora molto bisogna fare nel processo di formazione tanto dei proprietari delle fonti (contadini, comuni, comunità montane) rispetto ad una cultura di utilizzo delle risorse disponibili, quanto degli amministratori rispetto alla manutenzione delle infrastrutture e delle attrezzature. Interventi di tal fatta producono i risultati sperati se motivano i contadini a restare nelle proprie terre, dando loro migliori strumenti di produzione e contribuendo allo sviluppo sostenibile delle regioni interessate.
Quest'ultimo approccio al problema della gestione della risorsa-acqua, chiamando in causa la società civile e i diretti interessati, rappresenta una valida alternativa alla dicotomia Stato-mercato e ai pericoli presenti sia nei Paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati. Fermo restando che lo Stato dovrebbe continuare a mantenere il governo dell'acqua quale “bene pubblico globale”, attualmente il coinvolgimento della società civile nella sua gestione sta incontrando consensi da più parti: essa sembra costituire la via migliore per una gestione dell'acqua di tipo partecipatorio, indirizzata verso i gruppi più vulnerabili come le donne, i bambini, gli indigeni e i popoli delle zone più aride ed in linea con gli obiettivi fissati dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in occasione delle discussioni preparatorie dell'Anno Internazionale dell'Acqua e del Terzo Forum Mondiale sull'Acqua che si è tenuto a Kyoto, in Giappone, nel marzo del 2003.
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