Oramai tutto quello che viene dalla Cina suscita interesse e soprattutto timori per il futuro assetto degli scambi commerciali tra il Vecchio continente e il paese dell'Estremo Oriente. Il settore ortofrutticolo è considerato uno dei cavalli di Troia utilizzato dalla Cina, visti i suoi 450 milioni di tonnellate di produzione annua. La quasi totalità di questa produzione è stata finora assorbita dal mercato interno, ma con un incremento di circa 1/3 della superficie destinata a ortaggi e del 50% per la frutta (circa 25 milioni di ettari) ci si attende un prossimo sbocco sui mercati internazionali grazie all'ingresso nella Wto (Italia Oggi, 5 aprile 2005).
Attualmente i volumi esportati sono destinati in prevalenza al mercato asiatico: Giappone, Singapore, Sud-Corea e Russia. In Italia nell'ultimo anno le importazioni sono cresciute del 250%. La Confederazione italiana degli agricoltori ha stilato un dossier per capire le ragioni della forte espansione del comparto ortofrutticolo in Cina.
Tra le principali vengono annoverate: la disponibilità di forza lavoro in un comparto notoriamente labour intensive; la presenza di estese aree collinari per le quali l'impianto di colture costituisce anche un'opportunità di controllo dell'erosione del suolo e un'elevata diversificazione climatica del paese che permette diffuse e diversificate coltivazioni stagionali.
Â´à ˆ un dato di fatto. I costi di produzione sono di gran lunga inferiori ai nostri', dice a ItaliaOggi Giuseppe Politi, presidente dell'associazione di categoria. ´Con il dossier non avevamo intenzione di diffondere allarmismi ingiustificati ma, per quanto riguarda le caratteristiche organolettiche dei nostri prodotti, l'invasione cinese rischia di far pendere la bilancia solo sul prezzo, e non sulla qualità dei prodotti. Siamo stati i primi a chiedere regole più stringenti da parte dell'Europa per salvaguardare la produzione di qualità del made in Italy, ma tali normative ancora non valgono per i prodotti importati'.
Dalla Cina arrivano in particolare prodotti utilizzati nel comparto della trasformazione alimentare (+15% nel 2004): conserve ortofrutticole di pomodoro passato e di funghi trasformati, che rappresentano il 75% dell'intero import italiano dalla Cina.
In media l'incremento annuo delle importazioni agricole è del 6,5%, ma per esempio nel caso delle mele si arriva a toccare punte del 200% nel periodo 1999-2003.
´C'è da ricordare anche il traffico di perfezionamento attivo', aggiunge Politi, ´ovvero i prodotti semilavorati, importati per essere lavorati industrialmente e poi immessi solo sul mercato internazionale. Ci deve essere un maggior controllo, perché questi prodotti arrivano anche sulle tavole degli italiani, senza una corretta informazione. Per frutta e ortaggi andrebbero potenziati i controlli fito-sanitari, per l'uso di sostanze da noi vietate, a differenza di altri paesi terzi non Ue dove possono essere utilizzati. Manca ancora un'armonizzazione a livello comunitario per quanto concerne l'import di tali prodotti'.
Un altro capitolo riguarda il ´fenomeno vino', che in Cina ha visto aumentare l'espansione della superficie, tra il 1997 e il 2000, del 38%. La produzione si attesta in circa 3 milioni di ettolitri.
´E stanno arrivando da tempo cospicui investimenti stranieri nella vitivinicoltura cinese', continua Politi, ´sia per il vino sia per le altre produzioni serve una politica nazionale tendente a valorizzare il made in Italy, di cui si parla tanto ma che poi in realtà ancora si è vista poco, soprattutto per la promozione. Occorre una strategia unitaria su come e cosa valorizzare. L'agricoltura italiana produce di più, ma calano i prezzi solo all'origine, mentre i consumatori ne riscontrano l'aumento al dettaglio'.
Anche secondo Confagricoltura è necessario fare chiarezza su alcuni importanti elementi e, nel caso, assumere le previste contromisure in termini di politica commerciale.
´Ci chiediamo', ha detto il presidente Federico Vecchioni, ´fino a che punto la produzione cinese rispetti i requisiti sanitari e di sicurezza alimentare che da noi in Europa e in Italia sono estremamente rigorosi. Allo stesso modo ci chiediamo se nell'ambito della filiera agroalimentare cinese vigono gli stessi standard sociali e le stesse politiche del lavoro che le nostre imprese devono rispettare. à ˆ arrivato oggi il momento di parlare apertamente di dumping sociale e inserire questo capitolo nell'ambito degli accordi internazionali del Wto. Per quanto riguarda il commercio di vino con la Cina', aggiunge Vecchioni, ´al momento i dati statistici sono incoraggianti. Nel 2004, a fronte di importazioni praticamente trascurabili, e in diminuzione rispetto all'anno precedente, produttori italiani hanno raddoppiato le loro esportazioni sul mercato cinese. Si tratta ancora di quantitativi limitati, ma si spera che possano crescere presto'.
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