La verità è venuta a galla. Ma fin dall’inizio, sopravvissuti e testimoni raccontarono un’altra verità, oggi confermata da un rapporto di 700 pagine stilato da Yuri Saveliev, scienziato russo esperto di esplosivi interpellato della commissione d’inchiesta della Duma russa. Secondo lo studio di Saveliev – basato su centinia di interviste, fotografie e filmati, e pubblicato pochi giorni fa – a sparare per primi furono i militari russi: due granate incendiarie termobariche ‘RPO-A’ lanciate sul tetto della palestra, che collassò provocando il primo massacro. Gli altri ostaggi, oltre cento, vennero trucidati dai colpi dell’artiglieria russa, che impiegò carri armati ed elicotteri da guerra. Pochissimi furono quindi gli ostaggi uccisi dai terroristi.
Ma Putin continua a negare. Il Cremlino, che in questi due anni ha sempre censurato ogni versione dei fatti diversa dalla verità ufficiale, ha definito il rapporto “una deliberata falsificazione dei fatti”.
Putin non ha mai voluto un’inchiesta indipendente su Beslan, chiesta a gran voce sia dai parenti delle vittime – fortemente critiche verso il governo russo – sia dalla comunità internazionale. Il processo sulla strage, condotto in Russia, ha escluso errori da parte delle forze armate russe e si è concluso pochi mesi fa con la condanna all’ergastolo del venticinquenne Nurpashi Kulayev, il solo superstite del commando terroristico.
Intanto la guerra in Cecenia continua. Nel frattempo, la mente del sequestro, il leader ceceno Shamil Basayev, è stato ucciso il 10 luglio dalle forze russe. Ma la guerra in Cecenia tra indipendentisti islamici e truppe russe – che prosegue da ormai 12 anni e che ha ucciso 300 mila ceceni e almeno 25 mila soldati russi – non è finita. Bombardamenti aerei, scontri a fuoco, agguati, rappresaglie contro i civili, rastrellamenti, rapimenti, torture, esecuzioni extragiudiziali sono l’infernale realtà in cui la Cecenia continua a vivere ogni giorno.
Enrico Piovesana
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