Dal'economia alla cultura: ridefinire modelli, parole, paradigmi
Il Rapporto della Commission for Africa che il primo ministro britannico Tony Blair si appresta a presentare al vertice dei capi di stato del G8 in Scozia contiene – insieme alle raccomandazioni che riguardano, tra gli altri, l'aumento della somma destinata agli aiuti all'Africa per raggiungere la fatidica soglia dello 0,7% del PIL dei paesi ricchi e la cancellazione di una parte consistente del debito – alcune novità che meritano di essere valorizzate ed approfondite. [Articolo di JEAN-Là‰ONARD TOUADI]
E' un rapporto che mette l'accento sulla necessità , da parte dei governi africani, di impegnarsi per garantire la “good governance” (democrazia, lotta alla corruzione, trasparenza e oculatezza nella gestione dei fondi pubblici, rispetto dei diritti umani ecc.) come condizione per usufruire degli aiuti ed acquistare credibilità nel quadro di una partnership che mira a favorire il rafforzamento delle capacità locali di identificare e mettere in moto le strategie di una efficace terapia endogena di lotta contro le cause strutturali della povertà . Ma ancora più della necessità di “good governance”, la novità più interessante del rapporto è l'accoglimento della richiesta pressante degli interlocutori africani di mettere in discussione il paradigma stesso dello sviluppo così come è stato imposto, da secoli ormai, alle nazioni e ai popoli africani. Non esiste in nessuna lingua africana il concetto di sviluppo. Esso rimane, a distanza di secoli, un concetto e una prassi estranea alla storia e all'essenza stessa delle culture africane. Lo sviluppo, insieme all'imposizione delle lingue europee, della religione cristiana (religione dei vincitori seguendo il vecchio principio dell'ejus regio cuius religio e degli universi di significati occidentali, partecipa del processo di “occidentalizzazione dell'Africa” avviata nel XVI secolo e proseguito attraverso la colonizzazione e il neocolonialismo.
Lo sviluppo è uno dei componenti della “missione civilizzatrice” attraverso la quale il fiume della storia africana è stato bruscamente interrotto e gli africani sono stati costretti a navigare sul fiume degli altri. La conquista coloniale, ossia “l'arte di vincere senza avere ragione”, secondo la definizione del romanziere senegalese Cheick Hamidou Kane, ha immerso le economie africane nel sistema-mondo in posizione subalterna, costringendo i popoli del continente a mutare radicalmente le modalità endogene di produzione e riproduzione della ricchezza. Con l'irruzione della modernità degli altri, l'economia africana ha cessato di essere “africo-centrica”, ossia orientata verso i bisogni dei popoli del continente, di seguire una linea d'evoluzione in consonanza con la storia, gli ambienti e lo spessore antropologico e cognitivo raggiunto dalle sue culture. Che direzione avrebbero preso le economie del continente se fossero state lasciate al loro destino? E' impossibile rispondere a questa domanda, perché la storia deve fare i conti con i fatti realmente accaduti. Una cosa è sicura: questo sviluppo e questa globalizzazione non ci appartengono. A questo punto l'interrogativo di fondo è questo. E' lecito riprendere l'interrogativo della sociologa camerunese Axelle Kabou che, in un saggio rimasto famoso nel dibattito sullo sviluppo, chiedeva provocatoriamente: “E se l'Africa rifiutasse lo sviluppo?”.
Con questo titolo la giovane ricercatrice intendeva stigmatizzare le pesantezze storiche, i condizionamenti antropologici e i freni sociologici, quegli ostacoli che impediscono al continente di compiere il proprio “decollo” economico. Axelle Kabou chiamava l'Africa e gli africani a compiere una salutare operazione autocritica, una rottura con il passato, per mettersi nelle condizioni giuste per agganciare il treno dello sviluppo. L'idea di fondo era, e resta ancora, anche per molti africani, che lo sviluppo è una linea evolutiva unica, valida per tutti i popoli. E tutti devono attraversare le acque purificatrici del suo fiume per raggiungere il benessere economico e la felicità . Chiunque dimostri delle carenze di performance è in ritardo e dovrebbe affrettarsi di aggregarsi al gruppo. Ecco perché dobbiamo avere il coraggio di disonorare lo sviluppo.
