Le elezioni tedesche

Le elezioni di domenica in Germania sono indubbiamente andate secondo le previsioni già largamente anticipate; un segnale vi era già stato poche settimane fa con le elezioni regionali in tre länder. Interessante il calo dell’affluenza (72%), con andamento continuo dal 2002 al 2005 a oggi. Tuttavia, non se ne traggano chissà quali conclusioni strampalate. Senz’altro queste ultime saranno quelle dei nostri settori di sinistra “estrema” (sto usando le solite, stantie, etichette, tanto per intendersi) in merito alla crescita dei verdi e soprattutto della Linke, che sarà salutata da alcuni “ingenui” come il ritorno di una esigenza di radicale trasformazione sociale (Gianfranco La Grassa).

La Linke è radicata soprattutto nelle regioni della vecchia RDT (la Germania detta orientale e presunta comunista). Vi sono in quelle zone quote di nostalgici, ma soprattutto gente che indubbiamente si sentiva maggiormente assistita in passato poiché il socialismo, come ormai era in voga in tutti i partiti comunisti (anche occidentali), era semplicisticamente identificato con lo statalismo più spinto. In realtà, si tratta di una sinistra che vuole un po’ di protezione sociale in più e che quindi, in specie in questa fase di crisi (probabilmente endemica), avrà il compito (comprensibile e giustificato) di chiedere maggiore protezione per settori sociali particolarmente deboli, maggiormente esposti agli effetti della crisi stessa. Credere che si abbiano in testa idee precise di trasformazione del capitalismo – non limitate alla riproposizione di schemi vecchi e falliti da decenni – è semplice fantasticheria.

Questo tipo di sinistra non andrà mai al governo se non nell’ambito di alleanze (pressoché escluse intanto per questa legislatura in Germania) con forze più moderate, che gestiscono la società capitalistica, spesso per conto di frazioni capitalistiche perfino più conservatrici – sul piano della modernizzazione e sviluppo del sistema (che non significa semplice crescita del Pil) – di quelle che si appoggiano a forze diversamente etichettate. I verdi poi – il cui leader è il presidente del gasdotto Nabucco, controllato dagli Usa e utilizzato contro gli interessi italo-russi in campo energetico – sono al momento fautori di una politica estera del tutto contraria ad un minimo di autonomia nazionale (ed europea) rispetto al paese preminente ancor oggi nel mondo, sia pure finalmente insidiato da altri poli in rafforzamento.

E’ su questo punto, infatti, che le elezioni tedesche sono decisamente negative. La socialdemocrazia prende la più solenne batosta della sua storia dalla fine della seconda guerra mondiale. Il sottoscritto non è contro ogni forza etichettata come sinistra, qualsiasi sia la sua linea politica, in specie in politica estera. Non so se tutto il partito socialdemocratico, ma senz’altro una sua parte fondamentale, il cui leader è Schroeder, è per una politica estera, o almeno pezzi decisivi della stessa, orientata ad est, verso la Russia in particolare. L’ex Cancelliere lo fa anche per suoi interessi (non credo però personali ma di forza politica)? Si stufino pure i lettori della mia costante e ripetitiva frase, ma risponderò sempre che “mi aspetto la buona carne dall’egoistico interesse del macellaio, non dalla sua benevolenza” (Adam Smith); anche perché la benevolenza è quasi sempre pura ipocrisia di chi persegue suoi interessi ancora più particolari e contrari ad ogni pur minimo vantaggio per la collettività o per la sua maggioranza.

La sconfitta dei socialdemocratici si unisce al successo (il maggiore dal 1945 ad oggi) dei liberali, il partito più filoatlantico (assieme ai verdi), cioè servizievole nei confronti degli Stati Uniti. Democristiani (assortiti) e liberali hanno, in fatto di seggi soprattutto, la possibilità di governare con una certa tranquillità. Nella coalizione ormai definita, la Dc della Merkel, già assai ambigua in politica estera, si è ulteriormente indebolita – secondo un trend continuamente discendente dal 2002 (38%) al 2005 (35) ad oggi (33) – mentre i liberali hanno seguito la strada inversa arrivando al 14%. Salvo imprevisti, che non riesco ad immaginare, la politica tedesca dovrebbe divenire sempre meno autonoma e rafforzerà il già indubbio atteggiamento filoamericano degli organismi europei.

Negli ultimi mesi, alcuni fatti hanno mostrato un indebolimento della politica estera italiana per quanto concerne la capacità di mantenere un minimo di indipendenza; quel minimo per cui ho affermato negli ultimi tempi che l’attuale Governo era, almeno sul piano internazionale (e di fronte alla crisi in atto), meno peggiore di quello precedente di Prodi e soprattutto rispetto ad uno futuro che intendesse recuperare la sinistra o il centro ecc. (usando le solite etichette ormai logore). Se si dovesse continuare lungo questa linea involutiva, penso che anche la Russia dovrà rivedere la sua tattica e strategia. Per il momento, essa mi sembra mostrare grande pazienza perché il suo “fronte occidentale” è assai importante. Se ci si limita ad un semplice discorso di mercato, la Gazprom ha aperti davanti a sé imponenti sbocchi in Cina e India, sempre più affamate di energia. Tuttavia, gli accordi con l’Italia e l’Eni corrispondono, come appena accennato, ad altri interessi di tipo strategico-internazionale. L’economia “pura” (quella degli “economisti” che sostanzialmente scrivono “su commissione”) non ha alcuna rilevanza; essa deve essere subordinata, e quindi lo è, ai (ri)equilibri internazionali, quelli del multipolarismo in fase di avanzata.

Torneremo fra un po’ a discorrere più specificamente di Italia e Russia. Per il momento mi basta ricordare che si stanno restringendo i tempi per svolgere una nostra politica estera minimamente indipendente. Queste elezioni tedesche li hanno ridotti ulteriormente; e il nostro premier sembra divenire, giorno dopo giorno, più “prudente” (leggi: contorto e “accontentatutti”). Non è una buona politica; non ci si scordi però mai chi sta dall’altra parte: pretesi “progressisti” che, con il mito (ipocrita) di Obama, sono pronti a riconsegnarci ai fasti del 92-93, quando ci si giocò quel po’ di autonomia, che l’Italia si era conquistata grazie all’esistenza del campo sedicente socialista, scomparso nel 1989-91. Dobbiamo (dovremmo) andare oltre Berlusconi; mai però tornare a Franceschini, Bersani, D’Alema e compagnia varia.        

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