«Hiroshima è un luogo dove si può imparare a capire la dignità umana. In una guerra non ci saranno né vincitori né vinti, ci sarà soltanto la distruzione dell”umanità e la fine del pianeta terra. Se l”umanità non eliminerà le armi nucleari, saranno esse ad eliminare l”umanità ». Questo il coraggioso messaggio di Seiko Ikeda, sopravvissuta alla bomba sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945 [di Cinzia Agostini].
Seiko Ikeda è stata presente al convegno internazionale Mettere al bando le armi nucleari, svoltosi a Padova lo scorso 8 agosto e organizzato dalla Rete Italiana per il Disarmo in collaborazione con l”associazione Beati i costruttori di pace nell”ambito delle manifestazioni per il 60° anniversario dalle esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki.
Nella lettera che il presidente americano Roosevelt ricevette nell”autunno 1939 da Albert Einstein era annunciata la portata della scoperta della fissione nucleare effettuata da poco da chimici tedeschi. Gli scienziati ebrei Leo Szilard ed Edward Teller, che si erano rifugiati in America, gliene avevano parlato di persona. Einstein, di fronte alla possibilità che la Germania costruisse la bomba atomica, firmò la lettera discussa e preparata con Szilard e si rivolse direttamente al presidente. Aveva anticipato che l”uranio può essere trasformato in fonte di energia, e come in una grande massa del minerale si possa scatenare una reazione nucleare a catena. «Questo nuovo fenomeno condurrebbe alla costruzione di bombe ed è immaginabile che bombe molto potenti possano essere costruite così».
«La guerra, e tutte le guerre successive, cominciano con la lettera di Einstein – ha esordito durante il convegno Massimo Toschi, assessore alla cooperazione, perdono e riconciliazione dei popoli della Regione Toscana – Per sconfiggere Hitler e concludere la guerra si ricorre all”atomica. Le armi nucleari si rivelano l”unico strumento per ottenere la pace. Ciò che non compare nella lettera sono le vittime, mai menzionate. Non si calcolano le perdite, le morti, le distruzioni causate da questo fare la pace. C”è un filo rosso che lega Hiroshima e Falluja, Nagasaki e tutte le guerre che in Africa si combattono con le armi leggere, ed è rappresentato dal fatto che le vittime non interessano mai, il punto focale rimane la pace. E qui la responsabilità di Einstein resta intera».
Nonostante da 35 anni sia in vigore il trattato di non proliferazione nucleare, ratificato dall”Onu nel 1970, negli ultimi quattro anni è ripartita la corsa al riarmo: nel nostro paese sono 40 le testate nucleari ospitate nell”aeroporto militare di Ghedi, a Brescia, e 50 nella base Usaf di Aviano (Pordenone). Una responsabilità , quella della violazione del trattato, che pesa anche su altri quattro paesi Nato: Germania, Belgio, Olanda e Turchia. «Ma la questione più allarmante – ha concluso Angelo Baracca, del Comitato Scienziati contro la guerra – è la ricerca per la realizzazione di nuove armi che il nucleare militare sta fagocitando dal settore civile. Armi che, se portate a termine, non rientrerebbero nei parametri fissati dal trattato e quindi legali. Diventa sempre più pressante la sensibilizzazione dell”opinione pubblica sul tema e la richiesta del disarmo, obbligo sancito dal diritto internazionale».
Cinzia Agostini
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