Un compito proibitivo in uno scenario mondiale dove vige il feticismo della parola “sviluppo”. Sviluppo sarebbe la parola d'ordine che apre le strade della felicità economica e della felicità tout court. La parola d'ordine è crescere, ma soprattutto lavorare per accrescere le proprie possibilità in modo illimitato. Tutto e tutti devono piegarsi al principio dello sviluppo per avere l'agognato certificato, il passaporto d'ingresso della globalizzazione, perché quello della modernità ormai non basta più. Chiunque non abbia raggiunto alcuni traguardi minimi, fissati arbitrariamente dai detentori del potere economico e dai sacerdoti del neoliberalismi, è giudicato sotto-sviluppato ed è chiamato imperativamente a percorrere la via virtuosa, l'unica, che porta allo stato di grazia economico misurabile, e di fatto misurato, dagli standard internazionali.
I Programmi di Aggiustamento Strutturale (PAS), imposti dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale sono gli strumenti attraverso i quali i paesi ricchi impongono a quelli poveri il pensiero unico dell'economia neoliberale. Privatizzazione, ossia svendita alle multinazionali di aziende statali anche d'interesse strategico; liberalizzazione di tutti i gangli vitali dell'economia; rigore di bilancio anche attraverso massicci licenziamenti e tagli drastici della spesa sociale (scuola, sanità , infrastrutture di base, sovvenzioni dei prezzi di prodotti alimentari di base e dei trasporti pubblici); controllo dell'inflazione e della moneta… ecc. queste misure hanno, nonostante la loro rigida applicazione, fallito nel tentativo sia di risanare gli squilibri macroeconomici della maggior parte dei paesi africani sia di rendere appetibili per gli investimenti paesi che non hanno ancora raggiunto neanche l'autosufficienza alimentare.
In realtà , tramite la gestione dell'enorme debito estero africano e l'imposizione dei PAS, i paesi ricchi hanno confiscato la sovranità d'interi stati costretti ad applicare priorità economiche e tempi d'interventi decisi dall'estero. Più grave ancora, i PAS hanno contribuito ad allargare la geografia della miseria senza peraltro assicurare un minimo di espansione del capitalismo mondiale, che continua a disertare l'Africa eccetto che per la raccolta di materie prime grezze.
Questo sviluppo è per l'Africa un gigantesco miraggio, una sublime mistificazione che abbiamo il compito di smontare insieme alla visione del mondo che sottintende. Nella messa in relazione gerarchica tra popoli e nazioni, il criterio economicistico si è sostituito a quello biologico e razziale di una volta. Sviluppati e sottosviluppati diventano i nuovi paradigmi della separazione del mondo tra l'umanità piena ed integra e una deficiente e zoppicante. E per questa umanità , la ricetta è tutta pronta come denuncia Serge Latouche:
“Per le società in ritardo nella modernizzazione, quelle del Terzo mondo, la via dell'opulenza passa per la sottomissione assoluta alle terapie degli esperti. Il primo atto necessario al decollo è il riconoscimento della diagnosi degli esperti stranieri. Le società esterne alla modernità devono cominciare con il diventare consapevoli della loro miseria. Allora comincia una lunga cura; la rinuncia alle cattive abitudini, alle pratiche consuetudinarie e ai modi di pensare è una tappa necessaria; viene poi l'adozione di un modello di sviluppo. Che questo modello sia liberale o socialista, deve essere imposto in modo autoritario. Alla costrizione, alla soggezione proprie dell'azienda moderna e dello Stato industriale si aggiunge qui l'imposizione forzata di valori esterni. Tutto questo in nome della libertà e della democrazia! La modernità svela qui il suo vero volto. L'ordine “naturale” rivela tutti i suoi artifici. Poiché l'opulenza non si realizza, è sempre possibile pretendere che questo insuccesso non dipenda dal difetto di universalità della modernità bensì dalla provvisoria incapacità di modernizzarsi delle società interessate”
(Serge Latouche, Il Pianeta dei naufraghi).
“Disonorare lo sviluppo” significa, pertanto, uscire al più presto possibile dalla fascinazione dello sviluppo. Non solo perché è un concetto nato fuori dalle nostre tradizioni storiche e culturali; ma soprattutto perché è un concetto e una prassi che ci hanno fatto male e continuano a farcene. Ha imposto ai paesi africani un'economia subalternizzata agli interessi della locomotiva europea prima e a quella occidentale poi. L'ingresso nell'economia mondiale ci ha distratto dai nostri bisogni immediati e ci ha costretti ad utilizzare la nostra terra per coltivare il superfluo degli altri (caffè, cacao, arachidi, cotone… ecc).
Con il commercio triangolare dei secoli delle grandi navigazioni l'Africa e le Americhe sono stati costretti a navigare sul fiume economico degli altri popoli e questa situazione, nella sostanza, non si è modificata. “Disonorare lo sviluppo” significa ripensare radicalmente i modi di produzione e riproduzione della ricchezza in Africa; vuol dire ri-orientare l'attività economico in senso afro-centrico. Significa, infine, ridare all'economia il suo vero senso di attenzione ai bisogni di una specifica comunità .
Questa rottura e questo ritorno africani ad un'altra economia s'inserisce all'interno di un affanno palpabile dei popoli dell'opulenza, che misurano la non adeguatezza tra il benessere inteso come cumulo quantitativo di beni e l'essere-bene come esigenza qualitativa, relazionale e interiore. Ecco che comprendiamo che la povertà , quando non coincide con la miseria che deturpa la dignità delle persone e delle comunità , è ricchezza per i popoli. Sono povero quando non pongo la crescita come fine a se stessa, quando ciò che possiedo per vivere mi lascia la libertà di perseguire la relazione con l'altro; quando non considero la solidarietà come un freno all'arricchimento eretto a valore assoluto; quando riesco a stabilire che il valore della persona non dipende dal suo portafoglio ma dal posto insostituibile che occupa nella comunità o nella famiglia. La persona vale perché è “per noi”.
Lo sviluppo è morto e continuare a parlarne, e auspicare il suo avvento, è come parlare di un morto che cammina. Una volta decretata la morte dello sviluppo, sarà compito di ciascun popolo e cultura determinare la forma attraverso la quale assicurare la soddisfazione dei bisogni primari e decidere le tappe attraverso le quali passare da “condizioni di vita infra-umane a condizioni umane” (Paolo VI nella Populorum Progressio). Appartiene al discernimento specifico di ogni comunità , compatibilmente con le risorse del suo ecosistema e tenendo conto degli ancoraggi culturali e socio-antropologici, il compito di fissare i criteri del suo essere-bene e della sua felicità sociale, che parte dai beni economici ma che non si esaurisce in essi. Lo sviluppo in Africa è un ospite e il leggendario senso dell'accoglienza del continente ha cercato di fargli posto, anche se eravamo coscienti sin dall'inizio ch'era il frutto avvelenato dell'”arte di vincere senza avere ragione” che ci aveva conquistati. Ma non solo ha abusato della nostra ospitalità , ora sta minacciando la nostra stessa sopravvivenza.
Facendo violenza a noi stessi dobbiamo avere il coraggio di ammettere che non siamo riusciti a seguire le regole del gioco fissate dai vincitori e proviamo a giocare il nostro gioco secondo regole da negoziare con i nostri partner. Più che elemosinare aiuti all'Occidente, i responsabili politici africano dovrebbero negoziare con i loro partner del G8 la necessità uscire dal pensiero unico dello sviluppo.
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